SÌ ALLA CANDIDATURA

Chi è Enrico Letta, l’eterno “enfant prodige” richiamato per guidare il Pd

Al Ghetto di Roma, prima di accettare la candidatura l’ex premier ricorda le parole di Liliana Segre. «Non siate indifferenti»

di Nicola Barone

Chi è Enrico Letta, al timone del Pd dopo 7 anni di esilio parigino

4' di lettura

«Tranquillo come Enrico, europeo come Letta». Sta nella formula utilizzata a suo tempo dal quotidiano francese Le Monde la sintesi più efficace per descrivere colui che si avvia a guidare il Partito democratico. Sette anni dopo il trasferimento fuori dall’Italia, richiamato dal partito nel mezzo di una fase tra le più complicate della sua storia. Cinquantaquattro anni, presidente del Consiglio tra il 2013 e il 2014, in precedenza ministro e parlamentare, nel 2015 Letta si è dimesso da deputato per andare a dirigere la Scuola di Affari internazionali dell'Università Sciences Po di Parigi. In Italia ha fondato la Scuola di Politiche e l’Associazione Italia-Asean (Associazione delle nazioni del Sudest asiatico), entrambe no profit. Ed è presidente dell’Istituto Jacques Delors, intitolato all’ex presidente francese della Commissione europea. Milanista, una passione per il Subbuteo di cui divenne simbolo un’altra delle sue creature, il think-tank generazionale veDrò, Letta è sposato con una giornalista e ha tre figli.

Enrico Letta annuncia la sua candidatura alla guida del Pd

Ricordando Liliana Segre, «non siate indifferenti»

«Al Ghetto di Roma, ricordando le parole di Liliana Segre “non siate indifferenti”». Questo lo spirito con cui Letta si è avvicinato alla decisione nel giorno chiave. È considerato da sempre un “enfant prodige”, a ragione essendo stato il più giovane vicesegretario di un partito, il più giovane ministro e uno dei più giovani presidenti del Consiglio. A 31 anni, nel gennaio del 1997, Franco Marini lo chiama come vice segretario del Ppi; nel novembre 1998 diventa, a 32 anni, il più giovane ministro della storia della Repubblica (battendo Andreotti che lo era stato a 35 anni), quando viene nominato ministro per le Politiche comunitarie con il governo D’Alema. Nel 2000 passa al dicastero dell’Industria, dove rimarrà con D’Alema e Amato presidenti del Consiglio fino al 2001. Nell’aprile del 2013, a 46 anni, l’allora presidente Napolitano lo chiama a guidare il complicato governo di larghe intese: il secondo - all’epoca - più giovane presidente del Consiglio, nella storia della Repubblica, dopo Giovanni Goria che lo divenne a 43 anni. Dieci mesi da premier. Fino all’arrivo sulla scena di Matteo Renzi.

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L’orizzonte internazionale già dai banchi di scuola

Una solida formazione alle spalle di questo percorso di Enrico Letta. Frequenza della scuola dell’obbligo a Strasburgo, dove ha vissuto per anni con la famiglia, quindi in un clima europeo ed europeista. Poi laurea in Diritto internazionale a Pisa, città in cui era nato il 20 agosto del 1966, ed ha conseguito un Dottorato in Diritto delle Comunità europee presso la prestigiosa Scuola di Sant’Anna. Questo percorso, unito a quello di impegno con i giovani della Dc, lo porta ad incrociare nel 1990 Beniamino Andreatta di cui diviene il discepolo prediletto, tanto da andare a dirigere nel 1993 l’Arel. A livello politico Letta segue il passaggio dalla Dc al Ppi e quando nel 1995, sotto la segreteria di Rocco Buttiglione, avvenne la spaccatura tra chi vuole allearsi con Berlusconi e chi vuole lanciare l’Ulivo con Prodi, egli sceglie questa seconda strada. E da allora è sempre stato un convinto ulivista appoggiando la nascita della Margherita nel 2001 con la confluenza di Ppi, I Democratici, Rinnovamento italiano, e Udeur. Alla presidenza con Romano Prodi è stato sottosegretario nel 2006 e nella primavera 2007 fu tra i promotori del matrimonio di Margherita e Ds per dar vita al Pd.

Le primarie dem e il cammino con Bersani

Alle primarie dello stesso anno Enrico Letta sfida Walter Veltroni, pur sapendo che questi è il vincitore designato, e ottiene un inaspettato 11 per cento dal quale nascerà poi la sua corrente che si è consolidata in questi anni ma sciolta al momento dell’uscita da Palazzo Chigi, per evitare ulteriori spaccature nel Pd. E poi il sodalizio con Pier Luigi Bersani, nato a Strasburgo dove furono entrambi parlamentari europei tra il 2004 e il 2006. In quegli anni, di opposizione al governo Berlusconi, compirono assieme un viaggio in tutte le realtà produttive italiane che li fece apprezzare nel mondo imprenditoriale. Per questo quando Bersani vinse le primarie del Pd nell’ottobre 2009, propose Letta come vicesegretario all’Assemblea nazionale che lo voto ad ampissima maggioranza.

Renzi con Berlusconi, Grillo e Salvini

All’allora compagno di partito nel Pd e rivale che lo seguì a Palazzo Chigi dopo il celebre «stai sereno», l’ex premier riserva nell’ultimo libro Ho imparato (2009) la compagnia ideale di Silvio Berlusconi, Beppe Grillo e Matteo Salvini. Letta mette l’altro ex premier tra gli antesignani della nuova politica con il Cavaliere. «Come non rendersi conto - scrive Letta - che certe prerogative usate per definire populisti Salvini e Di Maio hanno albergato, più o meno clandestinamente, in Berlusconi e in Renzi?». Con Grillo e Salvini, invece, il senatore fiorentino condividerebbe «la distruzione dell’avversario», con «ruspa, vaffa e rottamazione», le parole simbolo del leader della Lega, del guru M5S e di Renzi, appunto. In comune, secondo Letta, i tre hanno anche «l’appello diretto al popolo», «l’idea che la propria ascesa segni l’anno zero» della politica, «la totale sovrapposizione tra la figura di leader e quella del proprio partito».

«Non c’è niente di più bello che imparare»

«Radicalità per pensare l’impensabile». È l’incoraggiamento del Letta saggista che riconosce di aver imparato dai anche e soprattutto in Italia negli anni precedenti allo scoppio della pandemia. «Le mie riflessioni si fondano su tre convinzioni. La prima è che per superare questo presente bisogna innanzitutto capire come ci si è arrivati. La seconda è che si deve superarlo andando avanti e non indietro. La terza, la più importante, è che non c’è niente di più bello che imparare».

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