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Ceramica, il caro energia minaccia il sentiero virtuoso della sostenibilità

Il comparto ha compiuto grandi passi avanti sul tema ambientale, con investimenti green oltre il 10% dei ricavi ma extra costi delle bollette e vincoli Ue mettono a rischio la competitività. Opportunità imperdibili dal Pnrr e dai fondi Fesr

di Ilaria Vesentini

Un impianto di cogenerazione di un'industria ceramica, che consente un forte risparmio energetico

4' di lettura

Consumi energetici tagliati di oltre il 50%; emissioni di CO2 ridotte del 40%; livelli di polveri, piombo e fluoro in atmosfera significativamente al di sotto dei limiti di legge; acque reflue totalmente recuperate; oltre la metà del fabbisogno idrico coperto da riciclo e tutti gli scarti di lavorazione reimmessi nel ciclo produttivo. Sono gli indicatori che riassumono il progresso esponenziale che l’industria delle piastrelle ceramiche italiane ha registrato nel nuovo millennio in termini di sostenibilità – fotografati nell’ultimo Rapporto 2010-2020 su fattori di impatto e prestazioni ambientali, realizzato dal Centro ceramico per Confindustria Ceramica - complici investimenti record in tecnologie efficienti e “verdi”, che negli anni pre-pandemia sono arrivati a superare il 10% del fatturato.

Performance che oggi fanno del “Made in Italy della ceramica” il benchmark di riferimento a livello mondiale quando si parla di transizione ecologica. Un plus che, assieme al design e all’innovazione estetica e funzionale, spiega perché sono sempre gli stand italiani a calamitare l’attenzione degli operatori internazionali, attesi tra poche settimane a Cersaie, la 39sima edizione del Salone Internazionale della ceramica per l’architettura e dell'arredobagno, che si svolgerà nei padiglioni di BolognaFiere dal 26 al 30 settembre prossimi. Le 131 aziende italiane produttrici di piastrelle (oltre 18mila occupati e 6,2 miliardi di euro di fatturato) sono state le pioniere della prima norma internazionale ISO sulla sostenibilità di prodotto e oggi e il marchio di qualità ecologica Ecolabel copre più di 1.400 referenze commerciali.

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Eppure questa eccellenza tutta nostrana sconta oggi i drammatici costi del gas e dell’elettricità decuplicati in un anno, che rendono la sostenibilità non più sostenibile economicamente. Dietro al gioco di parole c’è un interrogativo spinoso, che mina la competitività delle nostre aziende e la tenuta sociale di distretti manifatturieri come Sassuolo, appeso per l’85% dei ricavi alle esportazioni: chi è disposto a spendere 20€/mq per le piastrelle tricolori così da ripagare i produttori italiani degli extra costi per pagare le bollette e rispettare l’ambiente, quando a 6 €/mq può comprare, un prodotto estero, turco ad esempio, che non è gravato dalle quote sulle emissioni di CO2 ( i famigerati ETS)?

«Non esiste sostenibilità ambientale se prima non c’è quella economica e produrre un metro quadrato di piastrelle ora ci costa 9 euro solo di gas, qui il rischio di spegnere i forni è altissimo, a Sassuolo molte aziende non sanno se riavviare la produzione dopo le ferie». È tranchant il presidente di Confindustria Ceramica, Giovanni Savorani, amareggiato per lo sforzo vano portato avanti negli ultimi decenni assieme ai colleghi in nome della salute del pianeta e infuriato con la politica miope di Bruxelles che ha lasciato in mano alla speculazione finanziaria i titoli ETS sulla CO2 e i prezzi del gas. «Se c’era qualcuno che poteva fare scuola e dimostrare ai mercati mondiali che essere sostenibili era non solo etico ma conveniente - dice - eravamo noi italiani. Così non è. L’impostazione ideologica dell’Ue ha imposto paletti temporali così stretti sulle emissioni inquinanti da distruggere le imprese manifatturiere. Non esistono attualmente soluzioni tecnologiche che rendano le energie rinnovabili in grado di sostituire, come prestazioni e costi, il metano (il combustibile a minor impatto ambientale oggi disponibile sul mercato) e la nostra totale dipendenza dal gas straniero fa sì che per sopravvivere ora si stia tornando indietro, ragionando di conversione a diesel e carbone, come sta facendo la Germania, per ridurre i costi e non perdere un mercato che siamo stati 50 anni a conquistare». L’altra amara consapevolezza è che, nel bene e nel male, la CO2 emessa dalla ceramica sassolese rappresenta appena l’1% delle emissioni italiane e che tutta l’Europa è responsabile dell’8% dei gas serra globali: l’effettivo impatto sul cambiamento climatico è irrisorio, sia che ci si imponga come campioni green sia che si torni a inquinare. E se dare il buon esempio equivale all’autodistruzione, è certo che l’esempio virtuoso della “tile valley emiliana” non farà proseliti nel pianeta.

«È complicato parlare oggi di sostenibilità ambientale con i prezzi del metano alle stelle e un contesto geopolitico stravolto, ma la riduzione dell’impatto resta una priorità nel medio termine», rimarca Maria Chiara Bignozzi, professore di Scienza e tecnologia dei materiali all’Università di Bologna e direttore del Centro Ceramico, consorzio di ricerca e servizi sui materiali tra Alma Mater, Confindustria Ceramica e Legacoop Produzione e Servizi, anello della Rete regionale Alta Tecnologia. La crisi energetica non ferma infatti gli studi che ricercatori e aziende emiliani stanno portando avanti su riciclo di materiali e acqua, utilizzo di combustibili alternativi, analisi dell’impatto ambientale, nuove formulazione degli impasti per utilizzare materie prime locali e/o di recupero anche da altre filiere dell’edilizia, per reagire al blocco delle strategiche forniture di argille dal Donbass, causato dalla guerra. «Tutti filoni - conclude Bignozzi- su cui convoglieremo ora risorse importanti, grazie ai progetti del Pnrr tra cui “Ecosistema di innovazione”, di cui UniBo è capofila, e i prossimi bandi regionali Por Fesr».

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