IL CASO

Ceramica italiana negli Usa: il rischio-dazi non preoccupa le imprese

di I.Ve.


default onloading pic
(Imagoeconomica)

2' di lettura

«Non siamo toccati dai dazi oggi e non siamo preoccupati per il futuro: il governo americano non ha molti motivi per mettere tariffe sulla ceramica italiana, siamo tra i settori che più hanno investito direttamente in America, mi aspetto invece ulteriori agevolazioni da Trump per portare fabbriche oltreoceano. C’è molta polvere, va lasciata decantare». Giorgio Romani, presidente dell’omonimo gruppo reggiano ex Serenissima Cir (100 milioni di fatturato, 400 dipendenti) e presidente delle Relazioni commerciali di Confindustria Ceramica, fa sua la voce degli oltre cento espositori italiani riuniti al centro fieristico di Orlando e trasmette l'entusiasmo di molti imprenditori che in America sono tornati a crescere sopra il 20% lo scorso anno, dopo la grande crisi tra il 2006 e il 2009.

«Faremo quello che potremo per difendere il fair trade, le barriere commerciali non aiutano nessuno», dichiara Gianni Mattioli, ex country manager Marazzi Usa ora vicepresidente esecutivo Marketing & Research di tutta la divisione ceramica Dal-Tile di Mohawk. Il leader mondiale del settore, con una produzione di 200 milioni di mq l’anno di piastrelle (metà realizzata tra Usa e Messico, il made in Italy pesa un 10%) e un business di oltre 3 miliardi di euro. Se in Italia il colosso georgiano ha fatto notizia per gli investimenti miliardari sulle fabbriche emiliane (dopo Marazzi ha appena consolidato l’acquisizione di Emilceramica), in Tennessee ha invece avuto eco il recente avvio di un nuovo impianto da 9 milioni di mq di piastrelle, predisposto già per il raddoppio.

E nel distretto-clone di Sassuolo che va rafforzandosi attorno a Nashville, ha appena raddoppiato la capacità produttiva (a 6 milioni di mq) anche il gruppo Del Conca, 80 milioni di dollari investiti in tre anni per produrre collezioni a misura degli Stati Uniti, primo mercato del gruppo riminese, che sempre più va chiedendo grandi lastre. Un segmento, le “big slabs”, in cui la concorrenza spagnola, presente al Coverings con 97 brand, è ancora due passi indietro rispetto ai leader nostrani. Sedere sugli allori è però rischioso: la produzione spagnola di “azulejos” è cresciuta del 12% nel 2016 a 492 milioni di mq (contro i 416 milioni di mq, da preconsuntivo, della produzione italiana) e le vendite iberiche sul mercato statunitense sono schizzate del 27% lo scorso anno, più di tre volte la dinamica italiana.

Fabbriche spagnole in suolo americano però ancora non si vedono. «I concorrenti della nostra produzione in Tennessee sono o locali o messicani, ma il fatto di avere anche qui in America tecnici e management italiani è un plus competitivo enorme, che abbinato all’attenzione al servizio rende l’allure del marchio italiano imbattibile e le nostre prospettive di crescita oltreoceano molto buone», afferma Giovanni Grossi, Cfo di Florim e Florim Usa, la controllata a Clarksville (Tennessee) che contribuisce con 120 milioni di euro di fatturato e 350 addetti a quasi un quarto delle performance del gruppo di Fiorano Modenese. Stesso paese da cui arriva anche il Gruppo Concorde, che attraverso la controllata americana Landmark Ceramics ha tagliato il nastro lo scorso novembre, a Mt. Pleasant in Tennessee, di uno stabilimento hi-tech di 70mila mq (90 milioni di dollari di investimento in tre anni).

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...