RAPPORTO ITALIA-UE

Chi evita il conflitto e chi sembra cercarlo

di Carlo Bastasin


(Ap)

3' di lettura

Nel maggio di quest’anno, la Commissione europea ha evitato di aprire una procedura di infrazione per la “regola del debito” per violazioni del 2017 che avrebbero colpito il governo italiano appena insediato. Tuttavia, la concessione era stata possibile solo dopo aver ricevuto assicurazione dal nuovo governo che i conti del 2018 e del 2019 sarebbero stati in linea con le regole europee.

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In considerazione delle stesse previsioni del governo, sembra ora inevitabile che la Commissione accerti una violazione della regola del debito e disponga una sanzione al più tardi nel maggio prossimo. La regola del debito è una procedura impegnativa per il Paese che la subisce perché richiede il rispetto di impegni pluriennali e quindi condiziona l’intera azione della legislatura. Per evitarla, il governo dovrebbe modificare significativamente gli obiettivi di saldo strutturale del bilancio per i prossimi due anni, come in effetti ha già cominciato a fare passando da obiettivi di deficit del 2,4% ogni anno a disavanzi inferiori e declinanti anche se non in misura sufficiente. Il paradosso è che la tattica di confermare ambiziosi obiettivi futuri, per ottenere un po’ di indisciplina nell’anno in corso, sarebbe la stessa praticata da tutti i governi della scorsa legislatura.

L’Italia si trova attualmente nel braccio preventivo del Patto di stabilità non ha cioè procedure correttive aperte. In base al controllo preventivo, il Paese deve ridurre gradualmente il disavanzo strutturale. Un deficit dell’1,6% nel 2018 e 0,9% nel 2019 con un pareggio di bilancio nel 2020, avrebbero consentito di raggiungere l’obiettivo di medio termine, cioè un saldo strutturale vicino al pareggio. A questi requisiti se ne è aggiunto un altro che riguarda il tasso nominale di riduzione della spesa pubblica netta primaria. Inoltre, a causa delle difficoltà di stimare con precisione alcune categorie della “matrice” che presiede alla valutazione di sostenibilità delle posizioni fiscali dei Paesi, si è aggiunto un margine di discrezione piuttosto ampio che aveva reso ammissibile la tolleranza applicata da Bruxelles e un obiettivo di riduzione del deficit italiano di circa lo 0,3% nel 2018.

Nel maggio scorso, la Commissione ha adottato un rapporto (in base all’art. 126.3 del Trattato) in ragione di quella che sembrava un’evidente violazione da parte dell’Italia della regola del debito. Il rapporto concluse invece che in ragione di una serie di fattori rilevanti, il criterio del debito risultava rispettato. In realtà, nel 2017, l’Italia aveva rispettato i requisiti del braccio preventivo solo per un’interpretazione generosa da parte della Commissione di alcune spese eccezionali riferite all’emergenza rifugiati e alle spese causate dai terremoti, considerate deviazioni temporanee dal percorso di aggiustamento fiscale.

La Commissione è andata incontro all’Italia probabilmente per evitare di aprire subito un rapporto conflittuale con il nuovo esecutivo appena eletto e composto da formazioni inesperte e poco disposte al dialogo con le istituzioni europee. Tuttavia, per evitare di perdere credibilità o di suscitare troppe proteste tra i Paesi partner per il trattamento troppo poco rigoroso dell’Italia, la Commissione si è riservata di ricalcolare il rispetto del criterio del debito sulla base dei dati definitivi per il 2018 che verranno comunicati nella primavera 2019.

Lo sviluppo del negoziato è leggibile nei documenti ufficiali, in particolare nelle conclusioni dell’Ecofin di luglio scorso e nelle raccomandazioni specifiche rivolte all’Italia. Successivamente il ministro delle Finanze ha ottenuto da Bruxelles un aggiustamento di solo lo 0,1% nel 2018 anziché dello 0,3% (in origine doveva essere dello 0,6%). Ma nella nota di aggiustamento del Def a fine settembre il governo ha dichiarato che nel 2018 il disavanzo strutturale sarebbe aumentato molto e andato incontro a un’ulteriore deviazione significativa nel 2019.

La decisione è parsa provocatoria non solo perché smentiva i negoziati intercorsi, ma perché le variazioni del deficit non venivano spiegate, indicando i fattori che avrebbero giustificato maggiore flessibilità da parte di Bruxelles. Nel documento del governo manca infatti un’analisi delle condizioni cicliche, nonché la scansione temporale del piano di rientro. La posizione del governo è parsa non cooperativa, come se l’obiettivo fosse di aprire un conflitto con le istituzioni europee.

Su queste basi non è difficile immaginare che la Commissione sia costretta a segnalare la violazione degli impegni da parte del governo italiano, magari trasferendo già a dicembre al Consiglio europeo la proposta di una sanzione. In vista di ciò, il governo potrebbe quanto meno fare marcia indietro sugli obiettivi degli anni prossimi, permettendo alla Commissione un rinvio del giudizio a maggio prossimo. Con tutte le incognite, a quel punto, di una Commissione debole, perché in uscita, e di altre istituzioni invece influenzate da partiti anti-europei certamente contrari alla solidarietà fiscale verso l’Italia.

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