Opinioni

Chi vince, chi perde e il travaso dei lavoratori

Negli Stati Uniti, oltre ai milioni di licenziamenti, sono in corso assunzioni su larga scala

di Gianmarco Ottaviano

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(EPA)

Negli Stati Uniti, oltre ai milioni di licenziamenti, sono in corso assunzioni su larga scala


3' di lettura

Prima della pandemia l’economia americana viaggava su solidi binari, con un tasso di disoccupazione che, a febbraio, mentre la Cina si era già fermata, aveva raggiunto un minimo storico del 3,5 per cento. A distanza di una manciata di settimane, gli ultimi dati ufficiali (relativi ad aprile) segnalano un tasso di disoccupazione salito al 14,7%, il valore più alto mai rilevato da quando ci sono le relative statistiche. Il risultato è che il numero di disoccupati è aumentato di 15,9 milioni raggiungendo quota 23,1 milioni, mentre il numero di occupati è diminuito di 22,4 milioni fermandosi a quota 133,4 milioni. Anche il tasso di partecipazione alla forza lavoro è diminuito attestandosi al 60,2%, il valore più basso dal gennaio 1973 al culmine degli effetti della crisi petrolifera. Molti si aspettano che, quando saranno pubbicati il 5 giugno, i dati per maggio saranno ancora peggiori.

Mentre il dibattito pubblico si sofferma soprattutto sui milioni di licenziamenti innescati dalla pandemia e dal blocco delle attività produttive, sotto il radar sta succedendo anche qualcos’altro. L’economia si sta già trasformando con una riallocazione di risorse produttive e quote di mercato da attività in crisi ad attività in espansione. Questo travaso non sta però avvenendo tanto tra settori diversi quanto tra imprese nelle stesso settore, in funzione della loro efficienza tecnologica e organizzativa, e per questo motivo potrebbe avere conseguenze permanenti

Un studio dell’Università di Chicago mostra che la crisi occupazionale americana non riguarda tutte le imprese e che ci sono anzi imprese che stanno andando alla grande. In queste settimane travagliate, si sono accumulati molti esempi non solo di licenziamenti, ma anche di assunzioni su larga scala. A metà aprile, Walmart aveva già assunto 150mila nuovi dipendenti nell’arco di un mese e prevedeva di assumerne altri 50mila. Amazon ha assunto 100mila nuovi dipendenti nelle ultime settimane con un obiettivo di assumerne altri 75mila. Entro fine aprile, Dollar General, una catena di grande distribuzione, prevedeva di assumere 50mila nuovi lavoratori. Lowe’s, una catena di bricolage ed edilizia per la casa, ha in programma di assumerne 30mila entro la fine della primavera. Già da fine di marzo, molte catene di prodotti alimentari da asporto e consegna a domicilio stanno facendo a gara nell’assumere nuovi lavoratori. Instacart ha già assunto 300mila nuovi dipendenti e Domino’s Pizza sta assumendo circa 10mila conducenti per le sue consegne. Anche la concorrente Papa John’s Pizza conta di assumere 20mila nuovi dipendenti per soddisfare la crescente domanda di consegne. Nelle sole ultime due settimane di marzo, Outschool, una società di lezioni a distanza per bambini e ragazzi dai tre ai diciotto anni, aveva già in programma di assumere 5mila nuovi insegnanti per far fronte alla chiusura delle scuole.

Alcune campagne di assunzioni prevedono un travaso coordinato di lavoratori tra imprese con esigenze diverse allo scopo di favorire licenziamenti e assunzioni il più rapidi possibili. La catena di supermercati Kroger ha siglato un accordo con le multinazionali Sodexo, Sysco e Marriott International per assumere i lavoratori licenziati dalle aziende di ristorazione e ospitalità nei loro portafogli. CVS Healthcare, colosso del settore sanitario, sta cercando di reclutare rapidamente 50mila nuovi dipendenti grazie a un accordo di collaborazione con la catena alberghiera Hilton, la catena di abbigliamento Gap e la Delta Airlines, tutte aziende con importanti esuberi. Uber sta pubblicizzando presso i suoi autisti attualmente disoccupati le opportunità di lavoro offerte da 7-Eleven, Amazon e McDonald’s e altre aziende in espansione.

Forse perché l’abitudine mentale comune porta a pensare all’economia in termini di settori produttivi, si sarebbe tentati di ritenere che la riallocazione indotta dalla pandemia comporterà principalmente spostamenti di risorse produttive tra settori. Tuttavia, fattori idiosincratici specifici del datore di lavoro spesso dominano la creazione e la distruzione dei posti di lavoro, portando a una riallocazione di risorse che è in gran parte tra imprese dello stesso settore e solo in piccola parte tra imprese in settori diversi. Nel caso americano si parla di circa 85% di riallocazione intra-settoriale contro circa 15% di riallocazione inter-settoriale.

Una situazione economia instabile e imprevedibile nei suoi sviluppi come quella attuale favorisce le grandi imprese con lunga esperienza e tasche profonde. Per esempio, negli Stati Uniti i principali attori del settore tecnologico stanno già sottraendo talenti alle startup nel bel mezzo della pandemia di coronavirus. La riallocazione in corso non si ferma però agli aneddoti, ma è ben visibile a livello aggregato. L’Università di Chicago stima che, già durante nella prima fase critica del contagio, negli Stati Uniti a ogni 10 licenziamenti siano corrisposte 3 nuove assunzioni. Chiaramente il saldo netto in termini di occupazione è negativo, ma l’entità del travaso di lavoratori da imprese in difficoltà a imprese in espansione è nondimeno sorprendente ed estremamente rilevante.

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