Il Graffio del Lunedì

Che cosa succede ai ragazzi di Mancini? Gli azzurri e la maledizione del gol

Gli Svizzeri a Basilea ci hanno inchiodato sullo zero a zero: solo tre mesi fa gli avevamo rifilato tre schiaffi che ancora adesso gli fanno male

di Dario Ceccarelli

(Epa)

4' di lettura

Ma cosa diavolo succede ai ragazzi di Mancini? Gli hanno fatto un sortilegio? Qualche misteriosa magia che li blocca quando devono far gol? Diamogli una mano, chiamiamo un buon psicologo che gli ricordi che sono pur sempre i campioni d'Europa, gente tosta che ha battuto gli inglesi, gli spagnoli, i belgi. E che agli stessi Svizzeri, che a Basilea ci hanno inchiodato sullo zero a zero (secondo pareggio consecutivo dopo quello con la Bulgaria), solo tre mesi fa gli avevamo rifilato tre schiaffi che ancora adesso gli fanno male.

Azzurri senza gol

Non è passato un secolo. Eppure non riusciamo a far un gol neanche a piangere. Neanche su rigore come è successo a Jorginho all'inizio della ripresa. Un tiro fiacco e telefonato, quello del nostro play dai capelli color giallo metallizzato, che Sommer ha neutralizzato come se bevesse un aperitivo. E Berardi? Lanciato da Locatelli, completamente libero, doveva solo metterci la firma. Macché, anche lui ipnotizzato dai tentacoli di Sommer.

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Una piovra svizzera è davvero novità. Hanno già l'orso, gli orologi, il cioccolato, i coltellini e le banche. Ora gli svizzeri ci fregano anche con la piovra, che di solito è cosa nostra. Anche Insigne, lo scugnizzo dal “tiraggiro” non ce l'ha fatta. La prima volta il suo destro è uscito di mezzo metro, la seconda è stato stato bloccato dai soliti tentacoli di Sommer. Alla fine Mancini, pur di chiudere la partita, li ha fatti entrare tutti: Zaniolo, Chiesa e Verratti. Tutto inutile, anche con la meglio gioventù siamo rimasti a secco.

Ci vuole più cattiveria

«La palla non entra, ci vuole più cattiveria» ha detta lo sconsolato Mancini che in panchina aveva urlato come un matto per ricordare a Immobile che fare dei gol per, un centravanti, non è una opzione secondaria da sfruttare solo con la maglia della Lazio. Non c'è stato verso. Ciro è fedele. E segna solo in modalità bianco celeste.

Fossimo nella boxe, a Basilea avremmo vinto ai punti. Però, siccome nel calcio le regole sono diverse, ora bisogna mettersi a fare i conti per capire come arrivarci a questo benedetto Mondiale in Quatar che si svolge tra 14 mesi. Gli azzurri, che il prossimo mercoledì giocheranno contro la Lituania, sono primi a 11 punti seguiti dagli svizzeri a quota sette. Solo che gli elvetici hanno giocato due partite in meno. Quindi per evitare brutte sorprese bisognerà batterli a Roma il 12 novembre. E nel frattempo bisognerà mettersi a far dei gol. E possibilmente vincere. Non basta aver raggiunto il record d'imbattibilità (36 partite). Come non basta ricordare quanto siamo stati bravi a Wembley. Quel sogno l'abbiamo realizzato. Ora per realizzarne un altro bisogna svegliarsi di nuovo.

Guardando le Paralimpiadi

Archiviato il tema della nazionale, torniamo, come direbbe Jovanotti, al più grande spettacolo dopo il bing bang. Spettacolo di cui non abbiamo ancora ben realizzato la portata. E cioè gli ultimi colpi di coda di questa incredibile estate dello sport italiano con la tripletta, alle Paralimpiadi, di Ambra, Martina e Monica, le velociste italiane che hanno dominato i cento metri nel stesso stadio olimpico dove hanno trionfato Jacobs e gli altri azzurri della 4x 100. Una tripletta clamorosa che illumina una spedizione che con un bottino di 69 medaglie è la più vincente di sempre.

Ma non è finita: insieme a questa cascata di medaglie, sono arrivati i trionfi delle ragazze del Volley, diventate regine d'Europa battendo la Serbia, e gli exploit di Matteo Berrettini e Janik Sinner approdati agli ottavi degli Us Open.

È forse la prima volta che discipline sportive così diverse, in particolare quelle paralimpiche (finora sempre trattate con sufficienza e paternalismo) riscuotono un così clamoroso interesse riuscendo perfino a distrarci dal totem del campionato di calcio.

Sono emozioni incredibili quelle che ci hanno regalato Jacobs e i suoi fratelli paralimpici, ma bisogna stare attenti a non cadere nel tranello della retorica e dell'ipocrisia. Fortunatamente sono gli stessi protagonisti a metterci in guardia. Perchè dietro questi ragazzi che si impegnano con ferrea determinazione non c'è nulla di artificioso o strappalacrime. Ci sono invece storie straordinarie che dovrebbero farci riflettere sui nostri giovani, ritenuti troppo mollaccioni o sdraiati sui cellulari.

A sentire le storie personali di Ambra Sabatini, di Martina Caironi e Monica Contraffatto c'è da rimanere senza fiato. Altro che sdraiate! Queste sono ragazze che a 17 anni perdono una gamba per un incidente in moto e dopo pochi mesi si rimettono in pista con la protesi. O come Monica, ferita da un colpo di mortaio in Afghanistan, che ha il cuore di dedicare la vittoria a chi è restato a kabul.

Qualcuno dice: chi viene dalla sofferenza ha una marcia in più. D'accordo, ma qui parliamo di colpi che schianterebbero dei giganti. Invece loro proseguono come niente fosse, pandemia o non pandemia. E non sono tutti di primo pelo. Ci sono atleti, come Luca Mazzone o Francesca Porcellato, che a 50 anni e non si tormentano, come Totti e Ronaldo, per la giovinezza che fugge tuttavia.

Dagli applausi all’indifferenza

Lo diciamo con la prudenza del caso: forse in questo strano paese, che promuove ad eroe chiunque faccia solo il suo dovere, ha finalmente capito che lo sport non è solo la polemica sul rigore non dato, ma anche e soprattutto quella cosa che ti fa emozionare perché dietro a un grande risultato c'è anche un forte sacrifico. Ora siamo tutti paralimpici, commossi e partecipi degli exploit di questi ragazzi. Da buoni italiani facciamo però presto a dimenticarci che solo una scuola su tre è accessibile a chi ha disabilità e che solo il 15 % delle persone con deficit può prendere un mezzo pubblico. Bravi ad applaudire quando si vince, rapidi a tornare indifferenti nella noiosa normalità.

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