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Cda Tim su Consob e controllo

di Antonella Olivieri

(Bloomberg)

4' di lettura

Consiglio straordinario di Telecom per discutere della questione Consob che, la settimana scorsa, ha decretato il controllo di fatto di Vivendi sulla compagnia telefonica. La riunione odierna è stata in particolare sollecitata dai cinque consiglieri di minoranza anche per fare il punto sulla situazione, dato che da fine luglio, quando c’è stato l’ultimo cda, è successo di tutto.

Il tema del controllo

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Contro la posizione Consob Tim ha preannunciato ricorso, senza passare dal consiglio e nonostante il collegio sindacale abbia concluso la sua istruttoria sul tema del controllo arrivando alle stesse conclusioni dell’Authority di mercato e andando anche oltre, giudicando applicabile il principio contabile Ifrs 10 sui bilanci consolidati. Tocca ora all’Amf, la “Consob” francese, accertare se sussite l’obbligo di consolidamento in capo a Vivendi. Per la Commissione presieduta da Giuseppe Vegas non si capisce però quale sia l’interesse di Telecom a negare il controllo dei francesi, che a fine luglio hanno dichiarato direzione e coordinamento sul gruppo telefonico: dal controllo non discendono quindi conseguenze sulla governance Tim, e semmai ci sarebbe un beneficio indiretto a garanzia del debito (25 miliardi al netto della cassa) della società. Di più, il comunicato che preannunciava il ricorso è stato interpretato come un autogol, a ulteriore conferma del controllo di fatto che si vorrebbe negare: è la posizione del ceo di Vivendi, che al momento è anche presidente, plenipotenziario ad interim, si fa notare. Visto che oltretutto in Tim, per approfondire il tema del controllo, c’è un gruppo di lavoro che non si è ancora pronunciato.

Le conseguenze sui comitati

In presenza di controllo, l’articolo 37 del regolamento mercati della Consob prescrive che i comitati consiliari previsti dal codice di autodisciplina (non quindi il comitato strategico) debbano essere composti interamente da indipendenti. La questione riguarda il comitato nomine e remunerazione di Tim, dove siedono il capo del legale di Vivendi Frédéric Crépin e il direttore finanziario Hervé Philippe. Tuttavia, l’adeguamento è rinviato di fatto al rinnovo del consiglio tra tre anni, visto che il controllo è stato decretato nel corso del mandato dell’attuale board. O meglio, a quanto risulta, al sollecito Consob di aggiornare la composizione del comitato nomine, la risposta della società è stata che al momento non si tratta di un atto dovuto.

Parti correlate e Canal+

Tim recentemente ha adottato volontariamente la procedura parti corrrelate per le operazioni con la sfera Vivendi, a perimetro esteso. Tuttavia, a questo punto, per l’Authority la procedura si intende obbligatoria. Primo banco di prova sarà la joint Tim vision-Canal+, che dovrà essere approvata dalla maggioranza dei consiglieri indipendenti. Elementi di criticità sono già emersi per il fatto che il “dettagliato term-sheet” a riguardo ha come referente ultimo sempre Arnaud de Puyfontaine, che da una parte è ceo di Vivendi e dall’altra presidente Tim con pieni poteri, seppur ad interim. Ma non solo. Lo schema ipotizza che Tim abbia l’80% e Vivendi il 20% e che il consiglio della joint rifletta questi pesi. Tuttavia su alcune materie sarebbe prevista una maggioranza qualificata non raggiungibile senza l’assenso di almeno uno dei consiglieri Vivendi. Inoltre sui contenuti voce in capitolo determinante l’avrebbero i francesi che, a differenza di Tim, hanno struttura e competenze in materia ed esprimerebbero dunque il dirigente preposto, mentre Telecom, da sola, non avrebbe autonomia sull’acquisizione di contenuti da terzi, visto che tutto passerebbe dalla joint.

Il nodo della rete

Con la notifica di Vivendi della partecipazione rilevante assunta in Telecom dovrebbe aprirsi la procedura golden power. È da vedere se questo inciderà sulla tempistica del riassetto di vertice (il cda ipotizzato per il 28 non è ancora stato convocato). Ma soprattutto è da vedere se ci saranno, e in che termini, conseguenze sugli asset strategici. Come riferiscono anche gli analisti di Equita, che hanno avuto un recente incontro in Tim, Amos Genish - destinato ad avere un ruolo centrale nella conduzione della compagnia di tlc - considera «la rete, che è fortemente integrata con il servizio, essenziale per la competitività: privarsene sarebbe un errore». Mentre invece Sparkle, alle giuste condizioni. è giudicata «cedibile». Una posizione sempre sostenuta dal manager israeliano anche nei numerosi meeting tenuti in queste settimane con le prime linee del gruppo che di fatto argina l’apertura “politica” fatta da De Puyfontaine all’indomani dell’uscita dell’ad Flavio Cattaneo. In un’intervista alla Stampa, il presidente francese di Tim si era detto disposto a partecipare a una «discussione aperta» anche sul tema dello spin-off della rete, «nel rispetto del Governo» e degli interessi di tutti gli azionisti.

Lo scenario di un distacco dell’infrastruttura-chiave dall’incumbent, alla base della fiammata del titolo in Borsa (+4,74% ieri a 0,817 euro), allarma però il personale del gruppo visto che, secondo stime interne, 20mila posti finirebbero a rischio. In serata una nota Tim ha ribadito che «non c’è alcun progetto di scorporo o cessione della rete, che è un asset strategico per la società e per il suo piano industriale». Verifiche aziendali a riguardo avrebbero portato a escludere, anche da parte pubblica, che ci sia un progetto in tal senso allo studio. Da parte sua Vivendi ha ripetuto, tramite un portavoce, che «la rete è strategica» anche per il socio di maggioranza. In una situazione ancora molto fluida, difficile comunque tirare conclusioni affrettate.

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