guerre commerciali

Ceta, perché il no dell’Italia farebbe saltare l’accordo Ue-Canada

di Marina Castellaneta e Gianluca Di Donfrancesco

Agricoltura italiana sotto tiro, Centinaio: "Contrattaccare"

3' di lettura

Il destino dell’accordo commerciale tra Ue e Canada è nelle mani dell’Italia. L’annuncio del ministro delle Politiche agricole, Gian Marco Centinaio, di non voler ratificare il Ceta così com’è, rischia di bloccarne l’entrata in vigore. Se seguiranno decisioni concrete (e tra gli schieramenti politici il no al Ceta gode di consensi che superano la maggioranza formata da Lega e M5S), salterebbe l’intero accordo e ne verrebbe revocata anche l’applicazione provvisoria, scattata il 21 settembre del 2017, per quanto riguarda le misure di politica commerciale (come l’azzeramento dei dazi).

Al momento, la sola parte in sospeso è quella sugli investimenti, che appunto chiama in causa la ratifica dei 28 Stati membri. Il Canada, per parte sua, ha già ratificato il 16 maggio 2017.

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Nuovo fronte Ue

La posizione del Governo italiano apre all’interno della Ue un nuovo fronte. Il Ceta è un accordo misto, di conseguenza perché assuma piena efficacia è necessaria la ratifica dei singoli Stati membri e poi dell’Unione. Il sistema previsto dall’articolo 218 del Trattato sul funzionamento della Ue è incentrato sulla stretta collaborazione tra istituzioni e Stati, ma negli accordi misti, il potere di ratifica degli Stati è intatto: pur nel rispetto del principio di leale cooperazione, gli Stati restano titolari di una sorta di veto sulla piena attuazione dell’accordo.

Il tramonto degli accordi misti
L’eventuale no dell’Italia avrà effetti su larga scala, perché non solo impedirà l’entrata in vigore dell’accordo, ma potrebbe segnare il destino degli accordi commerciali di nuova generazione, che, accanto alle disposizioni su dazi e barriere non tariffarie, fissano regole in materie come proprietà intellettuale e investimenti. Questo perché, in considerazione dei lunghi tempi dei processi di ratifica, con gli inevitabili cambi di scenari politici interni, si rischierebbe di vanificare gli accordi.

Per la verità, la Commissione Ue sembra già rassegnata a tornare sui suoi passi e ad abbandonare questi accordi, ambiziosi ma complessi, tornando a prediligere trattati di natura propriamente commerciale, che non hanno bisogno della ratifica degli Stati nazionali.

La Corte di giustizia Ue, nel parere n. 2/15 sull’accordo di libero scambio con Singapore, ha confermato che i trattati di nuova generazione, che ad aree di competenza esclusiva affiancano aree a competenza concorrente, non possono essere classificati come trattati «solo Ue»: serve sempre la ratifica da parte di tutti gli Stati.

Addio al Ceta

Il Ceta non contiene esplicite disposizioni sugli effetti di una mancata ratifica da parte di uno Stato Ue e non esistono precedenti. Tuttavia, sugli effetti di un eventuale no alla ratifica si è pronunciato il 1° marzo del 2017, il commissario per il Commercio, Cecilia Malmström, che, in risposta a un’interrogazione di un eurodeputato, ha dichiarato che in presenza di ostacoli alla ratifica sul piano nazionale, l’accordo non può entrare in vigore. Non solo. L’applicazione provvisoria dovrebbe immediatamente cessare.

Una conferma arriva dalla Dichiarazione del Consiglio nel momento dell’approvazione del Ceta (documento 13463/1/16). In caso di mancata ratifica – osserva il Consiglio - per motivi dovuti agli ordinamenti statali, incluso l’eventuale intervento delle Corti costituzionali nazionali, l’accordo provvisorio smette di essere applicabile a seguito della notifica dello Stato interessato al Segretario generale del Consiglio Ue.

A quel punto, non rimarrebbe molto altro da fare a parte riavviare i negoziati con il Canada per stipulare un nuovo trattato sulle misure di politica commerciale, competenza esclusiva della Ue. Stralciare le norme a competenza mista (Stati-Commissione) e salvare il resto non è possibile: un accordo che nasce “misto” non può essere trasformato.

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