ok definitivo al «taglia-partecipate»

Cdm, via libera al «decreto sud». Primo sì al reddito di inclusione

di Andrea Gagliardi

(ANSA)

4' di lettura

Primo via libera al decreto legislativo per l'attuazione della legge delega sul reddito di inclusione. Ok al cosiddetto decreto Sud con le norme per finanziamenti agevolati a giovani imprenditori e l’istituzione delle Zone economiche speciali (Zes) con benefici fiscali e semplificazioni per le imprese che investono. Approvazione definitiva del decreto Madia sul riordino delle partecipate pubbliche. Sono i principali provvedimenti adottati oggi dal Consiglio dei ministri. «Sin dall’insediamento di questo governo si è proseguita l'azione dei governi che si sono succeduti sul tema della povertà che è stata una priorità». Così il premier Paolo Gentiloni al termine del cdm dopo l’ok al dlgs sul reddito di inclusione.

Per il reddito inclusione 2 mld l’anno
Primo sì del Consiglio dei ministri, dunque, al decreto legislativo che introduce in Italia «una misura nazionale di contrasto alla povertà». Il provvedimento attua la delega approvata a marzo, rendendo operativo il Reddito d’inclusione (Rei), che dovrebbe arrivare a una platea di circa 500mila nuclei familiari (1,8 milioni di individui). La platea potenziale dei beneficiari sarebbe di 660mila famiglie, come ha detto oggi il ministro Giuliano Poletti, se si considerano anche i nuclei poveri che già beneficiano di altri trattamenti assistenziali. Ora il provvedimento dovrà acquisire i pareri delle commissioni parlamentari competenti. Per poi tornare in Cdm per il varo definitivo. Le coperture ammontano a 1,850 miliardi all’anno ai quali vanno aggiunti 262 milioni per gli enti locali. Le risorse a disposizione sono pari a circa «due miliardi di euro l’anno nei prossimi anni» ha sintetizzato il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, al termine del Cdm. «Il beneficio va da un minimo di 190 euro a un massimo di 485 mensili», ha spiegato Poletti, sottolineando la doppia soglia di accesso: 6 mila euro di reddito Isee e 3 mila euro di reddito equivalente.

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600 nuovi assunti in centri impiego
Il reddito da inclusione sarà assegnato però solo con l'adesione del capofamiglia a un progetto personalizzato di attivazione e inclusione sociale e lavorativa. Per aiutare le persone che hanno diritto al Reddito d'inclusione a cercare un posto di lavoro «le presenze nei centri per l'impiego verranno incrementate con 600 unità, addetti da assumere e che avranno il compito di fare da ponte tra chi si occupa di politiche sociali e chi di politiche dell'occupazione», ha concluso Poletti. La priorità nel riconoscimento del Reddito d’inclusione verrà data ai nuclei «con almeno un figlio minorenne o con disabilità anche se maggiorenne, a quelli con una donna in stato di gravidanza o un over50 in disoccupazione».

Ok al «decreto sud» con le Zone economiche speciali
Primo via libera anche al decreto recante «disposizioni urgenti per la crescita economica del mezzogiorno» (il cosiddetto decreto sud) con la norma “Resto al Sud” per finanziamenti agevolati a giovani imprenditori e l’istituzione delle Zone economiche speciali (Zes) con benefici fiscali e semplificazioni per le imprese che investono (si veda Il Sole 24 Ore del 6 giugno). Ogni giovane meridionale, che non dispone di mezzi propri per avviare una sua attività, avrà a disposizione una potenziale dotazione di 40mila euro, di cui il 35% a fondo perduto, a copertura dell'intero investimento e del capitale circolante. Le Zes saranno dotate di agevolazioni fiscali aggiuntive, rispetto al regime ordinario del credito d'imposta al sud, che già prevede notevoli vantaggi fiscali. In particolare, oltre agli investimenti delle PMI, saranno eleggibili per credito d'imposta investimenti fino a 50 milioni di euro, di dimensioni sufficienti ad attrarre player internazionali di grandi dimensioni e di strategica importanza per il trasporto marittimo e la movimentazione delle merci nei porti del Mezzogiorno.

Via libera finale a decreto bis su partecipate
Da segnalare anche il via libera finale al decreto Madia sulle partecipate pubbliche. Il Consiglio dei ministri ha approvato il provvedimento correttivo. I primi piani di razionalizzazione sono previsti per fine settembre. Si punta a tagliare le cosiddette 'scatole vuote', come le società con micro-fatturati (sotto 500 milioni) o quelle che hanno meno dipendenti che amministratori.

Decreto partecipate bis, tetto costi per Cda
Le partecipate pubbliche di norma saranno governate da un amministratore unico, ma l'assemblea della società in questione, come già accade, può optare per un consiglio di amministrazione composto da tre o cinque membri. Lo prevede il decreto correttivo che però vincola la scelta per il Cda, da prendere con «delibera motivata» a specifiche ragioni organizzative e in caso di realtà di particolari dimensioni, tenendo comunque conto del principio di contenimento dei costi. Quindi, stando al decreto Madia appena approvato in Consiglio dei ministri, la somma del compenso dei componenti, che siano 3 o 5, deve comunque generare risparmi.

La trattativa con Regioni e Comuni
I termini per avviare davvero la riforma sono già slittati dal 23 marzo al 30 giugno, e poi al 30 settembre. A spiegare il fenomeno è prima di tutto la sentenza 251/2016 con cui la Corte costituzionale a novembre ha azzoppato il primo decreto partecipate, imponendo l’«intesa» vincolante invece del parere consultivo sulle parti della delega che riguardano da vicino le competenze locali. Intesa che regioni e comuni hanno fatto pesare, in una trattativa che ha allungato i tempi per l’avvio del nuovo tentativo di tagliare le ramificazioni societarie della Pa previsto dalla delega ormai 22 mesi fa. I piani di razionalizzazione, in cui andrà deciso l'addio delle società che non rispettano i parametri su dimensioni, fatturato e settori di attività scritti nell'ultimo decreto, andranno approvati entro il 30 settembre, e l'addio effettivo alle partecipate fuori regola dovrà avvenire entro i 12 mesi successivi. Ma gli amministratori locali hanno fatto valere il peso negoziale attribuito loro dalla Consulta, e hanno ottenuto il dimezzamento del limite minimo di fatturato: per i primi tre anni passa da un milione a 500mila euro, salvando dalla tagliola almeno un migliaio di mini-società.


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