Economia Digitale

Chi è Jim Whitehurst il numero uno di Red Hat

di G.Rus.


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3' di lettura

È al timone di Red Hat da oltre dieci anni, Jim Whitehurst, dopo essere stato chief operating officer in Delta Air Lines e aver ricoperto un ruolo da executive in Boston Consulting Group. Ha sposato in toto la filosofia open source e ha puntato decisamente sul concetto di collaborazione per continuare a fare innovazione in un mercato molto competitivo come quello del software per le aziende. Raggiungendo risultati importanti. Quali? I due miliardi di dollari di fatturato, innanzitutto, traguardo tagliato (nel 2016) per la prima volta da una società che vende “free software”. E poi ecco gli (ambiziosi) obiettivi fissati a medio termine: toccare i tre miliardi di ricavi alla fine dell’esercizio corrente (che terminerà a inizio 2019), lanciarsi verso i cinque miliardi (target annunciato un paio d’anni fa) e mantenersi stabilmente nella top ten mondiale dei software vendor. Continuando a lavorare con il codice aperto - anche quando ha acquisito aziende tradizionali, la compagnia ne ha reso disponibili le tecnologie in forma open - ma senza regalare le proprie soluzioni alle aziende. Anzi, tutt’altro.

Avvicinato a Roma in occasione del suo ultimo tour europeo, il ceo di Red Hat ha ribadito a chiare lettere un preciso concetto, e cioè il ruolo cruciale giocato dagli utenti nel cambiamento di paradigma nell’offerta di tecnologie. È proprio questa nuova dinamica, secondo Whitehurst, ad aver guidato l’evoluzione di mattoncini di innovazione quali sono il cloud, i big data o l’intelligenza artificiale. E l’open source, in questo scenario estremamente dinamico, altro non è che la chiave per semplificare il lavoro di ammodernamento dell’infrastruttura informatica cui sono chiamate soprattutto le grandi imprese. «L’open source – ha spiegato il manager americano - è un modello di sviluppo e noi operiamo in questo ambito come garanti della disponibilità e della sicurezza delle applicazioni su hardware multipiattaforma. I nostri ingegneri scrivono codice, lo affinano e lo controllano». Con il preciso fine di rendere meno complesso il lavoro di integrazione di chi in azienda deve generare efficienza facendo scalare verso l’alto le capacità del sistema informativo.

La trasformazione digitale, insomma, può passare dal software aperto e la conferma arriva dal fatto che non c’è settore in cui Red Hat non abbia installato le sue soluzioni (sono suoi clienti il 90% delle aziende della classifica Fortune 500), anche a livello di medie imprese. La ricetta che ha sintetizzato il ceo è semplice: se un’applicazione gira in un ambiente “container” open source, è molto più semplice adattare l’hardware che ne alimenta l’utilizzo nei vari dipartimenti dell’azienda. E a muovere tutto c’è Linux. Il sistema operativo del Pinguino è infatti il cervello che pilota le nuove tecnologie di Red Hat - il cloud a livello infrastrutturale (le soluzioni OpenStack) e i container open source (Kubernetes) -, non a caso le voci di ricavo a maggior crescita (parliamo del 40% anno su anno) della compagnia.

Per la società del “Cappello Rosso”, l’asset da condividere è il codice sorgente di Linux, che è gratuito e a disposizione di tutti. A pagamento, per i clienti, sono i servizi a valore aggiunto di pulizia, armonizzazione e integrazione del software di cui le aziende necessitano per contenere i costi e ottimizzare le risorse informatiche. Il fatto che i container siano sviluppati su Linux è il vero driver del business, ed è proprio sul piano delle conoscenze del software aperto che la società sta costruendo il suo big deal. Ma c’è un’industria che oggi sta recependo più di altre il valore legato all’open source? A precisa domanda, il numero uno di Red Hat ha citato senza molte esitazioni le aziende che operano nei servizi finanziari, «perché considerano il digitale come leva per innescare processi di trasformazione, rendendo più efficienti e agili i processi». Fra i clienti italiani della società, guarda caso, le banche non mancano – vedi per esempio Bper (Banca Popolare Emilia Romagna) – e si affiancano a nomi come Fastweb, Magneti Marelli, Vodafone e Sogei (il braccio informatico del Ministero delle Finanze).

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