ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùLa guerra in Europa

Chi è la giornalista anti Putin del Tg russo e cosa ci insegna su Russia e mondo

Madre russa, padre ucraino, Marina Ovsyannikova con un «agit-prop» ha detto no alla guerra in diretta Tv. Arrestata e rilasciata dopo una multa da 30mila rubli

di Francesco Prisco

Aggiornato il 16 marzo 2022, ore 8:05

Parla la giornalista che ha sfidato Putin

3' di lettura

Ci vuole coraggio a fare irruzione nel più importante telegiornale di Russia con in mano un cartello che recita: «Fermate la guerra. Non credete alla propaganda, vi dicono bugie qui». Ci vuole tanto coraggio, perché significa rischiare fino a 15 anni di carcere, se non peggio. Ci vuole tanto, troppo coraggio ma Marina Ovsyannikova, 44 anni, redattrice dell’emittente televisiva Russia One, ne ha da vendere. È il coraggio della dignità di chi sa che il giornalismo «si serve» e, al contrario, non ci si serve del giornalismo. È il coraggio della disperazione: sua madre è russa, suo padre ucraino e «sono sempre andati d’accordo». Che senso ha radere al suolo l’Ucraina in nome della fratellanza di tutti i russi?

L’appello al popolo russo

Quel cartello bianco con scritta nera ha interferito per qualche secondo col solito racconto sull’«operazione militare speciale» di Mosca per «denazificare l’Ucraina», stavolta curato dall’impeccabile collega Ekaterina Andreeva. Poco prima, indossando una collana con i colori di Russia e Ucraina, Marina Ovsyannikova aveva affidato a Telegram un messaggio in cui spiegava il senso di quel gesto: «Mi vergogno» per aver lavorato per la Tv russa negli ultimi anni, diceva, «portando avanti la propaganda del Cremlino, permettendo alla gente di mentire dagli schermi televisivi e trasformando in zombie il popolo russo». Dopo avere ricordato come i russi hanno taciuto nel 2014, in occasione dell’annessione forzata della Crimea, e davanti all’avvelenamento di Navalny, la giornalista ha riconosciuto che «l’intero mondo ci ha voltato le spalle e non basteranno dieci generazioni di nostri discendenti per lavare le nostre mani da questa guerra fratricida». Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky l’ha ringraziata in uno dei suoi ultimi videomessaggi. I suoi avvocati, dopo l’accaduto, per diverse ore non sono riusciti a mettersi in contatto con lei. È apparso e scomparso, nelle ultime ore su Twitter, un falso profilo a lei attribuito. L’Onu si è mobilitata chiedendo ufficialmente alle autorità russe di non punirla. Alla fine il Tribunale di Mosca l’ha rilasciata condannandola a una multa di 30mila rubli.

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Ucraina, blitz contro la guerra durante diretta Tg su canale russo: "Non credete a propaganda"

Quanto pesa il fronte interno per Putin

Con quel gesto clamoroso che il Cremlino ha definito «teppismo», Marina Ovsyannikova ha aggiornato il concetto di «agit-prop», azioni di agitazione e propaganda (nel senso buono del termine) affidate a geni come Majakovskij che mossero le masse russe contro lo Zar, ai tempi della Rivoluzione. Passando da uno Zar all’altro, non siamo in grado di valutare quanto quello che è soltanto un messaggio di pace possa interferire con i piani ottocenteschi di Vladimir Putin e del suo Politburo di yes-men allevati dall’ex Kgb. La Russia è un universo complesso che, da quest’altra parte del mondo, capiamo pochissimo, le elite cittadine cresciute a pane e Netflix non coincidono con il Paese profondo, il sostegno popolare alla «missione umanitaria» voluta dal Presidente per «liberare» l’Ucraina dai «nazisti» si attesterebbe ancora al 60%, ma di fronte a questo massacro senza senso ci piace sperare che, grazie al coraggio di uomini e donne come Marina, il fronte più difficile per Putin possa, da un giorno all’altro, diventare quello interno.

Marina Ovsyannikova con il suo avvocato Anton Gashinsky in tribunale dopo l’arresto. La Corte l’ha poi rilasciata dopo averle comminato una multa di 30mila rubli (circa 255 euro)

La lezione di Marina

Ogni domenica, nelle principali città russe, si tengono manifestazioni, gli attivisti arrestati secondo fonti indipendenti sarebbero finora quasi 15mila e, nelle camionette della polizia, intonano Zombie dei Cranberries, fedeli allo stesso immaginario della Ovsyannikova. Che un paio di lezioni le dà anche a noi, da quest’altra parte del mondo. La prima è che, mentre discutiamo degli effetti della guerra sui prezzi delle materie prime, c’è qualcosa di più grande che si aggira sulle nostre teste. Qualcosa che non possiamo ignorare. La seconda è che puoi anche non essere d’accordo con le mosse della Nato e la sua politica estera del «doppio standard» di fronte alle crisi umanitarie, ma puoi dirlo. E coi tempi che corrono non è una cosa banale.

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