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Chi vuole mettere le mani sui fondi europei

di Giuseppe Chiellino

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(ANSA)

5' di lettura

Tra il 2012 e il 2015 il reddito pro-capite, a parità di potere d’acquisto, nelle regioni del Mezzogiorno è diminuito, di poco, ovunque. Piccola eccezione la Basilicata, grazie alla forte ripresa dell’automotive. Il Pil pro-capite regionale è il parametro principale utilizzato finora per valutare l’efficacia delle politiche di coesione dell’Unione europea, i fondi strutturali, di cui l’Italia (e in particolare il Mezzogiorno) è il secondo beneficiario dopo la Polonia dove è successo il contrario: nelle regioni più povere l’indice mostra una progressione, moderata ma comunque una progressione. Un miglioramento è stato registrato anche nelle regioni più in ritardo del Portogallo, paragonabili per reddito pro-capite all’Italia del Sud. In Spagna (terzo Paese beneficiario) le cose invece sono andate peggio che in Italia e nei quatto anni considerati l’indice è arretrato di cinque-sei punti, dalla Galizia alla Cantabria, all’Andalusia.

IL COSTO DI BREXIT PER I 27 MEMBRI RIMASTI

Al Jacques Delors Institute hanno provato a tratteggiare due scenari per il bilancio Ue post - Brexit: uno in cui le voci di spesa non vengono intaccate e quindi i 27 devono coprire per intero la quota del Regno Unito; e uno in cui un taglio al budget di 5 miliardi di euro mitiga l'impatto sulle risorse aggiuntive richieste ai singoli Stati. In percentuale (Fonte: Jacques Delors Institute in base ai dati della Commissione europea)

IL COSTO DI BREXIT PER I 27 MEMBRI RIMASTI

Tra gli “indicatori di impatto” dei fondi, il Pil pro-capite è quello più facilmente misurabile e confrontabile nelle quasi 300 regioni degli Stati membri. Perciò è anche il criterio di base per assegnare i fondi: le regioni sotto la soglia del 75% della media Ue sono considerate in ritardo di sviluppo e quindi da sostenere nel percorso di “convergenza” verso il livello di benessere medio Ue. Perciò ricevono la maggior parte dei circa 350 miliardi di euro destinati alla coesione, un terzo del bilancio europeo.

I risultati ottenuti

Il dibattito sul prossimo periodo di programmazione, il Quadro finanziario pluriennale (Qfp) dal 2021 in avanti, è iniziato da tempo e ora sta entrando nel vivo. Entro fine anno sarà presentata al Consiglio e al Parlamento la proposta di bilancio e con essa la dotazione per la politica di coesione. Ma su questa grossa fetta di torta molti hanno già messo gli occhi, per ragioni e con obiettivi diversi. E vorrebbero metterci anche le mani, portando tra gli argomenti proprio la scarsa efficacia delle risorse della coesione, così come sono state utilizzate finora.

Chi difende questa voce fondamentale del bilancio europeo mostra i dati della Dg Politiche regionali della Commissione Ue: nel periodo 2007-2013 gli investimenti attivati in Italia grazie ai fondi europei sono stati pari al 4,4% del totale degli investimenti pubblici in conto capitale. In Polonia questa percentuale sale quasi al 41%, in Spagna è pari al 7% e in Germania al 2,5%. Il top lo raggiunge l’Ungheria al 57,1%. Ma queste sono medie nazionali. Considerando solo le regioni della “convergenza”, nel Mezzogiorno l’incidenza dei fondi Ue sugli investimenti pubblici è stata di almeno di 4-5 volte più alta. Sempre secondo la Dg Regio, i 346,5 miliardi di euro destinati ai cinque fondi strutturali (Fesr, Fse, Feasr, Fondo di coesione e Fondo per la pesca) sono arrivati a 400mila Pmi e a 3.700 grandi imprese. La Commissione stima che entro il 2023 creeranno 1 milione di posti di lavoro netti, un terzo del totale, generando mille miliardi in termini di Pil aggiuntivo pari a 2,74 euro per ogni euro investito.

Il futuro: tagli e riorganizzazione

Cosa succederà nel “post-2020”, quando con l’uscita del Regno Unito verranno meno circa 9-10 miliardi all’anno? C’è il rischio serio che questa voce del bilancio Ue subisca un taglio netto per destinare i soldi a nuove voci di spesa con cui l’Unione ha già dovuto misurarsi: la crisi migratoria, la difesa comune con il progressivo riposizionamento degli Usa nella Nato, la sicurezza interna. E poi ci sono cambiamenti climatici, sicurezza energetica e – non ultima – la tentazione di dirottare sempre più risorse dei fondi strutturali verso il Piano Juncker che stimola gli investimenti privati con strumenti d’ingegneria finanziara: ha il pregio di una gestione più snella rispetto ai fondi strutturali ma per sua natura – si tratta di prestiti e non di sovvenzioni – arriva perlopiù alle aree economicamente più avanzate.

Non è un caso che uno dei cinque paper previsti dal libro bianco sul futuro dell’Unione a 27 riguardi proprio le finanze europee e sia affidato alle cure dei commissari Oettinger (Bilancio) e Cretu (Politiche regionali). L’obiettivo è mantenere lo stesso livello di investimenti nelle regioni europee, anche senza il contributo britannico, individuando altre risorse per le nuove esigenze. Sarà inevitabile, in questo confronto, tirare in ballo anche la politica agricola che assorbe circa 400 miliardi ed è finanziata in toto dall’Unione. In discussione c’è anche una riorganizzazione dei fondi per ridurre le sovrapposizioni. Si pensi solo agli interventi per le Pmi e ai finanziamenti per infrastrutture e grandi reti. Il documento sarà pronto a giugno, ma le decisioni arriveranno dopo le elezioni tedesche di settembre.

La posizione italiana

Martedì il Consiglio Ue si è occupato del futuro della politica di coesione. «È emersa la comune volontà di dare centralità, anche per il dopo 2020, alle politiche di coesione», ha affermato il ministro Claudio De Vincenti che ha illustrato la posizione italiana a difesa di «risorse adeguate». De Vincenti ha ribadito l’idea di condizionare i fondi «al rispetto dei valori fondamentali della Ue» compresa la solidarietà nell’accoglienza dei migranti. Ma questo non sembra un punto su cui sono tutti d’accordo, anche in Italia. Tanto è vero che il documento approvato all’unanimità dalle regioni prima del Consiglio non cita la questione, probabilmente perché si vogliono tenere separate le scelte politiche nazionali dalle risorse per le regioni.

I rischi, da Brexit alla difesa comune

Dunque, sono almeno tre i rischi che corrono i fondi strutturali nei prossimi anni. Il primo è il ridimensionamento, legato a Brexit e alle nuove esigenze del bilancio. Come ha segnalato il Comitato delle Regioni, questo tema potrebbe porsi prima del 2020 se Londra non accetterà di onorare gli impegni già presi, con la necessità di rivedere 530 programmi operativi dei fondi.

Il secondo rischio, meno evidente ma ugualmente pericoloso, è la spinta verso un’ulteriore centralizzazione dei fondi di coesione, condizionando alle riforme strutturali nazionali la disponibilità delle risorse nei territori. È ciò che comporterebbe la condizionalità sul deficit/Pil in Italia o sull’accoglienza degli immigrati, con un approccio molto vicino a quello della Troika nei salvataggi della Grecia.

Il terzo, infine è visto nell’intreccio – auspicato da alcuni – tra i fondi e il piano Juncker che, con la sua impostazione finanziaria e banco-centrica, minaccia di prosciugare l’afflusso di risorse verso le regioni più povere. Un esito molto lontano dal valore aggiunto europeo che auspicava George Thomson, britannico e primo commissario Ue alle Politiche regionali, nel 1976: «Nessuna Comunità potrà sopravvivere né avrà senso per i popoli che ne fanno parte, finché alcuni avranno standard di vita molto diversi e avranno motivo di dubitare della comune volontà di tutti di aiutare ciascuno Stato membro a migliorare le condizioni di vita della propria gente».

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