INTERVENTO

Chi ha perso di più in termini di reddito per effetto della pandemia di Covid-19

La crisi ha acuito alcune disuguaglianze preesistenti nel mercato del lavoro, ma ha evidenziato le potenzialità dello smart working nel ridurle

di Carmen Aina *, Irene Brunetti **, Chiara Mussida ***, Sergio Scicchitano **

(REUTERS)

4' di lettura

Nell’articolo “Who lost the most? Distributive effects of the Covid-19 pandemic”, si analizzano le conseguenze della pandemia sulla distribuzione dei salari dei lavoratori dipendenti in Italia, utilizzando un dataset innovativo ottenuto dall’unione di due indagini campionarie: la Rilevazione Continua sulle Forze Lavoro svolta da Istat e l’Indagine Campionaria sulle Professioni condotta da Inapp. A differenza di altri studi che, a partire dai dati sulla crisi causata dalla Covid-19, simulano le possibili ricadute occupazionali della pandemia, nel presente lavoro si indagano, con dati in tempo reale, gli effetti della pandemia sulla disuguaglianza salariale, già preesistente ma esacerbata dalla crisi.

In particolare, si evidenziano quali categorie di lavoratori e quali settori economici hanno sofferto maggiormente, e in che misura sia il livello effettivo di lavoro da casa (smart working) che la propensione a lavorare da remoto abbiano influenzato la distribuzione dei salari. I risultati sono i seguenti:

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1. La pandemia ha colpito i salari di tutti i lavoratori, ma l’effetto è maggiore per i salari più bassi.
2. Aver potuto proseguire il proprio lavoro da casa durante il lockdown (con riferimento alla mansione svolta, solo alcuni lavoratori possono farlo) ha mitigato le conseguenze negative, in termini di riduzione salariale, causate dalla pandemia e osservate per coloro che si trovano nella parte inferiore della distribuzione salariale.
3.Tale vantaggio sembra destinato a ridursi nel lungo periodo, ovvero una volta superata l’emergenza sanitaria che ha previsto un massiccio ricorso al lavoro da remoto: quest’ultimo appare, infatti, destinato a ridursi rispetto ai livelli raggiunti durante il lockdown, ma a stabilizzarsi su livelli comunque maggiori rispetto alla situazione pre-Covid-19.
4. I settori più colpiti in termini di perdita salariale sono quelli della vendita al dettaglio e della ristorazione. Qui occorre ricordare che il settore della ristorazione è stato pesantemente colpito anche in termini occupazionali: il recente rapporto annuale sulla ristorazione in Italia per il 2020 ci ricorda che in 14 mesi sono stati bruciati 514mila posti di lavoro, ai quali si associa un’ingente perdita di fatturato (superiore di ben il 50% del volume d'affari dell'anno precedente).
5. Considerando la distinzione per genere, gli uomini sembrano esser stati i più colpiti dalla pandemia, specialmente quelli che si posizionano nei decili più bassi della distribuzione.
6. Infine, nel lungo periodo, si prospetta siano le donne ad ottenere i maggiori benefici dalla possibilità di lavorare da casa. L’opportunità di remote working potrebbe rappresentare la concreta possibilità di riconciliare compiti di cura (lavoro non retribuito) e lavoro retribuito.

In generale, i risultati trovati suggeriscono che l’attuale pandemia ha acuito alcune disuguaglianze preesistenti nel mercato del lavoro ed evidenziano le potenzialità dello smart working nell’allentare tali disuguaglianze (per lavoratori con basse retribuzioni e donne). Tali potenzialità, come più volte ribadito dal ministro del Lavoro, necessitano, innanzitutto, di opportuni interventi legislativi. Sono poi necessari ulteriori interventi di breve e di lungo periodo, per far sì che la pandemia sia un punto di ripartenza e possa trasformarsi in opportunità.

Nel breve periodo, sono auspicabili interventi urgenti per ridurre la disuguaglianza, come ad esempio short-term work schemes, in parte già previsti e attuati nel nostro Paese. La pandemia ha inoltre costretto molte aziende ad orientarsi verso l’utilizzo del lavoro da casa e a ripensare all’organizzazione del lavoro. Questo rappresenta un cambiamento strutturale e una sfida particolarmente rilevante per il tessuto produttivo italiano, considerando la prevalenza di imprese di piccole e medie dimensioni, per lo più a conduzione familiare, con imprenditori mediamente meno istruiti dei colleghi europei e operanti in settori a basso valore aggiunto.

Proprio per questo motivo sembrano necessari anche interventi di lungo periodo per riorganizzare tempi e luoghi di lavoro, per ridisegnare i coworking spaces, e per riuscire a colmare il gap strutturale di conoscenza e tecnologia del nostro Paese nei confronti dei principali competitors internazionali. Sono poi necessari interventi strutturali per il lavoro di cura, nonché aiuti finanziari per le famiglie con figli al fine di facilitare la conciliazione famiglia-lavoro e diffondere l’uso del lavoro da remoto.

È cruciale un sistema di istruzione e formazione che fornisca le competenze necessarie al mercato - non solo quelle associate al lavoro da casa - e che anticipi e investa nelle competenze che serviranno nell’immediato futuro. Serve un profondo processo di reskilling e oggi più che mai le politiche attive del lavoro appaiono fondamentali nel garantire quel processo di apprendimento lungo tutto l’arco della vita lavorativa.

Nella premessa al Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), il Presidente del Consiglio ci ricorda che ad essere particolarmente colpiti dalla pandemia e quindi dalla crisi economica, sociale e sanitaria sono state la categoria delle donne e dei giovani. Il programma Next Generation Europe, nato nel maggio del 2020, mette a disposizione un ammontare di risorse imponenti (750 miliardi di euro) per rilanciare la crescita attraverso nuovi investimenti e significative riforme.

Si auspica che tali risorse consentano concretamente al nostro Paese di cambiare rotta dopo la crisi e, in particolare, di sfruttare le potenzialità offerte dallo smart working in termini di conciliazione famiglia-lavoro. Se è vero che ogni crisi rappresenta un’opportunità, il Pnrr è una occasione irripetibile che non possiamo e non dobbiamo fallire.

* Università del Piemonte Orientale
** Inapp
*** Università Cattolica del Sacro Cuore

(N.d.a: Le opinioni qui espresse non riflettono necessariamente quelle di Inapp)

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