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Chiudono le fabbriche di fertilizzanti, Europa in panne dall’Emilia al Belgio

L’industria dei fertilizzanti soffre di una doppia dipendenza dal gas che alimenta il processo produttivo ma che è anche materia prima

di Giorgio dell'Orefice

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3' di lettura

«In questi mesi in tanti a proposito dell'escalation dei costi energetici hanno usato l’espressione “tempesta perfetta». Ho l’impressione che la vera tempesta perfetta sia quella che deve ancora arrivare. Oggi stiamo scontando una forte riduzione della produzione di fertilizzanti in Europa con incremento dei prezzi e della dipendenza dall’estero. Ma poiché i fertilizzanti sono alla base della produzione agricola, nel giro di pochi mesi questo paradigma si potrebbe trasferire a valle con un sensibile ridimensionamento della produzione agroalimentare, un nuovo rialzo dei prezzi e dell’inflazione, un massiccio ricorso alle importazioni e, soprattutto, un impatto diretto sul bilancio delle famiglie». Nelle parole del presidente di Assofertilizzanti-Federchimica, Giovanni Toffoli c’è lo scenario prossimo non solo del comparto dell’agrochimica ma dell’intero settore agroalimentare italiano ed europeo.

Doppia dipendenza dal gas

L’industria dei fertilizzanti soffre infatti di una doppia dipendenza dal gas che alimenta il processo produttivo ma che è anche materia prima per la produzione dei fertilizzanti agricoli. Per questo gli incrementi medi del 300% dei prezzi del gas in pochi mesi stanno spingendo molte industrie europee del settore a ridurre, se non a bloccare, la produzione. Sono una ventina i siti temporaneamente chiusi.

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La multinazionale norvegese dei fertilizzanti minerali Yara International, uno dei leader mondiali del comparto, a luglio ha chiuso il proprio impianto a Ferrara, in Italia, per la seconda volta quest’anno. In primavera, aveva stoppato lo stabilimento di Le Havre in Francia. Da gennaio, Yara ha prodotto il 15% in meno di ammoniaca in Europa rispetto allo scorso anno e ha appena annunciato che ridurrà ulteriormente la propria produzione in Europa. Nel Vecchio Continente il gruppo utilizzerà ora solo il 35% della capacità di produzione di ammoniaca. Ulteriori tagli produttivi nei prossimi giorni avverranno negli impianti di Sluiskil (Paesi Bassi) e Tertre (Belgio). Con queste misure, Yara stima a 3,1 milioni di tonnellate di ammoniaca e 4 milioni di tonnellate di prodotti finiti le riduzioni in atto rispetto alla capacità produttiva annua in Europa.

Gli impianti chiudono

Questa settimana, mentre i prezzi del gas sono aumentati di nuovo, il primo produttore polacco Azoty ha annunciato che avrebbe sospeso il 90% della propria produzione di ammoniaca e anche il primo produttore lituano Achema ha annunciato la chiusura del suo impianto. Il colosso tedesco Basf ha annunciato che chiuderà l’impianto di Ludwigshafen se le forniture di gas caleranno sotto il 50% per un periodo prolungato.

«La principale categoria di fertilizzanti – ha aggiunto il presidente di Assofertilizzanti – è quella degli azotati che sono anche quelli più colpiti dai rincari del gas. L’azoto di sintesi rappresenta il 65-70% dei fertilizzanti utilizzati in agricoltura e proviene dall’ammoniaca, NH3 dalla quale utilizzando il gas si elimina il carbonio e si aggiunge azoto. Senza gas, o con il gas a questi prezzi, e senza tubazioni e rigassificatori per importarlo da Paesi diversi dalla Russia non ci sono molte alternative. L’unica è ridurre i dazi sull’import di fertilizzanti perché converrebbe di più importarli che produrli. L’Italia, compresi gli impianti di multinazionali straniere che operano nel nostro paese è autosufficiente al 50% circa per i fertilizzanti. Ma il 100% delle materie prime per produrli è importata dall’estero».

Nel Consiglio informale dei ministri agricoli di Versailles dello scorso inverno fu ribadita la necessità di rafforzare l’autonomia e la sicurezza alimentare europea sia sui prodotti agricoli di base che sui fertilizzanti necessari per produrre in maniera adeguata. Ma l’attuale congiuntura tratteggia prospettive che vanno in una direzione diametralmente opposta perché una nuova rafforzata dipendenza dall’import di fertilizzanti è solo il preludio a una rinnovata dipendenza dall’estero anche di prodotti agroalimentari.

I margini di manovra sono molto ristretti. Gli agricoltori possono provare a modificare i propri orientamenti colturali passando da produzioni che richiedono massicce dosi di fertilizzanti come il mais ad altre, come ad esempio i semi oleosi, che ne richiedono meno. Ma questo rischia di avere ricadute negative sulla zootecnia che non può fare a meno del mais per l’alimentazione animale.

Il riciclo di ammoniaca

«Gli unici rimedi – conclude il presidente Toffoli – sono quelli della diversificazione degli approvvigionamenti di gas, della costruzione di gasdotti e rigassificatori. Poi ci sarà l’alternativa del riciclo dell’ammoniaca prodotta dal settore zootecnico. Alternativa che finora aveva costi esorbitanti ma che con i continui rialzi del gas sta cominciando a essere potenzialmente competitiva. Poi ci saranno i progressi tecnologici che consentiranno nuove forme di circular economy e la produzione di ammoniaca green da fonti di energia rinnovabili. Ma occorre tempo. Per questo ci stiamo convincendo che lo scenario che abbiamo davanti sarà critico ancora per diversi mesi».

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