il ritratto

Chi è Di Matteo, il magistrato amato dalle piazze e inviso alla politica

di Roberto Galullo

(ANSA)

3' di lettura

Due anni fa, appena prima di ricevere uno dei tanti premi per il suo impegno nella lotta quotidiana a Cosa nostra, Nino Di Matteo fece in gesto che al mondo appare normale: una passeggiata sul lungomare Falcomatà di Reggio Calabria.
Normale, per lui, non era e - a ben vedere - normale non lo fu neppure quella volta. A precederlo e a seguirlo, infatti, c'era la sua scorta che non lo lasciava respirare neppure in quella città ostile per molti suoi colleghi calabresi ma che assisteva incurante alla sua passeggiata.

A Palermo, nella sua amata Palermo, una cosa del genere era impensabile da anni, tanto da costringerlo a rinunciare perfino allo stadio dove il suo cuore batte per la squadra fino a poche settimane fa dell’imprenditore friulano Maurizio Zamparini.

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Quel giorno Nino Di Matteo, sul lungomare reggino, era incupito perché sapeva non solo che dopo quella eccezione sarebbe tornato alla regola palermitana - vale a dire una vita blindata per la quale 4 anni fa cementarono perfino i tombini sotto casa ancor prima di dotarlo di misure di sicurezza antibomba mai viste prima - ma soprattutto perché sarebbe tornato alle sue battaglie quotidiane in seno alla Procura e intorno alla Procura di Palermo.

Già. I processi sulla trattativa tra Stato e Cosa nostra e quello al generale Mario Mori non avevano e non hanno solo una vita processuale ma una, ancor più gravida, politica e sociale.

Con il pool che lo ha affiancato e che ha in parte ereditato e in parte ricostruito dopo l'uscita di scena di Antonio Ingroia, si è trovato a sostenere la pubblica accusa in un clima surriscaldato e spesso in posizioni isolate.

Quasi tutto l’arco politico costituzionale a remare contro le ragioni dei processi (salvo attestati di stima privati perché in pubblico non era e non è raccomandabile) e un'opinione pubblica nazionale spesso all'oscuro del cuore delle vicende perché i media sono altrettanti spesso troppo impegnati a tifare piuttosto che a informare.

All’interno della sua categoria le cose non cambiano. Ha dovuto non solo fare i conti con lo scetticismo dei colleghi sul modo di condurre i processi (e ancor prima alcuni pentiti ) ma perfino subire (indenne) un deferimento al Csm dove a difenderlo fu un magistrato, Sebastiano Ardita, che non era neppure ascrivibile alla sua stessa corrente nell' Associazione nazionale dei magistrati. Dalla quale polemicamente si dimise, proprio lui che la guidava a Palermo con entusiasmo e rigore, del resto tratti caratteristici della sua vita.

A riempire l’entusiasmo e a testimoniargli solidarietà solo le piazze riempite spesso in Sicilia e anche fuori, dovunque vada in giro per l’Italia, dal popolo antimafia e da quello delle agende rosse di Salvatore Borsellino.

Un entusiasmo dovuto al suo carisma e dall' impegno antimafia che nasce dal cuore ancor prima che dalle tavole delle leggi.

Un impegno che - dopo il pubblico riconoscimento al codice etico del M5S - qualcuno ha, per calcolo o malizia, scambiato per la volontà di scendere nell agone politico, magari cominciando proprio dalla Regione Sicilia.
Ora una nuova tappa della sua vita professionale che si apre con una incognita: lui, che non ha accettato il trasferimento in Dnaa per sottrarsi ad una morte annunciata ma ha voluto vincere il concorso con i titoli acquisiti sul campo, accetterà di non essere eventualmente applicato a Palermo ai processi che ha seguito finora?

R.galullo@ilsole24ore.com

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