Il ceo di Sergio Rossi

«Cerco l’alchimia tra scarpe iconiche e contemporaneità»

Riccardo Sciutto ha rilanciato l'azienda di alta gamma di San Mauro Pascoli e sta approfittando della «pausa forzata» per affinare le strategie di medio e lungo periodo

di Giulia Crivelli

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La boutique Sergio Rossi aperta di recente a Shanghai

Riccardo Sciutto ha rilanciato l'azienda di alta gamma di San Mauro Pascoli e sta approfittando della «pausa forzata» per affinare le strategie di medio e lungo periodo


4' di lettura

Il 2020 era iniziato nel migliore dei modi per Riccardo Sciutto. E per la Sergio Rossi, eccellenza del distretto delle calzature romagnolo. «Tra i molti progetti ai quali stiamo lavorando c’è quello delle scarpe da uomo: in passato il marchio le aveva fatte, ma negli ultimi tre anni ci siamo concentrati soprattutto sul rilancio della parte donna – spiega Sciutto –. In gennaio però abbiamo approfittato di Pitti Uomo, la manifestazione dedicata ad abbigliamento e accessori da uomo che si tiene due volte all’anno a Firenze. È il palcoscenico migliore per presentare una novità o un ritorno, al pubblico italiano e internazionale di buyer». Un lancio perfettamente riuscito, accompagnato dall’apertura di corner dedicati in Giappone, un mercato da sempre strategico per Sergio Rossi. Dopo poche settimane però è arrivato il cigno nero, l’evento imprevedibile che ora sta bloccando il mondo. «Pitti è stata di fatto l’unica manifestazione legata alla moda e al lusso a salvarsi dal coronavirus– ricorda il ceo di Sergio Rossi – perché si è tenuta dal 6 al 10 gennaio. Sulla fashion week donna di Milano, appena un mese dopo, si allungavano già le ombre della pandemia: le sfilate dell’ultimo giorno, quelle di Laura Biagiotti e Giorgio Armani si svolsero a porte chiuse e l’evento di Moncler Genius che avrebbe dovuto essere aperto al pubblico fu cancellato. A quel puntofu chiaro a tutti che il 2020 avrebbe preso una piega diversa da come ci saremmo aspettati».

Le prime reazioni
Sergio Rossi produce tutto in Italia, nello stabilimento (che per molti versi assomiglia più a un laboratorio) di San Mauro Pascoli, vicino a Cesena. La fabbrica si è fermata, come da disposizione del Governo, e i negozi in giro per il mondo sono stati chiusi. «La globalizzazione e in particolare l’accelerazione che hanno avuto i cicli produttivi, distributivi e della comunicazione hanno insegnato a tutti noi a reagire in fretta a ogni segnale del mercato – sottolinea Sciutto –. Un allenamento che a me e credo a molti altri manager è servito in questa emergenza. Percepito il pericolo sanitario, la prima reazione è stata quella di mettere in sicurezza i lavoratori. Mentre chiudere i negozi protegge dipendenti e clienti. Ora la sfida, in vista della fase 2 e della ripresa delle attività produttive e commerciali, è fornire altrettanta sicurezza. È uno dei temi sui quali stiamo lavorando e tutti, in azienda, stanno fornendo contributi. Un brainstorming di idee e proposte che ci aiuta a sentirci una comunità e a guardare con speranza, quasi entusiasmo, al futuro».

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I traguardi raggiunti
Sciutto è amministratore delegato dal 2016: pochi mesi prima l’azienda era stata acquisita da Investindustrial – gruppo fondato e guidato da Andrea Bonomi – da Kering (all’epoca Gucci Group), colosso del lusso francese secondo solo, per fatturato, alla Lvmh di Bernard Arnault. Sciutto e Investindustrial sono riusciti, in poco più di tre anni, dove Kering aveva fallito: rilanciare un marchio storico che oggi ha (ri)trovato il suo posto tra i nomi più noti e apprezzati delle calzature di lusso. Il 2019 si è chiuso con ricavi per poco meno di 70 milioni: un bel traguardo rispetto ai 24 milioni del 2001, un anno dopo la vendita ai francesi.

«L’azienda ha più di 70 anni di storia e il suo fondatore, Sergio Rossi, scomparso all’inizio di aprile a 84 anni, è una leggenda del distretto e del settore – ricorda Sciutto –. Lo è stato tutta la vita, perché unì le qualità dell’imprenditore a quelle di creativo. Suo padre era un artigiano e nell’anima lo è sempre rimasto anche lui, con una visione globale però. Fu grazie a lui e alcuni altri grandi imprenditori coraggiosi, che la zona divenne un piccolo grande polo dell’alta gamma famoso nel mondo. Quando le basi sono così solide, rilanciare un marchio è un’impresa non solo possibile, ma entusiasmante». Sciutto ha rinnovato senza stravolgere. La fabbrica è stata ristrutturata e ingrandita, i negozi hanno avuto un restyling; la comunicazione, digitale e tradizionale, è stata rivista e potenziata.

Un archivio «in progress»
«Ma ciò di cui sono più fiero è la ricostruzione dell’archivio, un patrimonio per noi, per il distretto e per l’intera cultura manifatturiera italiana – dice Sciutto –. Finita una prima fase, invitammo Sergio Rossi a vedere il lavoro che avevamo fatto: non metteva piede in azienda da molti anni, credo da quando aveva venduto a Gucci. Vidi soddisfazione, commozione, gioia, nei suoi occhi. E da allora non abbiamo mai smesso di tenerci in contatto, anche per aggiornarlo su come procede il progetto dell’archivio. Penso che continuerà ad ampliarsi, raccogliamo componenti e calzature di ogni fase di crescita dell’azienda, dagli anni 50 in poi, per creare l’alchimia tra passato e futuro».

Tra le innovazioni di prodotto c’è la collezione «sr1», calzature che non hanno stagione e possono essere riproposte per tutto l’anno e per tanti anni. «Questa emergenza e pausa forzata sicuramente avrà delle conseguenze sull’offerta nei negozi, quando riapriranno: è probabile che, come già sta succedendo online, molti prodotti verranno scontati. Ma spero davvero che nessun marchio “salti” la primavera-estate per proporre direttamente le collezioni autunno-inverno. Ogni capo di abbigliamento, scarpa, borsa, accessorio, nell’alta gamma in particolare, ha richiesto mesi di lavoro di progettazione e poi creazione. È insensato che tutto questo vada sprecato e che si pensi di poter riprendere come niente fosse».

Secondo Sciutto non sarà solo una questione di ripianificare le strategie commerciali e distributive di breve termine. «Mi piace la tecnologia e per molti anni, me ne rendo conto ora, ho assecondato la velocità che il sistema sembrava imporre a tutti. Sono abituato a fare decine di viaggi intercontinentali all’anno e a una perenne connessione a internet. Ma mi chiedo, e non credo di essere il solo: sono ritmi sostenibili? Sono davvero l’unico modo per lavorare, produrre, creare ricchezza e, naturalmente, per fare sognare le persone? Non penso. L’uscita dall’emergenza sarà graduale e sono convinto che porterà tutti, persone e aziende, a una valutazione più attenta e responsabile di ciò che vogliamo e di cui abbiamo davvero bisogno per sentirci a nostro agio nelle nostre vite e nel mondo».

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