dopo le dichiarazioni a «Porta a porta»

Censimento «nun te temo»: breve storia dei raccomandati da Cicerone a Di Maio

di Francesco Prisco


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Di Maio propone un censimento dei raccomandati. Che in italia risalgono ai tempi di Cicerone (Agf)

4' di lettura

Si fa o no questo censimento dei raccomandati nella pubblica amministrazione? Confessiamolo: l’idea, lanciata dal vicepremier con deleghe al Lavoro e allo Sviluppo economico Luigi Di Maio a «Porta a Porta», è originale, frizzante, esplosiva. Per sorpassare a sinistra il collega con delega all’Interno Matteo Salvini, Gigino il giovane non poteva promettere di meglio. C’è solo un problema: sradicare i raccomandati dall’italica Pa riesce persino più difficile che trovare la copertura per il reddito di cittadinanza. Perché la raccomandazione è pratica antica e trasversale, non sempre efficace ma di sicuro contagiosa.

Mi manda Cicerone
Pratica antica quanto l’antica Roma che, nel primo secolo a.C., ebbe un campine di moralità chiamato Marco Tullio Cicerone, fustigatore dei costumi dei vari Verre e Catilina. Eppure «raccomandatore seriale»: fa fede la racc0lta delle Lettere ai familiari. Ad Acilio, proconsole in Sicilia, l’eclettico paladino della res publica suggerisce per esempio un occhio di riguardo verso le attività di Nasone, uomo di grande «gentilezza e probità» che ha «i suoi affari nella tua provincia». Affari che «ti raccomando né più ne meno che se fossero miei». Non vi stupite: lettere di questo tenore, Cicero pro domo sua, ne scrisse parecchie, perché la lettera di raccomandazione all’epoca era un vero e proprio genere letterario e aveva un nome ben preciso, quello di epistula commendaticia.

Figli d’arte: da Giovanni Pisano a Paolo Maldini
Coltivare il potente ci fa, spesso e volentieri, vivere di potenza riflessa. Se poi il potente ci è parente, il riflesso può essere addirittura accecante come la strada di mattoni gialli che porta a casa del Mago di Oz. Per dire: Giovanni Pisano a cavallo tra Due e Trecento fu uno tra gli scultori più apprezzati. Ma avrebbe avuto in mano le chiavi dei cantieri di mezza Italia del periodo se non fosse stato figlio d’arte di Nicola Pisano? Ribaltando il discorso: Giovanni, da figlio d’arte, dovette faticare più di tutti gli altri per dimostrare al mondo di essere più bravo del padre Nicola. Un po’ come sarà più avanti per Paolo Maldini, figlio d’arte del grande Cesare. Ma in situazioni del genere resta pur sempre vero che la paternità illustre un minimo vantaggio competitivo, in partenza, te lo dà. A Napoli dicono: «’o mestiere d’o pate e mmiezz’ ’mparate». Tradotto: «La professione del padre è imparata per metà».

Il nepotismo papale papale
Poi c’è l’eletta schiera dei figli naturali e dei nipoti che qui in Italia, come in nessuna altra parte del mondo, siamo stati bravissimi a trasformare in sistema di potere. Vedi alla voce nepotismo, vedi alle pagine sul Cinque e Seicento del vecchio libro di storia che prende polvere sugli scaffali del vostro Billy, vedi le epopee dei Borgia, dei Borghese, dei Farnese. Che non fosse esattamente un sistema per cooptare i migliori, questo è un altro discorso. Detto così, papale papale.

Da Ferdinando II a Cadorna
Non vi fate facili illusioni, voi che siete abituati a dividere l’Italia tra un «di qua» e un «di là», un sopra e un sotto: la raccomandazione non contempla variabili geografiche, è italiana dalle Alpi a Lampedusa. Ferdinando II, penultimo re Borbone, scese in visita in Sicilia acclamato dai suoi sudditi. Si narra che in un mese di permanenza raccolse qualcosa come 28mila lettere di raccomandazione da parte di gente che teneva famiglia e cercava udienza. Ma fama di gran raccomandato la ebbe anche il piemontese Luigi Cadorna, capo di Stato maggiore ai tempi della Grande guerra, fino alla disfatta di Caporetto.

Il raccomandato di ferro
La controversa pratica, qua da noi, ha ispirato pure cinema e letteratura, spesso di pregevolissima fattura. Tra i Nuovi racconti romani di Alberto Moravia (1954) c’è, per esempio, spazio per le disavventure di un povero disoccupato che, passando di raccomandazione in raccomandazione, si ritrova al punto di partenza, dal primo «raccomandatore» con cui aveva avuto a che fare. È l’Italia del boom economico, ma potrebbe essere il gioco dell’oca dove, se capiti nella casella sbagliata, torni al via. Morale della favola: non tutte le raccomandazioni riescono col buco. Pochi si ricordano il compianto Mario Riva nei panni de Il raccomandato di ferro (1959), film sulle magnifiche sorti e progressive che possono toccare a un oscuro ex usciere romano, se imbrocca la presentazione giusta.

Di Maio e l’«ombrello» del fratello di Jannacci
Tirando le somme del ragionamento, Di Maio lo vuole proprio il censimento dei raccomandati? «Censimento nun te temo», risponderebbe la raccomandazione fatta persona, quant’è vero che i raccomandati qui fanno parte del paesaggio, siedono al nostro fianco, sono nell’album di famiglia. Lo sapeva bene Enzo Jannacci che, in una memorabile canzone, raccontò la storia surreale di «uno che cercava un ombrello, l’ombrello di suo fratello». Suo fratello, «un tipo sfacciato, maleducato, raccomandato». Che dopo tutti questi anni è ancora là, ben aggrappato al suo posto.

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