L’INTESA DELLE POLEMICHE

Ceta: cos’è l’accordo Ue-Canada e perché sta facendo discutere


Agroalimentare italiano, le garanzie del Ceta

3' di lettura

Sta salendo la tensione sul Ceta, l’accordo di libero scambio Ue-Canada approvato dall’europarlamento nel 2017 e in attesa di ratifica da parte degli Stati membri. Il vicepremier, Luigi Di Maio, ha minacciato di «rimuovere» i funzionari che difendono la partnership, sposando la posizione adottata anche dal ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio. L’aut aut ha fatto insorgere opposizione e imprese, preoccupate da un veto che rischia di affossare un canale di scambio giudicato favorevole all’Italia. «Sarebbe un grave errore non ratificarlo» ha fatto notare Vincenzo Boccia, il presidente di Confindustria.

1) Ma cosa sarebbe il Ceta?
Il Ceta, sigla di Comprehensive economic and trade agreement, è un accordo commerciale fra Unione europea e Canada. Il testo è già stato approvato del Consiglio europeo (l’organo che riunisce i vari governi governi dei paesi Ue) e successivamente, nel febbraio 20017, dall’Europarlamento: l’assemblea dei rappresentanti eletti dai cittadini, contitolare del potere legislativo insieme al Consiglio dei ministri. Ora si attende la ratifica degli Stati membri, il passaggio che manca per rendere l’accordo del tutto applicabile. Fino ad allora il testo resterà valido in forma «provvisoria» (e solo in parte).

2) Che cosa comporta l’accordo?
Tra i capisaldi dell’intesa ci sono l’abbattimento dei dazi, la semplificazione degli investimenti (aprendo i rispettivi mercati alle imprese dell’uno o dell’altro partner) e la tutela di prodotti agroalimentari, fissando dei parametri di tutela più stringenti: un vecchio problema per le nostre specialità, come formaggi o vino, assediati dalla concorrenza sleale di imitazioni all’insegna dell’italian sounding . Proprio la Penisola vanta un legame commerciale robusto con l’economia canadese: nel 2017, secondo dati del governo locale, il Canada ha importato dall’Italia beni per 8,1 miliardi di dollari, contro 2,3 miliardi di dollari di beni canadesi importati dal nostro paese (un saldo positivo di oltre 6 miliardi di dollari). Quasi il 40% del nostro export è rappresentato da macchinari, veicoli (pezzi, motori) e bevande (quinto mercato di destinazione globale per il vino italiano, con acquisti per 333 milioni di euro nel solo 2017).

3) Quali sono i vantaggi?
A dire dei suoi promotori, il Ceta dovrebbe produrre benefici a tutto raggio sull’asse tra Canada ed Europa. L’eliminazione dei dazi favorisce per sua natura un aumento degli scambi, eliminando le tariffe sul 92% delle esportazioni; l’apertura dei mercati significa facilitare l’ingresso di un’azienda europea in Canada (o viceversa), mentre le Pmi saranno tutelate, ad esempio, da misure a protezione di specialità agroalimentari minacciate da contraffazione (l’accordo mette sotto tutela 143 indicazioni geografiche europee, incluse il formaggio Roquefort, l'aceto balsamico di Modena e il formaggio olandese Gouda). Ci sono novità anche sul fronte della circolazione dei cittadini. Senza arrivare alla libertà di movimento assoluto, come quella nella Ue, sono previste semplificazioni per lo “scambio” di professionisti da un paese all’altro. Come scrive la Commissione europea, «per i dipendenti delle imprese e per altri professionisti sarà più facile lavorare sull'altra sponda dell'Atlantico e per le aziende sarà più semplice trasferire temporaneamente il personale tra l'Ue e il Canada».

4) E gli svantaggi?
Le critiche al Ceta si concentrano sia sul metodo di contrattazione (i negoziati si sono svolti a porte chiuse) sia sul grado effettivo di «tutela» dell’accordo, ritenuto insufficiente. Il timore espresso in Italia, anche dal ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio, è che diversi prodotti di qualità del made in Italy siano «lasciato indietro» rispetto a una lista preconfenzionata di 143 indicazioni geografiche. Più in generale, sempre usando la parole di Centinaio, si teme un’impostazione troppo incline alla «globalizzazione», penalizzando le produzioni locali in favore dei grossi gruppi commerciali.

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