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Chi vuole uscire dall’euro punta a uscire dall’Europa

di Sergio Fabbrini

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5' di lettura

L’euro è troppo importante per essere lasciato (solamente) agli economisti. La scelta tra rimanere nell’Eurozona o uscire da essa non può essere compiuta sulla base di considerazioni esclusivamente economiche. Le considerazioni economiche sono importanti, ma costituiscono (solamente) una componente della scelta. Se si vuole discutere di “cosa fare dell’euro”, è necessario riconoscere le ragioni politiche che continuano a giustificarne l’esistenza. Quali sono tali ragioni? Ne indico due, per concludere con il problema lasciato da esse irrisolto.

Cominciamo dalla prima ragione. L’euro è stato adottato per rendere irreversibile il processo verso un’unione “sempre più stretta” dei popoli e degli stati europei. Esso simboleggia il passaggio dalla Comunità economica, inaugurata dai Trattati di Roma del 1957, alla Unione europea, formalizzata dal Trattato di Maastricht del 1992. Sul piano economico, l’euro ha sicuramene accelerato il processo di trasformazione del mercato comune in un mercato unico, come stabilito dal Trattato unico europeo del 1986. Tuttavia, è sul piano politico che l’euro ha consentito di far fare un salto di qualità al processo di integrazione, sottraendo agli stati europei il controllo di una delle risorse costitutive della loro sovranità nazionale, cioè la moneta. Rinunciando alla propria sovranità monetaria, gli stati europei hanno esplicitato ciò che era implicito da tempo. E cioè che l’Unione europea non è, né vuole essere, una semplice organizzazione internazionale.

Pensata originariamente come la moneta di tutti, ben presto si è dovuto riconoscere che non tutti erano disposti a compiere la scelta di rinunciare alla propria sovranità monetaria. I paesi che però quella scelta hanno fatto (i 19 che costituiscono oggi l’Eurozona), l’hanno fatta riconoscendo il suo carattere di irreversibilità. Infatti, il vigente Trattato di Lisbona (entrato in vigore nel 2009) non prevede l’uscita dall’Eurozona, ma solamente dall’Unione europea.

Quindi, qualora un paese che fa parte dell’Eurozona decidesse di uscirne, per poterlo fare deve uscire dall’Unione europea in quanto tale.
Non sorprende che i leader populisti che vogliono uscire dall’euro non parlino di tale implicazione, mentre sorprende che essa venga trascurata da giuristi, come il presidente emerito della Corte costituzionale Gustavo Zagrebelsky, che si sono affrettati a dare legittimità alla proposta di un referendum sull’euro, seppure consultivo (o di indirizzo). Ora, poiché l’articolo 75 della nostra Costituzione non solamente non prevede quest’ultimo, ma afferma esplicitamente che «non è ammesso» il referendum per ratificare i trattati internazionali, ne consegue che occorre riformare la Costituzione per poter votare sulla partecipazione o meno dell’Italia all’Unione europea.

Così, le stesse forze politiche e gli stessi esponenti intellettuali che si erano opposti alla riforma costituzionale Renzi-Boschi finalizzata ad avvicinare il nostro sistema parlamentare agli standard europei, sono ora favorevoli a promuovere una riforma costituzionale che ci consenta di votare per allontanarci dall’Unione europea. Tutto si tiene. Chi vuole uscire dall’euro persegue in realtà un obiettivo politico, la disintegrazione dell’Unione europea.

Vediamo la seconda ragione politica. La creazione dell’euro costituisce la risposta politica al grande problema che l’Europa ha dovuto affrontare (o meglio, ri-affrontare) con la fine della Guerra Fredda. Ovvero, fare in modo che la Germania rimanesse europea. Infatti, il crollo del muro di Berlino (novembre 1989) rese possibile la riunificazione della Germania (ottobre 1990), una riunificazione consistita in realtà nell’annessione della Germania dell’Est da parte della Germania dell’Ovest. La riunificazione della Germania ripropose la questione (storica) di come bilanciare l’asimmetria tra quel Paese e gli altri Paesi europei (e la Francia in primo luogo). Basti pensare che prima dell’unificazione la Germania e la Francia erano comparabili sul piano demografico (entrambi oscillanti tra i 63 e 65 milioni di abitanti) ed economico, mentre dopo l’unificazione quell’equilibrio è saltato inevitabilmente (la Germania ha superato gli 80 milioni di abitanti), con un potenziale economico superiore a quello di tutti gli altri Paesi europei.

La decisione presa, con il Trattato di Maastricht del 1992, di dare vita a una moneta comune all’interno di un’Unione economica e monetaria (l’Eurozona), aveva anche lo scopo di bilanciare una Germania divenuta ancora più potente economicamente. Dopo tutto, già prima del 1990 la Germania era il Paese economicamente e monetariamente egemone. Basti pensare che, nonostante il Sistema monetario europeo (Sme), introdotto nel 1979, prevedesse parità di cambio prefissate tra le varie valute nazionali, il marco tedesco condizionava i rapporti di cambio con le altre valute nazionali. Così, la Deutsche Bundesbank poteva influenzare la politica monetaria dello Sme, senza esserne a sua volta influenzata.

Con l’euro, la gestione della politica monetaria è stata affidata invece alla Banca centrale europea (Bce), un organismo sovranazionale che decide in piena indipendenza dalle banche centrali nazionali (pur nei vincoli del suo statuto). Tale indipendenza ha suscitato non poche frizioni con l’una o l’altra banca nazionale, in particolare con la Deutsche Bundesbank. Sono noti i contrasti di policy tra il presidente della Bce (Mario Draghi) e il governatore della Deutsche Bundesbank (Jens Weidmann), contrasti preceduti e seguiti da dimissioni (o minacce di dimissioni) dei rappresentanti tedeschi nel comitato esecutivo della Bce, come quelle di Jurgen Stark nel settembre 2011, proprio per dissenso con la linea seguita da Francoforte. La Bce continua a essere l’unica istituzione dell’Eurozona che obbliga la Germania a parlare europeo, esattamente come i padri fondatori dell’euro, tra cui il nostro Tommaso Padoa-Schioppa, volevano che avvenisse. È sorprendente che i populisti che propongono di uscire dall’Eurozona prefigurino il ritorno a un sistema monetario europeo che libererebbe la Germania dai vincoli che la contengono. Così, la propaganda anti-tedesca dei Salvini e Grillo, se realizzata, produrrebbe esattamente il suo contrario.

Se le due ragioni politiche che giustificano l’euro sembrano indiscutibili, lo stesso non può dirsi per la traduzione istituzionale di quelle ragioni. Se è vero che l’euro ha creato le condizioni di un’Europa più stabile sottraendo la sovranità monetaria agli Stati nazionali, se è vero che l’architettura monetaria dell’euro ha creato le condizioni per il contenimento della potenza economica tedesca, è anche vero però che l’Eurozona è una costruzione rimasta inconclusa sul piano della governance economica. Abbiamo un’unica politica monetaria, ma diciannove politiche economiche. La crisi ha fatto saltare il compromesso formalizzato a Maastricht tra la Germania (che chiedeva la centralizzazione della politica monetaria) e la Francia (che chiedeva la decentralizzazione delle politiche collegate alla moneta, come quella fiscale e di bilancio).

Ai sovranisti che vogliono ritornare alle monete nazionali non si può opporre la difesa di una Eurozona lasciata a metà. Invece di andare indietro, occorre andare avanti. Avanti verso un governo federale dell’Eurozona, con un bilancio dell’Eurozona basato su risorse fiscali autonome, interlocutore politico della Bce. È augurabile che il ciclo elettorale che si apre oggi a Parigi possa creare le condizioni politiche per fare questo ulteriore salto. Ecco perché la discussione su “euro sì-euro no” non può essere lasciata (solamente) agli economisti. Gli economisti ci aiutano a capire alcuni aspetti del funzionamento dell’euro, ma è bene non dimenticare che quest’ultimo è molto di più di una semplice moneta.
sfabbrini@luiss.it

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