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Ceramica, forniture a rischio: costo delle materie prime in rialzo

Balzo del 30% per il costo dei pallet, materie prime in rialzo dall’8 al 12%. Per le imprese così si rischia di finire fuori mercato

di Ilaria Vesentini

Giovanni Savorani: «Edilizia risposta alla crisi post Covid. Siamo carenti sul lato delle infrastrutture»

4' di lettura

Il raddoppio dei costi dell’energia, delle emissioni in atmosfera e dei noleggi marittimi sommati ai rincari a doppia cifra delle materie prime, dei pallet e all’impossibilità di garantire ai clienti tempi ragionevoli e certi di spedizioni e consegne rischiano di trasformare il positivo rimbalzo post Covid in un Armageddon per l’industria ceramica italiana. L’allarme arriva dal distretto delle piastrelle di Sassuolo che concentra l’80% di un Made in Italy leader mondiale per qualità e valore, ma che da anni, ben prima della crisi pandemica, denuncia gap competitivi che hanno contribuito a cancellare un terzo della produzione e 7mila posti di lavoro a vantaggio soprattutto dei concorrenti spagnoli.

Un comparto da 6,5 miliardi

«I mercati internazionali valgono oltre l’80% del nostro fatturato e le forti tensioni che registriamo sul fronte dei costi stanno vanificando la ripresa: materie prime come feldspati e caolino segnano aumenti superiori al 10%, i prezzi dei pallet sono schizzati in alto del 30%, quelli delle scaffalature in ferro addirittura raddoppiati, così come quelli di metano (passato da 8 erurocent/mc a 19) e dei noli marittimi, per non parlare della carenza di container e dei tempi di attesa indefiniti per spedire via mare», afferma Giovanni Savorani, presidente di Confindustria Ceramica, che rappresenta un settore di quasi 280 imprese, oltre 27mila occupati e 6,5 miliardi di euro di giro d’affari.

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Il risveglio della domanda

Nel frattempo la domanda è tornata a risvegliarsi con un +19% sul mercato domestico nel primo trimestre 2021 rispetto a dodici mesi prima e un +9% oltreconfine, «ma sul mercato americano, per noi strategico, stiamo invece perdendo il 10% delle vendite mentre i ceramisti spagnoli fanno un +27% – rimarca il presidente – ed è solo una questione di logistica e infrastrutture. Il costo Fob di un container da Livorno è raddoppiato ed è più di 10 volte rispetto a quello di un container che va negli Usa da Valencia. Facendo i conti a spanne e restando bassi, dato che in un container ci sta un migliaio di mq di piastrelle, bastano 500 euro di differenza di prezzo Fob per ritrovarsi sul mercato con un prodotto che costa mezzo euro in più al metro quadrato. Significa rischiare di finire fuori mercato non per causa nostra ma per aumenti ingiustificati dei prezzi e pura speculazione finanziaria». Tra gli industriali di Sassuolo c’è l’impressione che i carrier stiano facendo cartello approfittando dell’aumento di domanda.

La via del Nord America (sempre più stretta)

Nelle rotte verso il Nord America, dove si concentrano i maggiori volumi di export, i rincari sono nell’ordine dell’80% (si va da un +65% sulla costa Ovest al +100% della costa Est). «Un’insostenibile situazione originata dalle asimmetrie della ripartenza dell’economie mondiale, dopo il sostanziale blocco derivante dal lockdown, dall’imperfetta circolazione dei container e dalla loro concentrazione in poche aree del mondo, ma anche da politiche aziendali delle grandi compagnie di trasporto marittimo che privilegiano tratte maggiormente redditizie e che fanno talvolta ricorso a clausole (come il blank sailing) che modificano le rotte, rendendo incerta la pianificazione», denuncia Confindustria Ceramica, che con la Federazione Europea CerameUnie sta sollecitando l'intervento non solo del Governo nazionale ma della Commissione europea per un riesame delle condizioni concorrenziali delle compagnie marittime.

Tra boom e «sboom»

«Il rimbalzo post Covid sta diventa un problema invece di una opportunità, il breve orizzonte temporale delle agevolazioni pubbliche non fa che esasperare i boom e gli “sboom” di domanda – rincara Savorani – l’industria ha invece bisogno di stabilità e programmazione. E quel che è ancora più grave e inaccettabile è il silenzio di fronte al fenomeno della speculazione finanziaria sulle quote ETS che stiamo denunciando in tutte le sedi senza riscontro». Il riferimento è al sistema di comunitario per ridurre le emissioni di anidride carbonica, per cui si possono acquistare quote, ovvero l’autorizzazione a emettere una tonnellata equivalente di CO2, scambiandole come qualsiasi titolo. «Siamo tutti favorevoli alla riduzione degli inquinanti, ma ci sono operatori seduti comodi dietro a una scrivania che guadagnano distruggendo le nostre fabbriche e i posti di lavoro, facendo incetta di titoli per poi rivenderli al rialzo: a ottobre 2020 una tonnellata di CO2 costava sui 19 euro, la media 2020 era vicino ai 24 euro e oggi costa 50 euro a tonnellata. Tutto questo senza che sia successo nulla, mera speculazione, che in un momento di ripartenza dell’economia penalizza ulteriormente i nostri manufatti», denuncia Savorani.

Le pressioni dei distributori

«I nostri distributori hanno iniziato lo scorso autunno a chiederci riduzioni di prezzo per bilanciare i costi di trasporto in aumento, ma noi siamo in una fase in cui tutti i costi della ceramica stanno aumentando (materie prime, imballaggi di plastica, cartone, pallet in legno, metano, oltre al dramma ETS). Siamo schiacciati tra la pressione dal basso del mercato e l’esplosione dei costi interni. E non siamo più neppure in grado di pianificare il lavoro con i partner internazionali, che raggiungiamo via mare, gli spedizionieri continuano a rinviare le partenze di container già pronti nel piazzale. La cosa peggiore è che siamo in un momento del mercato favorevole, è un doppio peccato dare un disservizio indipendente dalla nostra volontà proprio adesso», spiega Filippo Manuzzi, vicepresidente di Confindustria Ceramica e Ad della ferrarese Ceramica Sant’Agostino. Non riuscendo più a programmare la partenza dei carichi di piastrelle dalle proprie aree logistiche, le industrie ceramiche si trovano con gli spazi murati zeppi. «Possiamo essere bravi finché vogliamo – conclude Manuzzi - ma se non riusciamo a consegnare oltremare non per colpa nostra ma degli spedizionieri, finire fuori mercato è un attimo. Le istituzioni devono intervenire».

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