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Marcia su Roma, cento anni fa il colpo di stato dei fascisti

L'azione definitivamente pianificata il 16 ottobre a Milano: Mussolini aveva affidato ai “quadrumviri” Balbo, Bianchi, De Bono e De Vecchi l'incarico di organizzare militarmente il putsch

di Marco Onnembo

Dal corpo alla radio: gli strumenti di propaganda di Mussolini

2' di lettura

Cento anni fa. Cinque del mattino del 28 ottobre 1922. Il presidente del Consiglio dei ministri, Luigi Facta, propone al re Vittorio Emanuele III di firmare lo stato d'assedio - approvato all'unanimità dal suo gabinetto dimissionario - per fermare il colpo di stato intentato dai fascisti di Benito Mussolini.

Camicie nere

Il provvedimento, però, doveva essere controfirmato dal re. E Vittorio Emanuele III rifiutò di farlo. Un atto che darà il via al ventennio più buio della nostra storia.Il sovrano era convinto che Mussolini fosse lo strumento per ristabilire l'ordine nel Paese e fermare l'ondata di violenza a cui gli stessi fascisti avevano dato vita fin dai primi mesi dell'anno, con continui scontri di piazza con le forze sindacali e di sinistra. Il giorno prima della Marcia, e come preambolo della stessa, le camicie nere presero ad assaltare prefetture e municipi di tutta Italia, mentre altri gruppi di squadristi raggiungevano la capitale.

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Crisi politica e sociale gravissima

L'azione, definitivamente pianificata il 16 ottobre a Milano quando il capo del fascismo aveva affidato ai “quadrumviri” Balbo, Bianchi, De Bono e De Vecchi l'incarico di organizzare militarmente il putsch, aveva l'obiettivo di forzare la mano al re Vittorio Emanuele III per indurlo a consegnare loro il potere. Le origini di questa azione di forza sono da ricercarsi nelle condizioni socioeconomiche nelle quali versava l'Italia a quattro anni dalla fine della “Grande Guerra”. Era un paese attraversato da una crisi politica e sociale gravissima, con le masse lavoratrici esasperate da difficoltà economiche e dalla disoccupazione e in cerca di risposte radicali ad un malessere sempre più profondo. Le piazze erano spesso luogo di uno scontro tra militanti di estreme fazioni e la politica – in particolare il governo guidato dal liberale Facta – non era riuscito nei primi mesi del Ventidue a ristabilire l'ordine, lasciando che le squadre fasciste dilagassero indisturbate in gran parte della penisola e imponessero la loro logica violenta e prevaricatrice.

Benito Mussolini

Basti pensare che da marzo a luglio del 1922 erano state distrutte o danneggiate 19 camere del lavoro, 70 cooperative, 161 tra circoli, sezioni di partito e case del popolo. A Napoli, il 24 ottobre 1922, si tenne al teatro San Carlo l'assemblea nazionale del partito fascista. Qui, Mussolini terrà un discorso che, di fatto, preannunciava ciò che sarebbe successo di lì a pochi giorni. E così, mentre le pagine dei giornali continuavano ad essere occupate dalle voci sulle possibili combinazioni di governo tra liberali e fascisti, il 27 ottobre, si terrà a Roma il raduno delle camicie nere, in movimento da tutta Italia fin dal giorno prima. Con il rifiuto del re di firmare la richiesta di stato di assedio presentata da Facta si aprirono le porte del governo per Benito Mussolini, che il mattino del 30 ottobre ricevette da Vittorio Emanuele III l'incarico di formare un nuovo esecutivo. Il regime è ancora lontano (nella prima fase il Pnf dovrà governare insieme ad altre forze politiche), ma la strada era già segnata.


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