dopo lo scandalo Cambridge Analytica

Chi (o cosa) può salvare i social network

di Biagio Simonetta

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(AP)


4' di lettura

Dieci giorni da incubo. Probabilmente i peggiori da quando Facebook ha salpato da Harvard per diventare il social network più diffuso al mondo. L'impero di Mark Zuckerberg è stato colpito dritto in petto, nel cuore seminascosto del suo business: i dati personali. Lo scandalo Cambridge Analytica, l'ipotesi che i dati di cinquanta milioni di cittadini siano stati utilizzati a scopo elettorale, ha mostrato al mondo tutta la vulnerabilità della piattaforma ideata da Zuckerberg. Facebook è la miniera di informazioni personali più florida al mondo.

Solo Google, probabilmente, può contendergli lo scettro. Se la tutela di queste informazioni diventa traballante può scoppiare un terremoto. Ed è quello che è successo. Un terremoto che sta minando la stabilità non solo di Facebook, ma di tutta l'industria tecnologica basata sui dati. Le ripercussioni maggiori sono visibili in borsa, dove i titoli dei tecnologici continuano a far registrare tonfi. Ma anche nella fiducia dei cittadini. A tal proposito, un sondaggio condotto da SurveyMonkey per conto di Axios svela che rispetto ad ottobre 2017 - quando non era ancora venuto a galla lo scandalo Cambridge Analytica - la credibilità di Facebook ha subìto una flessione non da poco. Lo scorso autunno il bilancio tra chi promuoveva il social network e chi lo bocciava era positivo con una distanza di 33 punti. Oggi quel “rating” è sceso a +5, ovvero i favorevoli sono passati dal 61% al 48% mentre i contrari sono saliti al 43%.

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Chi (o cosa) può salvare i social network
Se fiducia e titoli sprofondano, la domanda più ricorrente è una sola: chi salverà i social network? Il primo step che Zuckerberg e gli altri hanno davanti è recuperare credibilità. L'auto a guida autonoma che innesca un incidente mortale, i dati di milioni di utenti finiti nelle mani sbagliate, le fake news, sono tutte storie che remano in una sola direzione: quella della sfiducia nelle piattaforme tecnologiche. E nella intramontabile divisione fra buoni e cattivi, il salvataggio dei social network e dei nuovi player tecnologici non può prescindere dall'appartenere alla prima categoria.

Nonostante il clamore dello scandalo Cambridge Analytica, non è neanche lontanamente ipotizzabile che Facebook veda crollare il suo numero di utenti nelle prossime settimane. Tuttavia, è una storia che segna. Una storia che veicola un messaggio (spesso, beffardamente, proprio attraverso Facebook). Un messaggio di timore e diffidenza che sul lungo periodo potrebbe fare malissimo a Zuckerberg: il core business di Facebook sono i suoi utenti, i dati di questi utilizzati per il marketing. Come può sopravvivere una piattaforma del genere se perde credibilità? Per questo è necessario ripulire le acque ormai torbide e farle diventare trasparenti. Ecco, Facebook – oggi più che mai - ha bisogno di trasparenza. Di procedure per la tutela della privacy semplici, chiare ed esplicite. Procedure convincenti, che arrivino in modo chiaro all'utente. Le aziende tecnologiche, oggi, devono dimostrare che possono e vogliono proteggere la privacy degli utenti.

«All'inizio si pensava che qualsiasi tecnologia in grado di rendere il mondo più aperto, collegandoci o rendendoci più uguali, conferendo potere individuale, fosse qualcosa di positivo» ha detto al New York Times Dov Seidman, CEO di LRN e autore del libro “How: Why How We Do Anything Means Everything”. «Ma ora stiamo affrontando la realtà, - ha proseguito Seidman - il potere di rendere il mondo più aperto e uguale non è nelle tecnologie stesse. Tutto dipende da come sono progettati gli strumenti e da come scegliamo di usarli. La stessa incredibile tecnologia che consente alle persone di stringere relazioni più profonde, promuovere comunità più vicine e dare a tutti una voce può anche generare isolamento, incoraggiare i razzisti e dare sfogo ai bulli digitali». Secondo Seidman, non basterà a Facebook trovare soluzioni software: «Le soluzioni software possono aumentare la nostra fiducia. Ma, fondamentalmente, è necessaria più “morale” per riconquistare la nostra fiducia. Solo un tipo di leadership può rispondere a questo tipo di problema: la leadership morale. La leadership morale significa mettere le persone al primo posto e fare qualsiasi sacrificio che questo comporta».

Blockchain: salvezza o fallimento
La ricorsa ad una leadership morale è un processo lungo. Ma c'è uno sviluppo tecnologico che può salvare i social network molto prima, e si chiama blockchain. Una tecnologia ritenuta da molti la nuova Internet. Una rivoluzione vera basata su quattro concetti: decentralizzazione, trasparenza, sicurezza e immutabilità. La blockchain è una soluzione concreta alla sicurezza dei dati, e un mondo digitalizzato molto presto non potrà più farne a meno. Con questa tecnologia, tutte le informazioni degli utenti vengono spacchettate e dislocate in server diversi e distanti, sfruttando tutti i nodi della Rete, così da renderle inviolabili. Il vero punto, però, è che per applicare una blockchain i social network dovranno snaturarsi, cambiare il loro business. Finché Facebook sarà unico custode dei dati degli utenti, non riuscirà a garantire la sicurezza necessaria. E difficilmente riacquisterà fiducia con delle semplici modifiche e nuovi tool per la privacy. La blockchain potrebbe essere una soluzione reale. O forse la fine del Facebook che conosciamo.

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