L’IMMOBILIARISTA AL CENTRO DELL’INCHIESTA

Chi è Luca Parnasi, il costruttore che voleva lo stadio della Roma con metodi «anni 80»

di Laura Galvagni

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3' di lettura

Rampante nel lavoro, non nello stile di vita. Il culto del padre, al punto che nel suo ufficio, descritto come assolutamente modesto, siede ancora dietro la vecchia scrivania di Sandro Parnasi. La voglia di rivalsa, per un patrimonio sfumato complici gli errori del passato legati a un'epoca in cui gli immobiliaristi credevano di essere i padroni dell'Italia.

Ma con un piglio diverso rispetto a chi una decina di anni fa ha tentato, fallendo, la scalata ai centri del potere del paese. A Luca Parnasi, giovane, colto, «un po' romano e un po' ganassa», era rimasto un unico asset attorno a cui provare a costruire un rilancio «senza capitali», ossia Eurnova, la società a cui fa capo il progetto di sviluppo dello Stadio della Roma.

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Doveva essere il trampolino di lancio per tornare seriamente a giocare con il mattone. Tanto che, chi lo ha concosciuto assicura che proprio per quel suo Dna da costruttore d'altri tempi dava già per realizzato il progetto sulla capitale ed era proiettato su Milano e lo stadio del Milan. Tanto che è stato arrestato proprio sotto la Madonnina, lontano da quella Roma da cui invece sono partiti nuovi guai. Perché l'inchiesta che l'ha portato in carcere mostra anche l'altro volto dell'attivismo di Parnasi: usare metodi da “anni ottanta” per oliare quei meccanismi che frenavano la sua ambizione di rinascita. Da cinque anni era al lavoro sullo stadio della Roma, mancava poco, niente almeno stando alle recenti esternazioni del sindaco della capitale, Virginia Raggi, per la quale al massimo entro due settimane sarebbe stata firmata l'ultima delibera per dare il via al progetto.

Fa notare, chi lo ha conosciuto, che quel suo sedersi al tavolo con esponenti di ogni colore puntava a un unico obiettivo, ossia accelerare quanto più possibile le procedure. Per tornare in pista, probabilmente. D'altra parte c'era un patrimonio da ricostruire. Il cuore di quello che un tempo era la galassia Parnasi è di fatto da dicembre 2016 al 100% di Unicredit. La banca, a suo tempo fortemente esposta, ha converito diciotto mesi fa un prestito in azioni diventando socio di controllo al 100% di Capitaldev, veicolo dove sono custoditi cinque progetti di sviluppo immobiliare tra cui quattro a Roma e uno a Catania.

A Parnasi, dunque, non resta che Parsitalia, società messa in liquidazione l'estate scorsa, e Eurnova. Quest'ultima a luglio del 2013 ha acquistato un terreno a Roma dove c'era l'ippodromo Tor di Valle e con l'aiuto di consulenti, tra i quali KPMG e Protos, nel 2014 ha presentato il progetto per lo stadio della Roma. Nel 2016 la società aveva circa 56 milioni di attivi, era in perdita per 720 mila euro a fronte di debiti per 47 milioni di euro, di cui poco meno di 11 milioni verso banche, 14 milioni verso soci e circa 20 milioni verso i fornitori. È attorno a questo veicolo che Parnasi dunque prepara la rinascita. Cruciale ovviamente è il buon esito delle procedure per dare il via ai lavori. Poi il fulcro del progetto sarebbe passato in altre mani. Esiste infatti una sorta di bozza di accordo, frutto di analisi assolutamente preliminari, che prevedeva l'intervento di un fondo immobiliare gestito da Dea Capital Real Estate che grazie all'apporto di denari, soprattutto di investitori internazionali, avrebbe dovuto sviluppare tutta l'area commerciale, ossia il business park attorno a Tor di Valle. Grazie a questa mossa, Eurnova di fatto sarebbe riuscita a incassare la liquidità necessaria per mantenere un ruolo nella realizzazione vera e propria dello stadio dei giallorossi, di cui Parnasi è tifoso storico.

Il resto della rete vede diverse società in liquidazione (Vigest e Energia Alternativa), più quella che può essere identificata come la finanziaria di famiglia, ossia Immobiliare Pentapigna dove sono custodite una serie di partecipazioni iscritte per complessivi 20,9 milioni. Tra queste spicca Capital holding, almeno in termini di valore contabile. Ma soprattutto diverse quote in un fondo immobiliare di Idea Fimit (sempre gruppo De Agostini con il quale dunque il legame sarebbe antecedente al progetto Tor di Valle), che oggi dopo alcune cessioni valgono 15,7 milioni. È poi presente liquidità per 4,9 milioni a fronte di debiti per 62 milioni.

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