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Il battaglione Azov continua a resistere. Quale destino per chi si è arreso ai russi?

Mentre Kiev punta a negoziati per riportare a casa i soldati che hanno difeso l’acciaieria di Mariupol, un gruppo di irriducibili continua a resistere

di Carlo Andrea Finotto

Aggiornato il 19 maggio 2022, ore 22:01

Ucraina, su Telegram i primi filmati della resa di Azovstal

5' di lettura

Eroi per l’Ucraina, criminali di guerra per la Russia: sono i soldati del battaglione Azov che hanno resistito per oltre 82 giorni all’interno dell’acciaieria Azovstal di Mariupol e alla fine si sono dovuti arrendere alle forze di invasione di Mosca. Anche se Kiev, e in particolare il presidente Volodymyr Zelensky, parla di «missione compiuta».

Secondo le informazioni diffuse dal ministero della Difesa russo sono oltre 1.700 i militari ucraini che si sono consegnati da lunedì 16 maggio: 694 solo tra martedì e mercoledì; altre centinaia nelle ore successive; un’ottantina quelli feriti, 51 più gravi e ricoverati in ospedale. Altri emergono ancora dai cunicoli dell’acciaieria, ma una residua resistenza sembra decisa a rimanere dentro l’acciaieria e i capi del battaglione lanciano proclami.

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Su quale sarà la sorte delle centinaia di combattenti ucraini che si sono consegnati ai russi regna l’incertezza: se Kiev parla di negoziati avviati per riportarli al sicuro grazie a uno scambio con Mosca, il fronte separatista e molte voci in Russia invocano processi e persino la pena di morte.

Secondo le autorità russe, all’interno della platea dei difensori dell’acciaieria che si sono arresi finora, i feriti sarebbero stati ricoverati. Secondo Kiev, tutti gli altri sarebbero stati portati in un centro di detenzione a Olenivka, nel territorio controllato dai separatisti filo-russi.

La situazione nell’acciaieria

«Ci sono ancora molte persone rimaste nello stabilimento Azovstal e continuiamo a negoziare per farle uscire da lì», ha dichiarato alla Bbc il vice ministro della Difesa ucraino Hanna Maliar affermando che l’operazione di salvataggio potrà ritenersi conclusa solo quando tutti i difensori di Mariupol saranno stati evacuati nei territori sotto il controllo ucraino. Anche giovedì 19 maggio, secondo i russi, altre centinaia di militari si sono arresi uscendo dai cunicoli dell’Azovstal. E la Croce Rossa sta lavorando per registrare i combattenti come prigionieri di guerra.

Denis Pushilin, capo dell’autoproclamata Repubblica di Donetsk, ha dichiarato mercoledì all’agenzia russa Tass che «i comandanti di più alto grado non sono ancora fuori dall’acciaieria di Mariupol». A questo proposito, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha aggiunto che «l’uscita dei militari ancora rimasti nei cunicoli dell’acciaieria a Mariupol» può essere considerata «solo se depongono le armi e si arrendono».

Irriducibili decisi a combattere

Intorno a ciò che rimane dell’acciaieria si sta combattendo anche una battaglia a colpi di propaganda e di proclami. Mosca ha diffuso la notizia della resa da parte del vicecomandante del battaglione Azov, Svyatoslav Palamar, ma quest’ultimo in risposta ha smentito con un video messaggio, rilanciando. «Oggi è l’85esimo giorno di guerra. Io e il mio comando siamo sul territorio dello stabilimento Azovstal. È in corso un’operazione, i cui dettagli non annuncerò».

E a confermare la volontà di continuare a combattere da parte dei militari rimasti dentro all’acciaieria, arriano anche le parole di Bohdan Krotevych, capo dello staff del reggimento Azov, che in un post su Instagram ha scritto: «La guerra non è finita, la guerra su vasta scala è appena cominciata. Dovrete diventare comandanti e assumere il controllo o scappare e poi soffrire perdite ancora più grandi. La Russia, come gli Usa, è abituata a combattere contro Paesi molto più deboli, e ogni problema veniva risolto con massicci bombardamenti d’artiglieria o raid aerei. Noi siamo più deboli nel potenziale militare, ma la fiducia in sé del nemico è la nostra carta vincente».

Il trasferimento dei soldati ucraini

Un video del ministero della Difesa russo mostra combattenti che lasciano lo stabilimento, alcuni trasportati in barella, altri con le mani alzate per essere perquisiti dalle truppe russe. I militari del battaglione Azov che si sono consegnati dopo quasi 83 giorni di resistenza e combattimenti sono stati trasferiti a bordo di numerosi autobus in un convoglio scortato da veicoli corazzati russi. Cinque di questi mezzi hanno portato i feriti a Novoazovsk, la città ucraina sul mar d’Azov controllata dai russi dove Mosca ha detto che i combattenti sarebbero stati curati. Altri sette autobus hanno portato i militari ucraini in una prigione recentemente riaperta nella città di Olenivka sempre controllata dai russi, a 88 km a nord di Mariupol, vicino a Donetsk.

A bordo dei pullman, secondo quanto dimostra un video dell’agenzia Reuters, c’erano anche delle donne. Alcune indossavano uniformi verde oliva, così come la maggior parte degli uomini. Tutti sembravano esausti. Uno era appoggiato a sacchi da viaggio accatastati sul pavimento.

Destino incerto

Cosa accadrà ora ai combattenti non è chiaro. Il Cremlino ha affermato che Putin aveva personalmente garantito che i prigionieri sarebbero stati trattati secondo gli standard internazionali e funzionari ucraini hanno affermato che avrebbero potuto essere scambiati con prigionieri russi. Tuttavia questo scenario non sembra al momento così realistico. L’agenzia di stampa Tass ha riferito che un pool russo avrebbe interrogato i soldati, molti dei quali membri del battaglione Azov, nell’ambito di un’indagine su quelli che Mosca chiama «crimini del regime ucraino». Il leader separatista di Donetsk Denis Pushilin ha affermato che sarà un tribunale a decidere il destino dei combattenti ucraini che si erano arresi presso l’acciaieria Azovstal a Mariupol.

Sebbene, come ricorda la Reuters, entrambe le parti parlassero di un accordo in base al quale tutte le truppe ucraine avrebbero abbandonato le acciaierie, molti dettagli non sono chiari o non sono ancora pubblici, incluso quanti combattenti siano ancora all’interno e se sia stata concordata una forma di scambio di prigionieri.

«Animali da giustiziare»

A dispetto delle speranze ucraine le voci che si sollevano dalla Russia sono di tutt’altro tenore rispetto a un accordo di scambio. I parlamentari si sono espressi contro qualsiasi scambio di prigionieri, e Vyacheslav Volodin, presidente della Duma di Stato, la camera bassa russa, ha dichiarato: «I criminali nazisti non dovrebbero essere scambiati». Ma ci sono anche posizioni più estreme, come quella di Leonid Slutsky, uno dei negoziatori della Russia nei colloqui con l’Ucraina, che ha definito i combattenti usciti dall’acciaieria Azovstal «animali in forma umana» e ha affermato che dovrebbero essere giustiziati.

Da Kiev si cerca, invece, un difficile accordo. E in merito alle preoccupanti dichiarazioni provenienti da Mosca, il vice ministro della Difesa ucraino Hanna Maliar afferma che gli appelli a processare per crimini di guerra alcune delle persone prelevate dalle acciaierie «sono stati fatti molto probabilmente per la propaganda interna della Russia».

L’alto funzionario militare di Kiev generale Oleksii Gromov ha espresso una cauta fiducia perlomeno sul trattamento dei militari: «Sappiamo che il nostro nemico è insidioso ma ci aspettiamo che mantengano la parola data» riferendosi alle garanzie del Cremlino. E il vice primo ministro ucraino Iryna Vereshchuk ha ribadito che l’obiettivo è organizzare uno scambio di prigionieri per i feriti una volta che le loro condizioni si saranno stabilizzate, ma nessuna delle parti ha rivelato i termini per un accordo specifico.

L’importanza della battaglia di Mariupol

Con l’abbandono pressoché totale dello stabilimento siderurgico Azovstal da parte dei soldati ucraini, la città di Mariupol è di fatto definitivamente caduta in mano russa. Si tratta di una conquista dai due volti. Ha sicuramente un’importanza strategica e psicologica per Mosca, perché consente alle sue truppe di controllare praticamente l’intera costa ucraina del mar d’Azov e fino alla Crimea; è la più grande città conquistata da Mosca in Ucraina fino ad ora; è una delle rare “vittorie” che Vladimir Putin può spendere anche sul fronte della propaganda interna a proposito di un’“operazione speciale” più vacillante che speciale.

Tuttavia, la battaglia è durata oltre 82 giorni, è diventata in qualche modo simbolica della tenacia e della volontà di resistenza degli ucraini anche in condizioni limite – nelle ultime ore l’Oms ha rilanciato il rischio catastrofe e epidemia di colera nella città devastata – è costata alla Russia morti e perdite militari ingenti, ha costretto le forze di Mosca a concentrare in quel punto molti sforzi, permettendo a Kiev di riposizionarsi e di resistere contando sull’arrivo di sostegni e armi da parte degli alleati occidentali. Inoltre, l’intera città è rasa al suolo, e la stessa acciaieria, una delle più importanti d’Europa, è completamente distrutta. Chi abbia davvero vinto, alla fine, è ancora da stabilire.


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