IL CACCIATORE DI LIBRI intervista Javier Cercas

Cercas: «La grande letteratura che indaga il male è un antidoto al ritorno del fascismo»

di Alessandra Tedesco


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(Afp)

7' di lettura

Ci sono scrittori e intellettuali capaci di reinventare sé stessi e la propria letteratura senza perdere alcuni elementi fondamentali. Uno di questi è Javier Cercas, fra i più grandi scrittori spagnoli viventi, che con i suoi libri, ha fornito un’analisi sul contemporaneo guardando al passato. Inizialmente Cercas, che sarà in Italia per il festival “Libri Come” a Roma il 14 marzo, è stato autore di pura fiction, poi la svolta con Soldati di Salamina (Guanda, 2002) nel quale ha raccontato una vicenda ambientata negli ultimi mesi della guerra civile in Spagna. Da questo libro in poi Cercas ha fatto entrare prepotentemente nella sua narrazione la memoria, la politica e la realtà.

«Prima di Soldati di Salamina ero e volevo essere uno scrittore postmoderno –dice Javier Cercas-. Nei miei libri non c'erano politica e storia, ma c'erano la letteratura fantastica e umoristica. Da quel libro in poi è arrivata la storia. Non la storia come passato, ma la storia come presente. Non faccio romanzi storici. I miei sono libri in cui la storia fa parte del presente, la storia è una dimensione del presente senza la quale il presente è mutilato, non si capisce».

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Cercas scrittore è diventato Javier personaggio tanto che per lui si parla di autofiction come si fa per Emmanuel Carrère. «È vero -dice Cercas-, anche se a quei tempi nessuno parlava di autofiction. Il primo romanzo senza finzione che ho scritto è Anatomia di un istante (2009). È un libro su una grande finzione collettiva ossia l'ultimo colpo di Stato in Spagna. È il nostro incubo, il punto in cui convergono tutti i demoni del nostro passato recente. Come in Italia può essere l'assassinio di Aldo Moro o negli Stati Uniti l'omicidio di Kennedy. Dopo tre anni di lavoro, ho capito che non dovevo fare una fiction su un'altra fiction. Non aveva senso, era ridondante. E allora ho deciso di fare un romanzo senza finzione».

Anatomia di un istante racconta il tentativo di colpo di Stato del 23 febbraio 1981 in Spagna, quando un gruppo di militari entrò sparando nel Parlamento. Solo tre parlamentari rifiutarono di mettersi a terra ed è questo l'istante, l'immagine che fece il giro del mondo, sul quale Cercas si interroga. Perché quei tre uomini decisero di rischiare la vita per la democrazia? Seguono poi altri romanzi senza finzione come L'impostore (2015) e Il sovrano delle ombre (2017).

«Qualcuno potrebbe dire che il romanzo è sempre finzione. E chi lo dice? Cervantes? No. Cervantes ha inventato un genere assolutamente libero, dove l'unica regola è che non ci sono regole. Lo scrittore può fare quello che ha bisogno di fare. Eppure noi scrittori non facciamo uso di tutta questa incredibile libertà che Cervantes ci ha dato. È un peccato».

Cercas è però uno scrittore e un uomo che, come si diceva, ama reinventarsi. Ed è così che annuncia la nascita di una nuova fase della sua letteratura. «Quando ho finito di scrivere Il sovrano delle ombre ho avuto la sensazione che fosse la fine di un percorso –spiega Cercas-. Era il libro che avevo sempre voluto scrivere, ma non ero sicuro di riuscirci perché racconta il passato fascista della mia famiglia. Racconta di uno zio di mia madre morto a 19 anni che era stato il simbolo dell'adesione della mia famiglia a una causa sbagliata».

Da qui nasce la nuova stagione di Cercas. «Ho sempre avuto paura di ripetermi. In genere quando uno scrittore trova una formula che i lettori amano continua su quella strada. Ma è un grandissimo errore. Ora sto scrivendo un libro diverso dai precedenti, ma assolutamente personale. Un libro per il quale i lettori diranno: ‘Questo non è Cercas!' Ma alla fine diranno: ‘Sì, è proprio Cercas'. Faulkner diceva una cosa che mi piace molto: “La massima aspirazione per uno scrittore è avere un'onorevole sconfitta”. Fare una cosa che non hai mai fatto è difficile, ma è stimolante».

Quanto al tema della memoria, entrato prepotentemente nella poetica di Cercas, non si tratta di una celebrazione sterile alla quale lo scrittore spagnolo si oppone con forza. Ripete spesso che l'umanità non potrebbe nemmeno camminare o parlare senza memoria, ma dice anche che abbiamo bisogno dell'oblio perché se avessimo una memoria perfetta non potremmo pensare. «C'è un racconto di Borges, il più grande scrittore nella mia lingua dopo Cervantes, in cui c'è un uomo che ha una memoria incredibile, ma è completamente stupido. Non può ragionare perché ragionare vuol dire dimenticare delle cose. Viviamo in un'epoca strana in cui la memoria è stata sacralizzata e questo è molto pericoloso. Non c'è niente che sia sacro, nemmeno Dio. La memoria non è sacra, deve essere sottoposta alla critica perché chi ricorda si può sbagliare. Le testimonianze sono essenziali per capire il passato, ma devono essere sottoposte alla critica, come tutto. Chi ricorda può anche mentire come faceva il protagonista di L'impostore, un uomo che diceva di esser stato nei campi di concentramento. Era diventato una rockstar della memoria storica. Perché tutto il mondo gli aveva creduto? Perché nessuno si è posto delle domande? Primo perché lui raccontava quello che la gente voleva ascoltare, raccontava una versione edulcorata della storia e le persone, soprattutto quando si tratta del passato più terribile, preferiscono non sapere la verità, preferiscono una versione digeribile, eroica e tranquillizzante della realtà. L'altro motivo è che la memoria e le testimonianze erano state sacralizzate. Nessuno aveva il coraggio di dire: “Ma quest'uomo cosa dice?” perché era un testimone e una vittima».

Un'affermazione apparentemente insolita per uno scrittore che ha fatto della memoria uno dei fondamenti della sua letteratura. Ma Cercas riesce a spiegare questa apparente contraddizione. «La memoria è una cosa seria. Il kitch della memoria è un tradimento assoluto. Sai qual è il risultato della sacralizzazione della memoria? L'oblio. La fine del secolo scorso è stato il periodo della memoria e questo nostro secolo sarà quello dell'oblio. E' pericolosissimo. Edulcorando la memoria si dimenticano cose essenziali. Per esempio, si dimentica che il fascismo aveva un aspetto affascinante che ha attratto tantissima gente. Oggi le persone con questa memoria edulcorata e tranquillizzante della storia, pensano che i fascisti erano individui con le corna come i demoni. Non era così. Lo zio di mia madre, protagonista di Il sovrano delle ombre, era stato affascinato da questa ideologia tossica. La stessa cosa sta avvenendo con chi oggi è al potere in Europa come negli Stati Uniti. Si parla di leader carismatici, forti, si parla di anti-elitismo, di antisistema e si dimentica che il fascismo era anticapitalista e antisistema. Stiamo ripetendo gli errori degli anni Trenta».

Paura di un ritorno al fascismo? «Non credo stia tornando, la storia non si ripete allo stesso modo, mai –spiega Javier Cercas-. Quello che oggi vediamo in Europa non è il fascismo. Ci sono elementi del fascismo che si sono evoluti, ma è difficile che oggi in Europa ci sia un fascismo violento come negli anni Trenta. All'epoca la violenza era una cosa attraente, oggi no. Ma il discorso non cambia. Per esempio nel momento in cui l'altro diventa il capro espiatorio. Non siamo noi i colpevoli ma gli arabi, i messicani. Questa è una parte essenziale dell'ideologia fascista. Questo edulcorare il passato, questa visione semplice e senza complessità è un disastro».

E qui Cercas tocca uno dei nodi sui quali gli intellettuali contemporanei sono fortemente critici: il rifiuto della complessità, l'idea che tutto ciò che richiede uno sforzo dell'intelletto sia da evitare. Un'idea diffusa fra la gente, ma anche fra chi occupa posizioni di potere. «La complessità è sempre stata evitata, non è mai stata amata. Così come la verità. In questo gli esseri umani non cambiano tanto. I politici hanno sempre detto menzogne. La differenza è che ora quelle bugie sono diffuse con strumenti dalle potenzialità inedite. I nazisti che hanno inventato la propaganda moderna non avevano internet. Questo è un fenomeno nuovo, incredibile».

Infine il rapporto con il male e la sua analisi. Nel libro L'avventura di scrivere romanzi realizzato da Cercas insieme a Bruno Arpaia (Guanda, 2013) lo scrittore spagnolo sottolinea che capire non vuol dire giustificare, anzi è esattamente il contrario e la missione della letteratura è esplorare tutti gli aspetti dell'umano, anche quelli più mostruosi. In altre parole capire il male non vuol dire giustificarlo. Ma allora come fa lo scrittore a indagare il male senza prendere posizione?

«Con coraggio e assumendosi tutti i rischi. Mi sembra che Adorno dicesse che è più importante conoscere i carnefici che le vittime. Con le vittime si deve stare, ma dobbiamo capire i carnefici perché è l'unico modo per non ripetere gli stessi errori. Se non si capisce perché la gente è stata affascinata dal fascismo così come oggi è attratta da quello che definirei nazionalpopulismo, che vediamo dappertutto con Bolsonaro in Brasile e che ha la manifestazione più visibile nel signor Donald Trump, se non si capisce perché il fascismo è stato affascinante non si può attaccare quell'ideologia. Non basta dire Hitler era un mostro. Non era un extraterrestre. No, era un uomo, ma un uomo terribile. Se non si capisce perché ha affascinato non solo la Germania ma la metà del mondo, Hitler sarà di nuovo presente, una versione nuova di Hitler. L'unico modo per evitare che questo si ripeta è avere un genio, un Dostoevskij, uno Shakespeare, un Cervantes che scriva di questo, che si chieda perché il fascismo è stato affascinante. Questo è quello che fa la grande letteratura. Il romanzo è uno strumento ideale per capire. Quando ero giovane ed ero uno scrittore postmoderno pensavo che la letteratura non fosse utile. Ora penso sia molto utile, ma non deve volerlo. Se la letteratura vuole essere utile diventa propaganda e pedagogia e smette di essere utile».

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