LA RICERCA

Cervelli in fuga, controesodo spinto da Covid e sgravi fiscali

Uno su 4,3 fra lavoratori e ricercatori emigrati all'estero vuole tornare nel Mezzogiorno, anche per avvicinarsi alla famiglia e grazie alla possibilità di uno sconto fiscale fino al 90%

di Vera Viola

Uno su 4,3 fra lavoratori e ricercatori emigrati all'estero vuole tornare nel Mezzogiorno, anche per avvicinarsi alla famiglia e grazie alla possibilità di uno sconto fiscale fino al 90%


5' di lettura

L’epidemia da Covid induce una parte consistente dei giovani emigrati all’estero per motivi di studio e di lavoro a prendere in considerazione un ritorno “a casa”. Gli studenti si riorganizzano in vista della opportunità di seguire lezioni on line da remoto, i lavoratori in smart working in molti casi hanno già lasciato la casa in affitto delle città del nord o dei Paesi europei per ritornare nelle città del Mezzogiorno, chi all’estero aveva trovato lavoro ora ripensa alla scelta fatta.

Del fenomeno dà conferma la Ricerca «COVID-19 - L’impatto sui giovani talenti», condotta dal Centro Studi Pwc su iniziativa congiunta di Talents in Motion e Fondazione Con il Sud. La ricerca, condotta nel pieno della fase acuta della pandemia attraverso la piattaforma Linkedin, aveva l’obiettivo di comprendere come la pandemia avesse influenzato stili di vita, percorsi professionali e aspettative dei talenti italiani con un profilo internazionale. E giunge a conclusioni interessanti. Una in particolare: 1 talento su 5 pensa di tornare in Italia, 1 su 4,3 sta per tornare nelle regioni del Sud. Si parla di South Working come di un trend in crescita, favorito tra l’altro da agevolazioni fiscali introdotte dal Decreto Crescita nel 2019 e che prevedono la riduzione dell'imponibile del 70% e del 90% se la residenza viene trasferita in una delle regioni del Mezzogiorno (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sardegna e Sicilia).

Elevato il numero di risposte che i ricercatori di Pwc hanno ricevuto: 1.104, e ciò conferma quanto il tema del brain drain (la fuga di cervelli) sia sentito proprio dai giovani talenti italiani. Il campione della ricerca comprendeva il 95% di residenti all’estero in Paesi europei (30% in UK), il 74% di età compresa tra i 18 e i 35 anni, il 57% uomini e il 43% donne, l’83% con laurea e master e il 7% con dottorato. E ancora, il 40% degli intervistati sono sposati, il 60% non ancora; il 14% con figli e l’86% senza.

Per tutti la pandemia è stata l’occasione per ripensare alla scelta fatta di emigrare. Con quali conclusioni? Per il 23% dei giovani coinvolti nell’indagine (1 su 4,3) «il COVID-19 ha accresciuto la propria propensione a tornare nel Mezzogiorno d’Italia» (il 20% nell’intero Paese).

Prima della primavera 2020 – recita lo studio di Pwc – si pensava di ritornare nelle città di origine solo avendo la certezza di poter migliorare retribuzione e livello di carriera; oggi questi obiettivi di vita perdono smalto.

Se nel 2019, infatti, il 48% lasciava l’Italia per ragioni di carattere economico; il 34% sarebbe tornato in Italia solo a fronte di una posizione più prestigiosa o remunerata; e il 31% riteneva che le limitate prospettive di carriera rappresentassero un freno al rientro, dopo il Covid -19 sono cambiate le priorità degli italiani. Così oggi per l’83% dei giovani meridionali emigrati (82% degli italiani) il desiderio di stare vicini ai propri cari viene definito “un fattore molto rilevante”.

«Questi dati ci dicono che è cambiata la scala dei valori dei nostri giovani _ dice il direttore dell’ufficio studi di Pwc, Sandro Bicocchi _ in questo senso il Covid ha inciso profondamente sulle scelte dei giovani italiani. Essi oggi sono più attratti dalle regioni del Sud Italia, sia perché finora sono state meno colpite dalla pandemia, sia perché hanno conservato stili di vita molto diversi da quelli delle metropoli europee».

Anche tra i talenti più internazionalizzati e residenti all’estero, il 28% dei meridionali e il 20% degli italiani hanno sospeso il lavoro o addirittura lo hanno perso. A questi si aggiunge il 60% che è in smart working. In altre parole – dicono gli economisti che hanno curato lo studio – Il COVID-19 ha comportato un gran numero di ore di cassaintegrazione e licenziamenti, anche nei Paesi dove i talenti italiani si erano trasferiti nella convinzione di trovare migliori opportunità lavorative. Oggi, la crisi simmetrica che ha colpito i Paesi occidentali potrebbe quindi penalizzare l’attrattività dei principali competitor dell’Italia e incentivare il ritorno nel nostro Paese». Nonostante la crisi e la previsione che si perderanno ancora numerosi posti di lavoro, il 48% dei giovani meridionali e il 50% in tutto il Paese ritengono che si creeranno opportunità in nicchie settoriali, nelle quali potranno trovare opportunità lavorative.

L’interesse per l'Italia e il Mezzogiorno da parte dei talenti che erano emigrati si poggia anche sul fatto che, secondo la Ricerca di Pwc, «le azioni messe in campo dal governo italiano per rispondere alla crisi Covid-19 sono percepite come maggiormente efficaci di quelle dell’Unione Europea». Anzi, la risposta del governo italiano è diffusamente percepita come una delle migliori dopo quella tedesca.

Si ci aspetta grandi cambiamenti negli stili di vita e soprattutto in ambito lavorativo. Ma allo stesso tempo, i talenti italiani che si reputano in grado di lavorare in smart working, temono che l’Italia non sia pronta a livello di competenze, organizzazione aziendale e infrastrutture. I talenti intervistati ritengono a larga maggioranza che lo smart working possa avere effetti positivi su ambiente, benessere e produttività. Il 73% dei talenti italiani del Sud vorrebbe che lo smart working diventasse complementare all'attività in ufficio e il 15% che diventasse la modalità di lavoro prevalente. Meno del 2% vuole abbandonare lo smart working.

«L’interesse a tornare c’è e rappresenta una opportunità da cogliere – commenta Carlo Borgomeo, presidente di Fondazione Con il Sud che ha promosso la ricerca e ha che ha pubblicato bandi per il rientro di talenti – Ora l’incontro tra questo tipo di domanda e offerta di lavoro va favorito. Non basta una piattaforma ma servono azioni concrete di promozione e incontro con le imprese italiane». Fondazione Con il Sud crede nel contributo che i giovani talenti possano dare allo sviluppo del Mezzogiorno e per questo motivo appoggia il movimento South working nato in Sicilia nei mesi successivi al lockdown.

Anche le Università studiano il fenomeno e cercano di prevederne gli sviluppi, avendo a cuore la possibilità di un controesodo anche tra gli studenti.

«L’attenzione dei talenti emigrati verso il Mezzogiorno rappresenta una grande opportunità per queste aree», osserva Gaetano Vecchione, professore di Economia alla Università Federico II. Vecchione è autore di diversi studi sulla fuga di cervelli e oggi è nel gruppo di lavoro “Universita e diseguaglianza” del Ministero dell’Università e della Ricerca. «I dati sulle immatricolazioni saranno disponibili a fine anno e solo allora potremo avere un quadro chiaro. Per quest’anno potremmo registrare dei casi di rientro, oppure addirittura un calo se gli atenei stranieri e del Nord incrementeranno le lezioni a distanza». Quanto a chi era emigrato per lavorare all’estero, «la scommessa sta nell’offrire servizi e migliorare la qualità della vita: banda larga, ma anche asili, scuole, sanità. In questi settori il Sud resta carente anche a causa di una distribuzione di risorse che lo penalizza da molti anni».

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