ALTA MODA

Che fine ha fatto l’alta moda a Roma?

di Chiara Beghelli

3' di lettura

Gli abiti sembrano dormire, sui manichini, ma basta un ricordo a riportarli in vita: «Questo è stato realizzato per Ava Gardner, questo per Elizabeth Taylor, quello in velluto lì in fondo per l’imperatrice Soraya». Luisella Fumi Fontana è una guida appassionata fra le stanze della Fondazione intitolata a Micol Fontana, una delle tre sorelle di Traversetolo, Parma, che arrivate a Roma nel 1936 ne diventarono le regine dell’alta moda negli anni d’oro della città, i 50 e i 60 della “Hollywood sul Tevere”. Un successo globale alimentato dagli abiti cuciti per principesse, dive, mogli di politici, irrefrenabile fino agli anni Settanta: «La stagione degli scioperi che coinvolse la fabbrica e ritardò le consegne nel mondo, insieme al boom del pret-a-porter, con lo spostamento della moda a Milano, segnarono l’inizio della fine del marchio», dice la signora, che oggi gestisce la fondazione insieme al marito, figlio di Giovanna Fontana, fondazione che sta cercando nuovi finanziamenti per poter sviluppare i suoi progetti. La sede è in via San Sebastianello, dove un tempo c’era l’atelier delle tre sorelle, e ospita centinaia di abiti e accessori: «Ce ne inviano continuamente - prosegue la signora - Ma avremmo bisogno di spazi e modalità diverse per conservarli». Il marchio, invece, è stato venduto nel 1992 e pertanto, anche trovando la copertura necessaria, la famiglia Fontana non potrebbe farlo rinascere. Al nuovo proprietario appartiene anche il negozio di via di Fontanella Borghese, che però è chiuso da tempo nonostante in vetrina siano esposti alcuni abiti dell’antico atelier e abbia al suo interno un registratore di cassa e qualche arredo.

Storia e futuro per la sfilata “Heritage” di Gattinoni

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Come Fontana, anche quello di Irene Galitzine è uno storico marchio della couture romana che ancora esiste, ma da addormentato. A rilanciarlo sta provando Alessandra Spalletti, con la Xines che dal 1990 ne è la proprietaria. Nel 2013 è stata proposta una riedizione del capo che fece la fortuna dell’atelier nel 1960, il “pijama palazzo”, firmata da Sergio Zambon: «Era un test per capire l’appeal del marchio - racconta -, ed è stato un successo, soprattutto negli Stati Uniti, Medio Oriente e Giappone. Dunque siamo pronti a riportare in vita Galitzine, appena troveremo i fondi necessari».

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È già pronto per ripartire, invece, il progetto Sarli New Land Couture, nato nel 2005 e con il quale Fausto Sarli aveva trasferito le consegne al suo delfino, Carlo Alberto Terranova, e che ha passato alcune vicissitudini societarie: «Abbiamo lasciato l’atelier di via Gregoriana e ci stiamo riorganizzando in nuovi spazi, con le stesse maestranze, ma sfruttando anche le nuove tecnologie - spiega Terranova -. Stiamo puntando sulle giovani e l’obiettivo è presentarci il prossimo luglio ad AltaRoma».

A passare indenni, o quasi, il cambio di secolo e di gusti sono riusciti Gattinoni e Balestra: «Abbiamo venduto le nostre licenze nel 2005 a un’azienda umbra - spiega il presidente Stefano Dominella nello storico atelier che madame Fernanda aprì in Via Toscana 1 - mantenendo solo la couture, molto apprezzata in Medio Oriente, dove stiamo progettando nuove iniziative anche con eventi ad hoc per la clientela locale. Stiamo crescendo bene anche in Kazakhstan e Uzbekistan e lo scorso novembre abbiamo organizzato una sfilata a Città del Messico, che ha avuto molto successo». Ed è proprio grazie al Medio Oriente, e alla Russia, che nel 2017 il fatturato di Renato Balestra è cresciuto del 20%. Nell’atelier di via Cola di Rienzo, diretto dallo stilista-architetto che iniziò come bozzettista proprio per le Sorelle Fontana, si sta lavorando a un’espansione strategica delle licenze, con occhiali, profumi, scarpe, borse e articoli per la casa. La nuova America della couture romana oggi si trova a Est.

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