addii e covid

Celant ci ha svelato la complessità delle arti

Il critico creò l'idea di un movimento artistico italiano di portata internazionale, quello dell’Arte Povera. Si è ammalato dopo il ritorno dall’Armory Show di New York

di Marilena Pirrelli

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(ANSA)

Il critico creò l'idea di un movimento artistico italiano di portata internazionale, quello dell’Arte Povera. Si è ammalato dopo il ritorno dall’Armory Show di New York


5' di lettura

È morto il critico Germano Celant, ricoverato da un mese all'ospedale San Raffaele di Milano per l’infezione da Covid 19. Aveva 80 anni, nato a Genova nel 1940, ha definito un movimento artistico, prima operazione di cultural marketing, che raccolse nel 1967 la ricerca di un gruppo di artisti in polemica con l'arte tradizionale contro i conformismi semantici, caparbiamente impegnato nel “ridurre ai minimi termini, nell’impoverire i segni, per ridurli ai loro archetipi”. Codificò un’arte engagé, l'Arte Povera, uno dei movimenti culturali più importanti della seconda metà del Novecento.

Foto Ugo Dalla Porta

Il critico
“Il mondo della cultura e della creatività oggi piange la scomparsa di un altro suo grande esponente“ ha commentato il ministro della cultura Dario Franceschini esprimendo il suo cordoglio. “Germano Celant, cui si deve una delle avanguardie creative italiane più feconde del Novecento, lascia un'Italia impoverita del suo genio e del suo talento”. Perdiamo “uno dei critici d'arte più importanti del mondo - ha affermato l’architetto Stefano Boeri, presidente di Triennale Milano –. Negli anni ’60 giovanissimo guarda agli artisti che lavorano con materiali molto semplici e che producono opere che hanno un fortissimo valore concettuale. Crea di fatto l'idea di un movimento artistico dalla matrice comune, cosa che soltanto la critica molto sensibile e insieme capace di guardare a una certa distanza sa fare”.

Il critico aveva fatto il suo ultimo viaggio all’ Armory Show di New York, svoltasi dal 5 all’8 marzo, ultimo appuntamento con il mercato dell’arte contemporanea prima della chiusura di tutte le fiere nel mondo a causa dell’emergenza Covid. Il critico aveva manifestato i primi sintomi di contagio di ritorno dagli Stati Uniti. Celant lascia la moglie, Paris Murray, e il figlio, Argento Celant e una sconfinata eredità culturale, ricca di storia documentale e artistica. I suoi archivi saranno preziosissimi per gli studiosi.

(Photo by Vittorio Zunino Celotto/Getty Images for Fondazione Prada)

Il gruppo dei poveristi
Celant comprese la forza dirompente e l’originale ricerca estetica oltre i confini codificati di un gruppo di artisti: Alighiero Boetti, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Giulio Paolini, Pino Pascali ed Emilio Prini, esporranno nella prima mostra insieme alla Galleria La Bertesca di Genova e poi nella mostra «Arte povera» del 1968 alla Galleria de' Foscherari a Bologna Anselmo, Boetti, Ceroli, Fabro, Kounellis, Merz, Paolini, Pascali, Piacentino, Pistoletto, Prini, Zorio. Celant delineò la teoria e la fisionomia del movimento attraverso mostre e scritti come «Conceptual Art, Arte Povera, Land Art» del 1970. La consacrazione internazionale avvenne nel 1969 con la rassegna di Arte Povera e Arte Concettuale «When attitudes become form» organizzata da Harald Szeemann presso la Kunsthalle di Berna.

L’America
Dopo la mostra «Off Media», svoltasi a Bari nel 1977, Celant iniziò a collaborare col Guggenheim Museum di New York, del quale divenne dal 1989 al 2008 senior curator per l’arte contemporanea e dove allestì nel 1994 la mostra «Italian Metamorphosis 1943-1968» insieme con la Triennale dove racconta l'arte italiana tra il 1943 e il ’68, con la ferma determinazione di promuoverla negli States. L’arte americana lo travolse e lo portò da Los Angeles a New York a percorrere dal 1970 al 2006 molti territori e a confrontarsi con artisti e istituzioni museali americane sollevando domande su quella e sulla nostra cultura, contenute nel libro «Tornado americano. Arte al potere 1949-2008» nel 2008 e, prima ancora nell’84 in «Artmakers. Arte, architettura, fotografia, danza e musica negli Stati Uniti», dove già coglieva le connessioni nel sistema delle arti. Perché per Celant era già un sistema quello delle arti, nel quale erano presenti anche la Cia e le strategie americane di politica culturale. Con largo anticipo rispetto a Frances Stonor Saunders prima che potesse scavare negli archivi della Cia svelando l’attività dal 1947 al 1967, i segreti della guerra psicologica e pubblicare «La guerra fredda culturale» del 2004.

Le mostre
Lo sforzo di internazionalizzare l'arte italiana caratterizzò le mostre di Celant al Centre Pompidou di Parigi (1981), a Londra (1989) e a Palazzo Grassi a Venezia (1989). Nel 1987 per il suo interesse per la connessione tra le arti ricevette il Frank Jewett Mother Award, massimo premio statunitense per la critica d’arte. Nel 1996 curò la prima edizione della Biennale di Firenze «Arte e Moda» e nel 1997 curò la 47ª Biennale di Venezia dal titolo «Futuro, Presente, Passato», in cui si incontrarono idealmente tre generazioni di artisti dal 1967 al 1997 e venne assegnato il leoni d'oro a Marina Abramovic e Gerhard Richter. Dal 1995 al 2004 è stato direttore artistico della Fondazione Prada a Milano,ha concepito e curato più di quaranta progetti espositivi, dalla personale di Michael Heizer nel 1996 alla imperdibile retrospettiva a Venezia dedicata a Jannis Kounellis nel 2019 con imprescindibili esposizioni: nel 2012 «The small utopia. Ars multiplicata» ha un approccio multidisciplinare e attraversa 75 anni di storia italiana dagli inizi del Novecento al 1975 documentata da oltre seicento lavori, multipli ed edizioni, raccontando dalle avanguardie storiche agli artisti di oggi la diffusione democratica dell'arte, la moltiplicazione dell'oggetto d'arte e la sua diversa fruizione estetica e sociale. Un trattato di storia della cultura in cui l’arte è un tassello di una visione più ampia, l’arte è linguaggio della storia che narra un sistema di produzione sociale ed economico. “Le tante esperienze e gli intensi scambi che abbiamo condiviso con lui in questi anni - hanno commentato Miuccia Prada e Patrizio Bertelli - hanno contribuito a farci ripensare il significato della cultura nel nostro presente». Il suo è stato uno studio a 360 gradi e un pensiero di sistema, nelle mostre riusciva a inserire l’arte in un discorso culturale più ampio, rappresentava la voce di una cultura enciclopedica. Dal 2007 curatore della Fondazione Aldo Rossi di Milano e dal 2008 della Fondazione Emilio e Annabianca Vedova di Venezia. Ultima mostra settembre scorso alla Fondazione Cini su Emilio Isgrò.

Il lavoro con Pistoletto
“Quello con Germano Celant è stato un rapporto più che fraterno, ci conosciamo e lavoriamo insieme dalla metà degli anni Sessanta. Abbiamo avuto così tanto da dire e da fare insieme....”. Convalescente nella sua casa di Biella, anche lui colpito dal Coronavirus che lo ha tenuto quattro
settimane in ospedale, Michelangelo Pistoletto piange l'amico e
il compagno di lavoro. «Felice di essere vivo, certo, ma
infelice per la morte di Germano. Stavamo lavorando insieme ad un catalogo ragionato della mia opera». Celant, sottolinea Pistoletto, è stato molto più di un critico d'arte: «lui per l'Arte Povera ha avuto una funzione
straordinaria, non ha solo criticato, ha creato insieme con gli artisti, senza di lui il movimento dell'Arte Povera non avrebbe avuto un nome. E poi ha avuto una lunga carriera internazionale, negli Stati Uniti e non solo, il suo è stato un contributo fondamentale alla storia dell’arte».

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