l’allarme dei geriatri

Andare in pensione (anche con quota 100) fa male alla salute

Entro i primi due anni dal momento in cui si va in pensione aumentano gli eventi cardiovascolari, la depressione e il ricorso a medici, specialisti e terapie. Gli studi dicono che l’incidenza aumenta tra il 2 e il 2,5%.

di Mar.B.


Anziani e malattie cardiovascolari: la sfida della cronicità

3' di lettura

Chi sogna di andare in pensione, magari con un po’ di anticipo sfruttando la finestra di quota 100 è avvertito: entro i primi due anni dal momento in cui si va in pensione aumentano gli eventi cardiovascolari, la depressione e il ricorso a medici, specialisti e terapie. Gli studi dicono che l’incidenza aumenta tra il 2 e il 2,5%. A dirlo non è l’Inps o il ministro del Lavoro (preoccupati dalla tenuta dei conti della nostra previdenza ), ma i geriatri che hanno fatto il punto durante l’ultimo congresso nazionale della Società italiana di geronotologia e geriatria a Roma.

Il messaggio che arriva dai geriatri è chiaro: «Non desiderate pazzamente di andare in pensione, perché non sapete che cosa vi aspetta. Preparatevi per tempo ad affrontare quel senso di vuoto e inutilità che può nuocere gravemente alla salute».

Lavorare aiuta alla salute
«Andare in pensione fa male alla salute. Lavorare stanca, ma protegge corpo e mente», spiegano i geriatri. A parte le persone che hanno avuto una vita lavorativa molto usurante, chi è malato, chi ha cominciato in età molto giovane, «in generale la pensione crea fragilità e peggiora lo stato di salute», dice Niccolò Marchionni, Ordinario di Geriatria all’Università di Firenze e direttore di Cardiologia generale all’ospedale Careggi. Per i geriatri, l'uscita dal lavoro ha una valenza anche sociale ed etica e ricadute da non sottovalutare: «Andare poi in pensione prima del previsto, come prevede Quota 100, ad un’età di appena 60 anni, quando si è ancora in forze e si sta bene, non fa solo male alla salute, fa male alla società. Andare via prima di poter contare sul reddito che viene dal lavoro, è immorale», denuncia Raffaele Antonelli Incalzi, presidente di Sigg, «specie se pensiamo alla situazione drammatica dell'economia nel Paese».

Rischio depressione
Per chi lascia il lavoro il rischio è soprattutto quello di deprimersi, in tutti i sensi. Il periodo post-pensione crea infatti una fase di fragilità con sintomatologie fisica e cognitiva: la pensione per la maggior parte delle persone, rappresenta una soglia che coincide con l’idea di essere inutili. «Quello che avvertiamo noi medici, è che uscire dal mondo del lavoro sia peggiorativo anche per la salute percepita, cioè che essere fuori dal lavoro incida sul modo di sentirsi dalle persone stesse, sia fisicamente che psicologicamente: essere pensionati innesca un meccanismo che fa sentire nell’ultima fase della vita, non più coinvolti, fuori da tutto», spiega Nicola Ferrara, Ordinario di Geriatria all'Università Federico II di Napoli. L’uscita dal processo produttivo, la mancanza di un impegno nella società, il senso di marginalizzazione - dicono gli esperti Sigg - pesa sulla salute e i medici lo toccano con mano.

Contano anche reddito e istruzione
«Dagli studi emerge una esperienza diversa tra ceti abbienti e non, tra persone istruite e pensionati con minori risorse culturali - chiariscono gli specialisti - chi ha meno strumenti e reddito più basso, ha anche maggiori problemi di salute». «Non è da sottovalutare inoltre - aggiunge Ferrara - un dato molto importante. Con la pensione la maggior parte delle persone vede diminuire il proprio potere di acquisto. Peggio ancora per chi decide di usufruire di leggi che consentono l'uscita anni prima rispetto al raggiungimento dell'età e che perdono una percentuale notevole di reddito. Con il risultato che un settantenne, pur avendo lavorato per 40 anni, rischia di diventare un nuovo povero e di non potersi permettere le cure di cui ha bisogno».

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