Qualcuno sa leggere

Chi è davvero Babbo Natale?

di Lara Ricci

. Nel disegno di Elena Putignano Aili è calza i tradizionali stivali a punta e con la sua renna sta vicino a una tenda estiva

7' di lettura

Forse non lo sai, perché è una storia molto vecchia, di quando non eri ancora nato, e neanche tua nonna lo era. Quando non c’era l’elettricità, le macchine, il riscaldamento, alcuni uomini scapparono verso il Nord per fuggire da popolazioni più forti di loro e si adattarono a vivere in un posto gelato, in mezzo alle renne, alle foche e agli orsi. Non lontano dove si dice abiti Babbo Natale. Questa storia che ti racconto oggi, la mia storia, parla anche un po’ di lui.

Sono terre freddissime dove per metà dell’anno la neve resta per terra, l’acqua non scorre più e forma incantati paesaggi di ghiaccio. D’inverno il sole non sorge, mentre d’estate la notte non cade mai. Quella gente tenace sopravviveva pescando e cacciando. Con le pelli degli animali catturati si faceva vestiti caldi e coperte per superare l’inverno nelle capanne.

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Poi altri uomini forti e feroci, armati di fucili, arrivarono anche su quelle coste remote e loro si rifugiarono all’interno, tra le montagne, e addomesticarono le renne, che fino a quel momento avevano solo cacciato. Anzi, non è proprio così, la nonna dice che anche le renne addomesticarono loro. Ancora oggi sono le renne a decidere quando è ora di partire alla ricerca di cibo. Gli uomini obbediscono, sanno che queste conoscono molte più cose di loro sul come adattarsi a quel clima tremendo. D’inverno le famiglie e le mandrie si spostavano tra le montagne, dove la neve è più soffice e così gli animali potevano facilmente scavare una buca per mangiare i licheni sepolti, mentre d’estate si dirigevano verso il mare, là il guano degli uccelli rende la terra più fertile e nascono più piante. Erano pastori nomadi, la casa se la portavano appresso.

Quegli uomini, lo avrai capito, erano i miei antenati. Io mi chiamo Aili e sono una Sami, anche se chi non ci conosce ci chiama Lapponi. Non vivo più in una capanna di tronchi e terra l’inverno e in una tenda leggera d’estate, ma in una casa come la tua, con il riscaldamento, i letti e tutto il resto. Abito vicino a Tromsø, nella Norvegia settentrionale, e come te vado a scuola e imparo un sacco di cose. Mia mamma è un medico ma la mia famiglia non ha smesso di allevare le renne. Mio papà si dà il cambio con i suoi fratelli e si occupa degli animali di tutta la famiglia, compresi quelli della mamma, dei nonni, degli zii e dei miei cugini. Non usa però le slitte di un tempo ma la motoslitta.

E una volta all’anno, dopo che sono nati i cuccioli, ci troviamo tutti insieme al pascolo e i grandi fanno dei tagli sulle orecchie dei giovani animali per ricordarsi a chi appartengono. A volte uccidono una renna e ne beviamo il sangue ancora caldo. Io ne sono sempre stata golosissima. Già a tre anni gridavo e piangevo se non mi davano la mia scodella di sangue!

Forse penserai che è brutto ammazzare le renne. È vero, ma è l’unico modo che i miei antenati hanno trovato per sopravvivere in questi posti congelati. Allora con loro abbiamo fatto un patto: le trattiamo con grande cura per tutta la loro vita, ne uccidiamo il meno possibile e del loro corpo non sprechiamo niente. Proprio niente: mangiamo la carne e il sangue, usiamo le ossa e le corna e ogni pezzettino della loro pelliccia. Infatti lo sai perché i nostri stivali sono a punta come quelli dei folletti? Perché non buttiamo neppure la pelle del naso, che s’arriccia in quella punta che forse tu troverai buffa.

Le renne sono animali prodigiosi, per noi sono sacre! Devi sapere che loro non hanno quasi mai fame. Il loro intestino d’inverno si rimpicciolisce e il corpo spende molto meno energia. Non solo, nella stagione fredda i giovani smettono di crescere e così anche se non trovano tanto cibo, non sentono il bisogno di mangiare di più. Dimagriscono, ma non ne soffrono, e d’estate tornano a essere paffute. E poi non hanno nemmeno mai freddo! Quando la temperatura scende sotto il 20°C, noi se siamo nudi cominciamo a pensare che è meglio vestirsi, loro stanno bene fino a meno 40°C! Hanno una pelliccia molto più spessa e densa della tua giacca a vento e un sistema ingegnoso per non perdere calore: se le guardi nell’aria gelata dal loro naso e dalla loro bocca non escono le nuvolette calde e umide che escono dalla nostra. Non “fumano” e hanno sempre un bel nasino rosa. E sai perché? Perché hanno un naso pieno di vasi sanguigni a fior di pelle dove il sangue si raffredda e raffredda a sua volta l’aria prima di farla uscire dal corpo, così non perdono calore e neanche acqua. Se l’aria che noi buttiamo fuori ha la temperatura dei nostri polmoni, ovvero 37°C, quella che espirano loro ha una temperatura di soli 6 gradi. Lo stesso sistema – al contrario – gli serve per raffreddare il corpo quando corrono e hanno troppo caldo, coperte come sono!

A volte le persone pensano che gli animali che vivono qui nell’Artico siano sulla soglia della sopravvivenza, ma no, quelli erano i miei poveri antenati! Gli animali che stanno qui da molto molto prima di noi stanno benissimo, si sono ben adattati a questo clima, se ne stanno al calduccio e ben nutriti.

E poi le renne non affaticano neanche troppo papà: loro senza bisogno che gli si dica niente, camminano in fila e stanno in gruppo.

Papà però ultimamente si lamenta sempre quando torna a casa. Dice che il tempo è cambiato e non si riesce più a prevederlo. A volte viene un caldo improvviso, si mette a piovere sopra il ghiaccio e la neve e le strade diventano scivolosissime. Anche quando non piove se non fa abbastanza freddo la neve non è più leggera come farina, che basta soffiare e vola via, ma diventa densa e dura e le renne non riescono più a spostarla per mangiare quel ce c’è sotto. Lo chiamano cambiamento climatico e forse ne avrai sentito parlare anche tu, ma qui da noi, nell’Artico, i suoi effetti si sentono il doppio.

Quando la neve è così l’unica soluzione è andare alla ricerca di posti dove è rimasta più soffice, o sulla cima delle montagne, dove è scivolata a valle ed è più facile arrivare ai licheni. Ma papà dice che non sa più dove spostarsi. Qui negli ultimi anni hanno costruito di tutto: aeroporti, dighe, strade, miniere, fabbriche, ora c’è perfino un lunghissimo tubo lucente di cui non si vede né l’inizio né la fine che attraversa i pascoli e porta il gas lontano, dagli uomini forti e forse anche da te. Le renne non si vogliono avvicinare a nulla di umano! Noi non possiamo farci niente dice papà, perché non possediamo la terra che fu dei nostri antenati. Possiamo solo usarla per pascolare le mandrie. Ma la terra selvaggia è rimasta solo una piccolissima parte di quella che era un tempo, quando nacquero i miei bisnonni. La mamma invece non è d’accordo con papà e va spesso al nostro parlamento, il parlamento dei Sami: vuole convincere gli uomini forti, che nel frattempo per fortuna sono diventati molto più gentili, a darci più diritti sulla terra. A volte si trova con tutti gli abitanti indigeni dell’Artico, non solo i Sami, ma anche gli Inuit, gli Aleutini, i Dolgani, e tanti altri, tutti allevatori di renne o cacciatori e pescatori come i miei antenati. Sperano, unendo la loro voce, di farsi sentire.

La mamma dice che gli uomini continuano a comprare cose per poi buttarle via senza tentare di ripararle se non funzionano più o anche solo perché se ne sono stufati. Dice che è per questo che qui stanno arrivando questi tubi, queste miniere, queste fabbriche. E che il cambiamento climatico c’è perché consumiamo troppa energia, pretendiamo di stare seminudi nelle case d’inverno e con la cravatta d’estate. Sono sicura che ora mi direbbe di ricordarti di spegnere sempre le luci e di andare a scuola a piedi o in bici, non con l’auto. Solo così si potrà arrestare la scomparsa dei nostri bei paesaggi ghiacciati e degli animali che ci vivono: le renne, gli orsi, le foche, le volpi artiche e tanti altri che nemmeno conosci e che rischi di non conoscere mai.

Pensa che quando sono nati i miei nonni faceva ancora freddissimo. La nostra gente d’inverno viveva in quelle capanne di cui ti parlavo: un cono di tronchi ricoperti di corteccia per impermeabilizzare il tetto, e poi sopra terra per non fare uscire il calore. Al centro c’era un buco dove passava il fumo, perché all’interno la capanna era riscaldata con un bel fuoco. A quel tempo nevicava così tanto che le capanne erano quasi interamente coperte di neve. Questa bloccava le porte e, spesso, l’unico modo per uscire di casa era passare per quel foro da cui passava il fumo. Lo stesso pertugio che usavano gli sciamani: persone che si spostavano su slitte tirate da renne e passavano di accampamento in accampamento per portare notizie e cercare di curare chi stava male. Si diceva che conoscessero le arti magiche. Facevano visita alle famiglie quando intorno non c’era che neve e non si vedeva anima viva per intere settimane né si sapeva cosa accadeva nel resto del mondo. Ogni volta che lo sciamano arrivava e si calava dal camino della capanna che appena spuntava dalla coltre di neve era una vera festa. La maestra mi ha detto che ci sono studiosi che pensano che la storia di Babbo Natale abbia molto in comune con quella degli sciamani. Perché anche lui arriva con le renne, si cala dal camino, e quando arriva le persone sono contente. E io penso che sia così, che Babbo Natale sia un vecchio sciamano che non ha smesso di voler far felice la gente. Era triste di non poter più allietare le famiglie perché nessuno abita più nelle capanne, le notizie le portano i giornali, la radio, la televisione, i malati li guarisce il medico con le medicine, e nessuno resta più bloccato da metri di neve. Così ha deciso di calarsi dai camini dei bambini di tutto il mondo e di rallegrarli con una slitta piena di di regali.

Aili è un personaggio di fantasia ma le informazioni contenute in questo racconto sono veritiere. Le notizie sul cambiamento climatico sono state raccolte durante il convegno Arctic frontiers svoltosi dieci giorni fa a Tromsø, le nozioni sulle renne, il loro allevamento e sulle abitudini dei Sami sono frutto di un’intervista con Nicholas Tyler, biologo del Centre for Saami Studies dell’università di Tromsø, che li studia da 30 anni, e di colloqui con Sami e altre popolazioni indigene del Nord venute ad Arctic frontiers per far sentire la loro voce

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