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Champions ed Europa League, finali tutte inglesi: è una Brexit al contrario

di Francesco Prisco


Sara' tutta inglese la finale di Champions League

4' di lettura

E meno male che il 2019 doveva essere l’anno della Brexit. Non solo il Regno Unito non ha lasciato l’Ue entro il termine del 29 marzo stabilito da precedenti accordi, ma ha occupato manu militari Champions League ed Europa League, le due massime competizioni calcistiche europee: sul primo versante avremo una finale Tottenham-Liverpool, sul secondo Chelsea-Arsenal. Mettiamola così: se Brexit doveva essere, è stata una Brexit al contrario che, da un lato, ha valorizzato il modello Premier League, perfetta sintesi di imprenditorialità e pallone, dall’altro ha buttato fuori dall’Europa le vecchie potenze continentali.

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C’è grossa crisi
Al di qua della Manica a quanto pare c’è grossa crisi. Spagna, Germania e ciò che resta dell’Italia calcistica, infatti, che fanno? Si contendono attempati top player tirandoli per la casacca tra aumenti milionari e irrealistici prolungamenti di contratto, intrattengono dotte disquisizioni su tornei da rivoluzionare e metafisiche super leghe da costituire, le finali però quest’anno se le guardano in Tv. C’era da aspettarselo: il ciclo quinquennale della Spagna (quattro volte Real Madrid, una Barcellona) si è chiuso e pure per motivi anagrafici, i movimenti di Germania e Italia appaiono troppo schiacciati sul potere monocratico di Bayern Monaco e Juventus, in Francia, nonostante i miliardi investiti, il Paris St. Germain non è mai sbocciato e allora eccovi il vuoto. Nel quale ha provato a infilarsi la variabile impazzita dell’Ajax. Ma alla fine, come in Formula 1, ha vinto la macchina meglio costruita. Che si chiama Premier League e non si imponeva in Champions dalla stagione 2011-2012 (Chelsea) e in Europa League dal 2016-2017 (Manchester United).

Il Liverpool festeggia sotto la curva dopo aver battuto il Barcellona (Afp)

Premier, strapotere nei ricavi
A volerlo spiegare con i numeri, basta aprire l’ultima edizione della Deloitte Annual Review of Football Finance e lo strapotere inglese si capisce facile: la Premier League, in virtù di 5,3 miliardi di ricavi, è il campionato più ricco del mondo, staccando di gran lunga Liga spagnola al (2,9 miliardi), Bundesliga (2,8 miliardi), Serie A (2 miliardi) e Ligue 1 francese (1,6 miliardi). Ma è il profilo delle quattro finalsite espresse dalla Premier a rendere bene l’idea del fatto che al di là della Manica, in questo particolare momento storico, si godono lo spettacolo migliore.

Festa Tottenham per la vittoria sull’Ajax (Afp)

Quattro club «multinazionali»
Stiamo parlando di quattro società controllate da multinazionali. Il Liverpool è di proprietà del gruppo americano Fenway Sports, il Tottenham del fondo d’investimento Enic Group, il Chelsea del magnate russo Roman Abramovič, mentre l’Arsenal è in mano alla holding statunitense Kroenke Sports & Entertainment. L’appetibilità internazionale dei club inglesi c’entra col fatto che l’Inghilterra, Brexit o no, resta snodo fondamentale della finanza globale. Oltre che col fatto che i club inglesi, tra i famosi stadi di proprietà, diritti Tv e merchandising, rappresentano reali opportunità di business per chi investe.

L’Arsenal supera il Velencia e va in finale di Europa League (Afp)

Come l’Italia del 1990
Aspetto simpatico: nessuna delle finaliste è in vetta alla massima serie inglese. In Premier il gradino più alto del podio, per ora, è occupato dal Manchester City di Pep Guardiola. Se dovesse vincere, la fotografia dell’Inghilterra del 2019 ricorderebbe un po’ quella dell’Italia del 1990, quando il Milan si prendeva la Coppa dei Campioni, la Sampdoria la Coppa delle Coppe, la Juventus la Coppa Uefa e il Napoli lo scudetto. Nazionale italiana terza ai Mondiali.

Un campionato più «democratico»
Se il City dovesse vincere: il punto è questo. Perché il campionato inglese, a una giornata dal termine, non è ancora chiuso. Il Liverpool, a quota 94 punti, tallona i Cityzens a 95. Stiamo parlando di un torneo molto più competitivo e, soprattutto, «deomocratico» rispetto a quello cui siamo abituati: nelle ultime dieci stagioni ha vinto quattro volte il Manchester United, tre il City, due volte il Chelsea e una addirittura l’eccezione assoluta del Leichester allenato da Claudio Ranieri.

Sarri, Jorginho e Zola: un po’ d’Italia in finale di Europa League con il Chelsea (Afp)

La grande astinenza di Liverpool e Tottenham
Altro aspetto interessante, a guardare la finale di Champions, è che il Liverpool non vince lo scudetto da 29 anni (1989-1990), il Tottenham nella sua storia ne ha vinti soltanto due, l’ultimo addirittura 58 anni fa (1969-1961). Chi avrebbe pronosticato questa finale a settembre scorso? Nessuno, malgrado il Liverpool avesse ben figurato nella precedente edizione della competizione arrivando sino alla fine. Un pronostico del genere sarebbe suonato piuttosto naif, fuori dal mondo, quasi a dire che a Madrid se la sarebbero giocata Roma e Napoli. E questo è un punto importante: gran parte del potere immaginifico del calcio sta nella sua capacità di stupire e la Premier, con tutti i miliardi che girano, ci riesce ancora.

La piccola Italia
Come ci consoliamo noi piccoli italiani, orfani di quello che fu il campionato più bello del mondo? Se proprio vogliamo vedere il proverbiale bicchiere mezzo pieno, il Napoli è uscito dalla Champions contro il Liverpool e dall’Europa League contro l’Arsenal, l’Inter è illustre vittima del Tottenham, il Chelsea è allenato da Sarri che l’anno scorso sfiorò l’impresa sotto il Vesuvio, ma si tratta di consolazioni piuttosto magre. A chi la vuoi vendere una Serie A che, quando può, ricorre all’indebitamento, non sa programmare e nonostante i proclami ministeriali continua a essere ostaggio dei gruppi ultras?

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    Francesco PriscoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: italiano, inglese

    Argomenti: economia della cultura e dell'entertainment, musica, libri, cinema, cultura, società

    Premi: Premio Giornalistico State Street 2018 - Categoria: Innovation

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