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Chiude Quibi, in sei mesi da grande startup di streaming al fallimento

La fama dei fondatori, Katzenberg e Whitman, e degli investitori non salvano il servizio short form da pandemia e concorrenza. Bruciati 1,5 miliardi

di Marco Valsania

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(AFP)

La fama dei fondatori, Katzenberg e Whitman, e degli investitori non salvano il servizio short form da pandemia e concorrenza. Bruciati 1,5 miliardi


4' di lettura

Una meteora, lanciata e precipitata nel giro di sei mesi. Che, nel firmamento hollywoodiano e di Silicon Valley, ha bruciato a tempo di record quasi un miliardo e mezzo. Per la fabbrica americana dei sogni la saga della startup Quibi, l'ultimo arrivato di belle speranze sulla sempre più affollata frontiera dello streaming, si è trasformata in un incubo. Da un debutto in grande stile a una chiusura mesta e senza appello. Con per epilogo una lettera dei suoi due famosi creatori, il magnate del cinema Jeffrey Katzenberg e la veterana tech Meg Whitman, e incontri via zoom in veloce successione per informare ufficialmente della fine della corsa sia gli investitori, delusi, che i dipendenti – 200 – licenziati in tronco.

Investitori scottati

Gli investitori in Quibi erano a loro volta tutti nomi eccellenti e con lunghi pedigree, rimasti inaspettatamente scottati: da colossi dello spettacolo e di media vecchi e nuovi, quali Disney, Comcast, CbsViacom e BBC, a leader tech quali Alibaba e a giganti di Wall Street del calibro di Goldman Sachs e JP Morgan. Ora quei soci si spartiranno quanto rimane, una volta pagati i creditori: circa 350 milioni degli 1,8 miliardi che avevano scommesso sull'avventura. In vendita al migliore offerente sono gli asset, anzitutto un centinaio di show originali che potrebbero arricchire qualche protagonista già affermato. Nessun compratore era invece emerso per l'intero servizio, nei media o nella tecnologia, così come nessuna ipotesi di nuovi cavalieri bianchi finanziari o di merger con una Spac si sono materializzate prima di scrivere la parola fine su Quibi.

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Un’idea innovativa

Cosa è accaduto? È accaduto che lo streaming si è rivelato una frontiera in frenetica evoluzione e sviluppo quanto anche pericolosa. Dove il successo è tutt'altro che assicurato e i rischi molti e semmai in aumento. Ideato nel 2018 dall'ex co-creatore di DreamWorks e poi di DreamWorks Animation e dalla ex chief executive di eBay e Hewlett-Packard, il servizio di Quibi aveva debuttato nell’aprile di quest’anno. Un servizio con alle spalle una concezione e una tecnologia innovative: essere lo streaming per un pubblico “on the go”, in continuo movimento. Al quale offrire quindi prodotti short form, show brevi, di cinque o dieci minuti, disegnati per il consumo su gadget mobili a cominciare dagli smartphone. Nello slogan del gruppo, l'obiettivo era innescare e sfruttare una rivoluzione nello storytelling. Una “grande idea”, un “esperimento”, ha ribadito ancora nelle ultime ore Katzenberg.

Vittima eccellente

Ma Quibi, anziché startup di successo, è diventato la prima vittima eccellente della drammatica pandemia che scuote economica e società e allo stesso tempo della straordinaria intensità delle guerre esplose nello streaming. Di più: è diventato uno dei fallimenti più costosi, rapidi e di alto profilo di una startup nel pur vorticoso palcoscenico di business americano. Un rovescio di fortune a tempo di record. Nato per cogliere l'attenzione di americani mentre sono in viaggio o pendolari, ha fatto i conti con un coronavirus che ha fatto scattare lockdown e inchiodato le famiglie in casa. Nei primi tre mesi, la sua app è stata scaricate meno 5,6 milioni di volte ma solo una minima parte si è convertita in abbonamenti dopo svariate opzioni di periodi gratuiti di prova. Stando ad alcune stime, il tasso di conversione, a abbonamenti tra i 5 e gli 8 dollari senza pubblicità, potrebbe essere stato limitato all'8 per cento.

Molteplici sfide

Non è stato solo il virus, però: il consumo di media via gadget mobili – e di video brevi come dimostrano gli exploit di Tik Tok e YouTube - non è realtà diminuito durante la pandemia. La verità è anche che i suoi show non hanno fatto presa, nonostante il talento arruolato per sfornarli (firme quali Steven Spielberg). Nessuno è diventato oggetto di culto o punto di riferimento. Quibi non aveva inoltre una biblioteca di titoli esistenti su cui contare. Sotto accusa è finito anche il modello di business: essersi limitato inizialmente all'offerta via mobile ha ridotto la sua diffusione. A lungo sono mancati accordi – arrivati solo nelle ultime settimane - anche solo per fare arrivare il servizio su smart tv quali Apple Tv. C'è chi ha criticato la mancanza di un focus su una audience particolare. Chi una carenza di sperimentazioni prima del lancio per meglio verificare l'accoglienza del servizio. Chi arroganza e spese eccessive, quali 63,7 milioni in campagne promozionali televisive.

Troppa concorrenza

Tutto questo, stando agli analisti, ha contribuito a rendere la startup un gigante dai piedi d'argilla. Al colpo di grazia ha però contribuito il boom di concorrenti nello streaming, mentre il settore dello spettacolo riesamina le attività per garantire centralità proprio allo streaming nell'era della pandemia. Gli ultimi mesi hanno visto il decollo di nuovi servizi da parte di protagonisti assoluti accanto al leader ormai storico Netflix. Ecco l'avvento di Disney+, di Peacock della NbcUniversal di Comcast, di Hbo Max di WarnerMedia della AT&T, di Apple. Senza contare la presenza che si rafforza anche di Amazon con Prime Video. Quibi, come se non bastasse, si è scontrata anche con battaglie legali sulla proprietà intellettuale di tecnologie cosiddette turnstyle con una società, Eko, sostenuta dal fondo attivista Elliot Management. In uno spazio sempre più affollato, i margini per sbagliare, inciampare e tentare riscosse si sono rapidamente ridotti e poi dissolti. Anche per stelle di Hollywood e del tech quali Katzenberg e Whitman.

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