le sfilate di parigi

Chanel e Miu Miu esaltano la sorellanza di montagna, Paco Rabanne evoca gli anni 80

di Angelo Flaccavento

Il finale del video Chanel

3' di lettura

Il topos è oramai abusato, forse un po' logoro, ma il tema della gang di donne forti che si sostengono a vicenda, o sorority che dir si voglia, in passerella tiene ancora - e non solo lì, sia chiaro. La penultima giornata di fashion week parigina è tutta all'insegna del potere al femminile, con esiti, va detto, altalenanti. Sono, curiosamente, avventure vestimentarie per lo più montane, anche fuori contesto: le chiama la stagione, certo, ma un occhio ai successi inarrestabili del piumino fashion per come lo ha reinventato Moncler lo gettano tutti. È la legge del mercato: Remo Ruffini ha stabilito un benchmark.

Da Chanel, Virginie Viard immagina un misto, che filo logico non ha, di montagna e chic parigino da manuale, che presenta con un video, ambientato in un nightclub, non meno privo di sceneggiatura. Per usare una metafora culinaria, non è un pranzo mare e monti, ma un guazzabuglio tipo coniglio con le cozze. Tra minigonne e abitini a trapezio, trasparenze infingarde e giacchini di pelo, trench dorati e salopette trapuntate, e i moon boot per ogni dove, la collezione convince poco.

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Chanel

La citazione diretta di una prova di Karl Lagerfeld di identico tema, ma con ben altro svolgimento, non aiuta. Non si capisce la necessità del nightclub, ma, incongruenze a parte, è la moda a non decollare. I capi sono realizzati con attenzione, certo, ma la scintilla non si accende: sono “roba”, quando da Chanel ci si aspetta altro.

Miu Miu, uncinetti e veli fra le vette innevate

La “sfilata” di Miu Miu è una prova di resistenza che si svolge in montagna e si conclude con un misterioso rituale in circolo attorno a un fuoco acceso. Non importa con quanta fatica siano arrivate in cima, però, le modelle riescono sempre e solo a sfilare, anche se le piazzano sull'orlo di uno strapiombo. Poco male: l'effetto scenico è notevole, e la scelta della lingua fashion show consapevole.

Miu Miu

Le sfilate en plein air in scenari sublimi non sono certo una novità: dai campi di lavanda di Jacquemus al deserto di Saint-Laurent, si è spaziato abbastanza. La montagna però è una prima volta e alla signora Prada riesce bene. «Ho pensato che fosse il momento perfetto per farlo - dice Miuccia via Zoom a trasmissione conclusa -. Ha nevicato molto, non c'è nessuno e per forza di cose dovevamo fare un film». Di necessità virtù, e tutto torna. Sullo sfondo candido e selvaggio di Cortina D'Ampezzo, la pièce si intitola Brave Hearts, cuori impavidi. E in effetti ci vuole spirito intrepido per affrontare i rigori d'altra quota con la sottoveste di velo e il cappotto borchiato, o magari con la brassiere e i pantaloni trapuntati.

Chanel, la moda sfila al nightclub

Chanel, la moda sfila al nightclub

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Il pelo abbonda, ma solo sulle estremità, mentre anche i piumini sono realizzati a crochet, come i bikini. È la lingua postmoderna e traslitterante che Miu Miu ha messo a punto in tempi non sospetti: lo sconvolgimento della funzione con un cambio di materia; il rifiuto del bieco pragmatismo a favor di purovisibilismo. Sono in molti oggi ad essersi appropriati di procedimenti simili - Gucci, su tutti - ma alla signora Prada va riconosciuta la genitura, e con quella la capacità di piegar cotanta lingua ai propri voleri, anche quando tutto il discorso suona un po' di maniera. Il messaggio di ricongiungimento agli elementi arriva, e basta quello; i vestiti hanno carattere.

Paco Rabanne

Da Paco Rabanne si assiste, ormai da tempo, a una espansione linguistica. Il futurismo metallurgico che fu di Paco, nelle mani del direttore creativo Julien Dossena ha trovato nuove e inattese declinazioni: alcune convincenti, altre meno. Il confino forzato questa stagione spinge Dossena alla ricerca di un edonismo compensatorio e compiaciuto, che per forza di cose, e forse prevedibilmente, assume una declinazione anni Ottanta: spalle generose, vite strizzate, pullover gioiello e opulenze da signorina che balla in cameretta. Divertente per chi ai tempi non era nemmeno nato; per tutti gli altri, incredibilmente letterale.

In tema di derivazioni letterali, da Ann Demeulemeester è tempo di rilancio. Ann, regina belga del nero poetico ma deciso, una Armani tagliente dallo spleen anversese, ha da tempo lasciato il timone del marchio che porta il suo nome, diventato di recente, dopo alterne vicende, proprietà di Dreamers Factory di Claudio Antonioli. Antonioli è un fan di Ann; il suo intento è di riportare tutto agli splendori dell'apogeo, tra i Novanta e i primi Duemila. La collezione convince perché è ligia sotto ogni aspetto, dalla morbidezza sartoriale allo sfinimento di un video inutilmente lungo, alla palette bianca e nera. Ann cambiava molto non cambiando mai. Questo è un atto rifondativo, ma la moda adesso richiede altro e sarà interessante vedere in quale direzione Antonioli e team porteranno l'azione. Ripetere la formula ad nauseam vuol dire andare sul sicuro, ma non lontano.

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