ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùIl bilancio della tassa piatta

Cedolare secca, contribuenti quintuplicati dal 2011

Contribuenti quintuplicati dal 2011. Contratti agevolati al 50% in Umbria, Lazio, Abruzzo e Liguria. A spingere gli affitti calmierati è stata la stabilizzazione dell’aliquota ridotta (10%)

di Raffaele Lungarella

(dechevm - stock.adobe.com)

3' di lettura

Dall’introduzione della cedolare secca, nel 2011, il numero di contribuenti che la applica è più che quintuplicato. Sono oltre 2,6 milioni di proprietari di case affittate che l’hanno scelta nelle dichiarazioni dei redditi del 2021 (anno d’imposta 2020) . Il continuo successo della cedolare impone però di fare qualche riflessione su un aspetto spesso sottovalutato: la geografia della tassa piatta e il riparto tra affitti di mercato e locazioni a canone concordato.

I NUMERI
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La mappa delle scelte

Il gradimento dei proprietari cambia da una regione all’altra. In Basilicata e in Calabria il numero di contribuenti che scelgono la cedolare – e il relativo canone totale – superano, nell’annualità fiscale 2020, di oltre una volta e mezzo il loro livello del 2014. Si tratta certo di due regioni il cui peso sul totale è modesto, ma la rilevanza di ogni regione sulla cedolare riflette in buona misura la sua importanza demografica e nel mercato degli affitti.

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In termini di evoluzione, invece, gli incrementi relativamente più consistenti si registrano nelle regioni del Sud e nelle Isole – dove il fenomeno era partito con maggiore lentezza – e i più bassi in quelle dell’Italia centrale, Marche escluse.

Il primo anno, nel 2011, fu possibile applicare la tassa piatta solo per sette mesi e anche i due anni successivi furono relativamente di rodaggio, per l’instabilità dell’aliquota ridotta – rispetto al 21% ordinario – applicata ai canoni concordati (inizialmente il 19%, poi il 15%). Dal 2014, da quando l’aliquota ridotta è rimasta al 10%, il numero totale delle case cui è stata applicata la cedolare è circa raddoppiato: da quasi 1,5 milioni a oltre 2,8.

I dati sulle locazioni, pubblicati dal 2015 dall’Osservatorio del mercato immobiliare (Omi) delle Entrate, evidenziano che i canoni medi per metro quadro dei contratti a canone concordato sono sempre inferiori di almeno un 10% rispetto a quelli dei contratti liberi. I ricavi netti dei due contratti sono pressoché uguali.

Affittare a canone concordato, anziché a quello di mercato, alleggerisce il peso dell’affitto per gli inquilini, ma senza mettere le mani nelle tasche dei proprietari. I quali, però, in alcuni casi continuano a preferire i contratti a canone libero, nonostante la loro più lunga durata (4+4 anni contro 3+2). La conseguenza è che la quota delle locazioni a canone concordato resta minoritaria, anche se, tra il 2014 e il 2020, è passata da un quinto a un terzo.

Questa quota è lievitata in tutte le regioni. In Abruzzo, Lazio, Liguria e Umbria i contratti calmierati sono arrivati a essere uno su due. I proprietari lombardi, e valdostani, hanno invece conservato una certa ritrosia: nel 2014 ne sottoscrivevano circa uno su quindici e nel 2020 sono arrivati a uno su dieci.

Il bilancio per l’Erario

L’ammontare dei canoni tassati con la cedolare ha superato i 17 miliardi di euro nel 2020, con un gettito di 3 miliardi. Guardando il Bollettino delle entrate tributarie si vede un ulteriore incremento nel 2021, con un gettito annuo di 3,3 miliardi.

Con questi numeri, resta attuale la discussione sul bilancio conclusivo della tassa piatta, in alternativa all’Irpef, per le casse dello Stato: finisce in perdita, oppure il Fisco fa pari e patta, o addirittura ci guadagna? Ci sono poche certezze, al riguardo. Ma, senza considerare gli effetti sull’Erario, è ragionevole pensare che la consistente crescita del numero di contratti di locazione assoggettati a cedolare sia dovuta, in parte, all’emersione di contratti in precedenza non registrati e, in parte, alla migrazione – dall’Irpef all’imposta più conveniente – di canoni già dichiarati.

Una conferma indiretta arriva dal raffronto tra l’incremento del numero di contribuenti che scelgono la cedolare e quello del numero complessivo delle case in affitto. Tra il 2014 e il 2019 (ultimo anno per il quale il dato è disponibile) i primi sono aumentati di 1,25 milioni e le seconde di meno di 800mila. La percentuale di locatori i cui canoni sono tassati con cedolare è cresciuta di oltre 20 punti percentuali. Nel 2019 ha superato il 75% del totale delle case affittate; nel Lazio siamo addirittura al 100% e in altre regioni a cavallo del 90% (Marche, Umbria, Toscana per esempio). Certo: un locatore può avere più case, e due possono averne una in comproprietà, ma i dati restano assolutamente significativi.

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