l’appello

Che fatica fare oggi lo scienziato

di Gilberto Corbellini e Michele De Luca


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5' di lettura

Negli anni Trenta, mentre infuriavano in Europa i totalitarismi, cioè mentre Hitler, Mussolini e Stalin anelavano la guerra e piegavano ricerca e innovazione a fini bellici o ideologici, alcuni scienziati e intellettuali discutevano del ruolo sociale della scienza e degli effetti che fascismo, comunismo e capitalismo avevano sulla qualità della scienza. Nel 1938 il sociologo della scienza nordamericano, Robert Merton, spiegava che l’ethos della scienza è incompatibile con le ideologie totalitarie. La scienza presuppone libertà completa, salvo che non può fare male e danni per conseguire la conoscenza: libertà di decidere cosa studiare, libertà di critica, libertà di comunicazione, libertà da condizionamenti privati e pubblici, etc. Le leggi razziali nei paesi fascisti o le teorie lyssenkoiste in Unione Sovietica, insieme alla censura e alla politicizzazione della ricerca testimoniavano del fatto che senza democrazia la scienza esisteva solo come simulacro, usato per produrre tecnologie di guerra, discriminare e assassinare persone, manipolare i fatti, etc.

Subito dopo la seconda guerra mondiale, diversi filosofi, tra i quali John Dewey e Karl Popper, e scienziati (tra i quali il Nobel Bridgman, Needham, Huxley, Polany, etc.) discussero le conseguenze dell’asservimento di diversi scienziati alle ideologie totalitarie, e conclusero che i valori della scienza e della democrazia in larga parte coincidono. Si sente spesso che la scienza non è democratica, ma questo vale se si guarda a un aspetto della democrazia, cioè il voto a maggioranza. Che i fatti non si mettono ai voti, è ovvio. Anche se in Italia è accaduto. In realtà, se parliamo di democrazie liberali, cioè volte ad assicurare e potenziare la libertà delle persone, inclusa quella scientifica, più del principio di maggioranza conta lo stato di diritto, cioè il primato della legge e la separazione dei poteri. In questo senso la democrazia è una questione di metodo e si può considerare, come diceva già Thomas Jefferson, un “esperimento scientifico”, che è iniziato quando alcuni filosofi politici, da Hobbes a Montesquieu, riconobbero nella nuova scienza uno modello razionale per progettare forme di governo efficienti e spersonalizzate per le società umane. Esiste una letteratura consistente, spesso ignorata in Italia, che dimostra – prove e correlazioni significative alla mano – che la diffusione del pensiero scientifico, ovvero del ragionamento fondato sul metodo scientifico, in età moderna è stato il principale fattore che ha migliorato le capacità cognitive e di conseguenza anche quelle morali delle persone. Questa novità ha causato quei cambiamenti economici, istituzionali, sociali e sanitari che chiamiamo progresso. Noi umani non siamo naturalmente razionali, cioè non sviluppiamo spontaneamente una capacità di pensare e giudicare criticamente. Ci ha pensato la scienza a renderci migliori.

La coevoluzione culturale della scienza e della democrazia liberale, resa possibile dalle caratteristiche biologiche del nostro cervello, implica che all’interno di regimi illiberali, dove cioè manca libertà di critica, la scienza si indebolisce e diventa lavoro routinario e non creativo. La storia già citata lo dimostra, mentre casi di censura o manipolazione dell’insegnamento dell’evoluzione darwiniana si trovano nei paesi islamici mediorientali e nordafricani, a cominciare dalla Turchia. A sua volta l’Ungheria di Orban ha recentemente bandito gli studi di genere dalle università.

La scienza non è politicamente neutrale. I fatti non hanno colore politico, ma serve una cornice di valori ben precisi perché la scienza scopra e spieghi i fatti con affidabilità. Che il governo sia progressista o conservatore è indifferente se sono garantite libertà personali e stato di diritto. Ma in un regime illiberale, totalitario o teocratico la scienza non è credibile.

Come si farà scienza ai tempi del populismo e del sovranismo? E’ una domanda legittima, perché i segnali dicono che questo sarebbe il trend politico in occidente. Intanto nei regimi illiberali si rileva una certa confusione tra scienza e credenze pseudoscientifiche, dovuta al fenomeno degli pseudoscienziati che entrano in politica o la usano o che certe tradizioni culturali (in Cina per esempio) si preferisce conservarle. Nei paesi illiberali proliferano anche gli articoli scientifici fabbricati, cioè falsi. E poi un regime illiberale riscrive sempre i fatti, soprattutto quelli storici, per costruire narrazioni funzionali alle dinamiche identitarie.

    A parte negli Stati Uniti, le comunità scientifiche sono politicamente poco influenti, cioè prive di influenza lobbistica. E in un contesto populista e sovranista diventeranno irrilevanti e oggetto di strumentalizzazioni. In Italia, inquietano le vicende del Consiglio Superiore di Sanità e dell’Agenzia Spaziale Italiana, i cui vertici sono stati azzerati in modi non trasparenti. Quello che sta accadendo è stato preparato negli anni. La comunità scientifica è stata ignorata sul piano dei finanziamenti e modalità di reclutamento, quasi sempre dati e fatti in modi tutt’altro che competitivi. E quasi irrisa quando sconsigliava di assecondare la pseudocura Di Bella, di bandire gli organismi geneticamente modificati, di vietare la fecondazione assistita e la ricerca sulle cellule staminali embrionali, di usare lo pseudotrattamento Stamina o di ascoltare le insensatezze su rischi e inutilità delle vaccinazioni.

    L’Italia è un paese dove la pseudoscienza riesce facilmente ad avere più peso politico. Almeno rispetto ai paesi anglosassoni e nordeuropei. Ancor più da quando, in modo aggressivo, si dice che la politica deve decidere su ogni materia. La conseguenza, se così fosse, sarebbe che a decidere cosa sia o meno scienza o pseudoscienza non sarebbero i risultati della ricerca, ma la volontà popolare. Magari attraverso la piattaforma Rousseau, in questo caso sì, una democrazia illiberale metterà ai voti ogm, vaccini, danni da onde elettromagnetiche, scie chimiche, omeopatia, etc.

    Diversi temi scientifici tendono a polarizzare le discussioni (destra vs sinistra) in quanto una parte di persone - che o non ha un background scientifico o è prevenuta verso la scienza - trascina la discussione sul piano ideologico. Pro o contro ogm, vaccini, cambiamento climatico, etc. Ma anche gli scienziati hanno i loro orientamenti ideologico-politici dai quali sappiamo che possono essere influenzati.

    La situazione consiglierebbe di abbassare i toni, chiedendo il rispetto dei metodi attraverso cui gli scienziati ottengono risultati controllati. Basta e avanza. Magari ricordando ai politici che l’entità degli investimenti in ricerca e innovazione, distribuiti in modi competitivi e non familisti, correla in maniera significativa con la crescita economica. Razionalmente, prima di pensare al reddito di cittadinanza, si dovrebbe avere un’idea di come mettere in moto la crescita economica.

    Il mondo scientifico italiano dovrebbe diventare consapevole, anche solo sulla base dell’esperienza con gli studenti e dottorandi, che all’Italia serve una ricalibratura dei programmi scolastici e universitari per combattere l’analfabetismo funzionale, che è la principale causa della confusione civile e morale che ci attanaglia. Dato che l’esperienza personale non è un criterio scientifico, ci si può documentare leggendo qualcuno dei rapporti OCSE sull’alfabetizzazione funzionale e le competenze, e che ci collocano agli ultimi posti, e anche a grande distanza, tra i 20 paesi più sviluppati, per livelli di capacità di lettura, di comprensione, di abilità di calcolo e di efficienza nel risolvere problemi in contesti tecnologicamente complessi.

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