Dietro la narrazione

Chernobyl, la serie tv: tutto quello che è vero e verificato

Ecco perché la serie dedicata al disastro nucleare del 1986, sensazionalistica e ambigua, va vista

di Emilio Cozzi


La sfida di Chernobyl: il futuro riparte da un arco di acciaio

4' di lettura

La notte del 26 aprile 1986, all’una, 23 minuti e 45 secondi, vi fu la prima delle esplosioni che distrussero il reattore Rbmk-1000 del blocco 4 nella centrale elettronucleare “Vladimir Il'ič Lenin”, a tre chilometri da Pryp “jat” e a 18 da Černobyl, in Ucraina. Si è calcolato che in quattro secondi il reattore raggiuse una potenza cento volte superiore a quella nominale (fonte: Rapporto generale, United Nations Scientific Commitee of the Effects of Atomic Radiation, pag. 314). A oggi è il più grave incidente mai verificatosi in una centrale nucleare, uno dei due, con quello di Fukushima Dai-ichi del marzo 2011, classificato di livello 7 (“catastrofico”) nella scala Ines dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica.

“Chernobyl” vs Černobyl’: discrepanze
No, chi è vittima di sindrome da radiazione acuta non sanguina, come invece più volte mostrato dalla serie di Mazin, in cui un operatore della centrale, dopo il contatto con una porta vicina al reattore, sembra addirittura soffrire di emorragie diffuse. E no, che la vicinanza a persone contaminate equivalga a un contagio non è supportato da alcuna evidenza scientifica. Una volta lavati gli indumenti, gli oggetti e la pelle di chi è stato esposto alle radiazioni, la capacità di trasmissione è pressoché nulla. «Per trasmettere una dose di un millisievert a una persona a un metro di distanza – dichiarò ai tempi di Fukushima Peter Caracappa, Chief Radiation Safety Officer della Columbia University ed esperto di radioprotezione al Renssealaer Polytechnic Institute di Albany – nell'irradiato dovrebbero depositarsi 19 miliardi di Becquerel di iodio radioattivo e anche in questo caso l'esposizione aumenterebbe il rischio di cancro del ‘contagiato' dello 0,004 percento». Si può tuttavia ipotizzare che urine, sangue o sudore di una persona irradiata contengano una dose dannosa, ma non ci sono evidenze che la cosa si sia verificata durante il trattamento delle vittime di Černobyl'.

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Gli episodi raccontati
Come non ci sono prove dell’elicottero precipitato durante i primi soccorsi – evento verificatosi a ottobre e per una collisione con un cavo, non per l'incendio agli impianti o per le radiazioni – né che siano esistiti i tre volontari sacrificatisi per drenare l'acqua radioattiva nei corridoi della centrale, altro episodio raccontato da “Chernobyl”.

La morte della figlia, a quattro ore dalla nascita, di Vasilij Ignatenko, uno dei vigili del fuoco accorsi per primi alla centrale, è invece raccontata nella prima testimonianza della moglie, Ljudmila, raccolta nel libro della Aleksievič. A parte la tragica storia dalla diretta interessata e la maggiore possibilità di sviluppare cancri alla tiroide da parte dei bambini (anche in grembo ai tempi della catastrofe), secondo l'Organizzazione mondiale della sanità non ci sono però prove che i difetti alla nascita siano stati più incidenti della media dopo il disastro. È purtroppo confermato, invece, che le donne della zona che ricevettero anche basse dosi di radiazioni abortirono, per la cosiddetta radiofobia, tra 100mila e 200mila gravidanze (fonte: International Atomic Energy Agency) e che le vittime da radiazioni di Chernobyl risultarono colpite da depressione, ansia e sindrome post traumatica da stress quattro volte di più rispetto al resto della popolazione.

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Le vittime
Da sempre al centro di polemiche, l'esatto numero delle vittime del disastro potrebbe rimanere sconosciuto, a causa degli effetti di lunga durata delle radiazioni. È solo possibile effettuarne delle stime, anche queste storicamente contestate da più parti. L'esplosione del reattore uccise due addetti alla centrale, un altro morì per trombosi coronarica. Fra personale e primi soccorritori, 134 persone furono ricoverate per ustioni o per gli effetti acuti delle radiazioni; 28 morirono nelle prime settimane, 19 negli anni successivi. A oggi, il numero accertato è di 65 morti.

L'impatto sulla salute pubblica, però, è stato di gran lunga superiore: le stime più prudenti indicano 4mila vittime sulle 600mila persone più esposte alle radiazioni. Si tratta soprattutto di abitanti delle zone sgomberate e dei cosiddetti liquidatori, militari e civili, spesso volontari, impegnati nelle operazioni di bonifica. La cifra, elaborata a vent'anni dalla tragedia dal Chernoby Forum nell'ambito di uno studio realizzato da oltre cento scienziati ed esperti di otto agenzie delle Nazioni Unite (tra cui l'Organizzazione mondiale della sanità e l'Agenzia internazionale per l'energia atomica, la Iaea), è stata fortemente criticata per il sospetto di un conflitto di interessi dell'Iaea e per l'esclusione delle 5mila vittime previste nelle zone contaminate in misura minore.

Nel 2006, lo stesso anno della sua pubblicazione, i Verdi europei hanno commissionato The Other Report on Chernobyl, noto anche come Studio Torch, in cui si menzionano dai 30mila ai 60mila deceduti. Numero che sale al milione secondo lo studio, orfano di riesame paritario e per questo molto discusso, di un team di biologi diretto da Alexey Yablokov, pubblicato nel 2009 sulla rivista “Annals of the New York Academy of Sciences”. È certo che i casi di cancro alla tiroide in minori di 18 anni al tempo del disastro ammontino a 19.233, un tasso 2,8 volte superiore a quello registrato nella stessa area fra il 1991 e il 2005. L'anno scorso, con un rapporto effettuato in Russia, Ucraina e Bielorussia, le Nazioni Unite hanno concluso che il 25%, 5mila casi, può essere attribuito al disastro (paragrafi A-C). Negli studi precedenti, l’Onu aveva stimato fino a 16mila casi potenzialmente riconducibili alle radiazioni di Černobyl’.

A prescindere dai numeri, che è possibile non avremo mai vista la diffusione su larga scala della contaminazione e la natura stessa dei tumori - di cui è difficile ricondurre l'insorgenza a una relazione di causa effetto – rimane da considerare anche un altro rischio sanitario: «il più importante», secondo l'Oms, consiste nelle sofferenze psicologiche di chi ha vissuto un'esperienza “profondamente traumatica”. Ed è qui, nell'accuratezza della sua descrizione, che Aleksievič e Mazin sono invece magistrali.

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