COMMERCIO

Chiusure domenicali, consenso sempre più difficile

di Enrico Netti


(© giovanni mereghetti)

3' di lettura

Addetti alle vendite che lavorano tutte le domeniche del mese nonostante abbiano un contratto che prevede al massimo 25 domeniche lavorative in un anno, oltre a diverse irregolarità nei rapporti di lavoro degli occupati nei centri commerciali. In altre parole «le associazioni datoriali si devono sedere al tavolo con i sindacati per risolvere questi problemi» raccomanda Andrea Dara, parlamentare della Lega primo firmatario del ddl sulle chiusure domenicali intervenuto ieri nel convegno «Chiusura dei centri commerciali la domenica: opportunità o problema?» organizzato dal gruppo editoriale Netweek, a Capriano di Briosco (in Brianza), a cui hanno participato, tra gli altri, imprenditori, top manager oltre ai rappresentati di Cncc, Confimprese, Anci e Federdistribuzione. In pressing sul riposo domenicale di addetti di supermercati e centri commerciali anche la Curia «che chiede di conciliare il riposo settimanale ma evitare la perdita di posti di lavoro» racconta Dara che ha ricevuto 160 post su Messenger inviati dai rappresentati di tre gruppi «no aperture festive» in rappresentanza di oltre 200mila persone oltre alle copie del buste paghe inviare dai lavoratori delle gallerie in cui si vedrebbero le quattro domeniche di lavoro.

Nella foto da sinistra verso destra: Fabrizio Sala (vicepresidente Regione Lombardia), on. Andrea Dara (Commissione attività produttive e commercio), Virginio Brivio (presidente di Anci Lombardia)

Per quanto riguarda i diversi regimi dei saldi, per i negozi tradizionali la normativa è estremamente precisa mentre nell’online sconti e promozioni sono lasciati alle libere scelte delle piattaforme, il parlamentare ritiene si tratti di una «concorrenza sleale e abbiamo chiesto l’avvio di una indagine conoscitiva sull’e-commerce da portare avanti parallelamente all’attività sulle chiusure domenicali». Tra gli altri nodi che affliggono le piattaforme online ci sono anche quello della tassazione e di quei merchant che dopo avere venduto online per un anno o poco più chiudono senza pagare l’Iva e le altre imposte. Dopo un breve periodo di pausa ritornano in attività «con lo stesso indirizzo della “vecchia” società». Per loro, sembra di capire, sono in arrivo più controlli.

«Le motivazioni che ci hanno spinto a rivedere il tutto è, da una parte, l’esigenza, portata avanti dal Movimento 5 Stelle, di dare la possibilità di passare la domenica in famiglia ai dipendenti dei centri commerciali, dall’altra il tentativo, spinto dalla Lega, di fermare la desertificazione dei centri storici e dei piccoli comuni» ricorda il parlamentare. Per quanto riguarda l’iter del ddl «a nostra sintesi non è la Bibbia – rimarca –. Abbiamo in corso audizioni fino alla fine di giugno...». Della quarantina di audizioni previste per ora sono state ascoltate solo sei associazioni e si ha la netta sensazione che i lavori della Commissione vadano al rallenty forse anche per esigenze elettorali. Sui contenuti del ddl, pare di capire che ci sai qualche spazio di manovra sia per quanto riguarda il numero delle chiusure domenicali e festive, su cui Federdistribuzione, Confcommercio e altre organizzazioni presenteranno una proposta congiunta, sia per quanto riguarda le definizioni “tecniche” di centro storico, le scelte da fare per le vie dello shopping sorte al di fuori da questi nuclei e i centri turistici. Da parte loro i comuni, per bocca di Virginio Brivio, presidente di Anci Lombardia, sono critici riguardo la facoltà lasciata alle amministrazioni locali di decidere chi e quando deve restare chiuso. Il forzista Fabrizio Sala, vicepresidente di Regione Lombardia, è contrario a ogni forma di nuova regolamentazione e dice: «È assurdo chiudere la domenica. Ridiscutiamone le caratteristiche, tuteliamo maggiormente chi vi lavora, ma si deve spingere sui centri commerciali che possono essere anche un grande richiamo turistico e di crescita per la nostra economia».

Il ddl in gestazione porta con sé la speranza di rivitalizzare i centri dei piccoli e medi comuni colpiti dalla desertificazione delle vetrine. Ma spesso restano spente a causa dell’assenza del ricambio generazionale, il crollo delle vendite dal dettaglio, il cambio delle abitudini dei clienti, senza dimenticare le difficoltà di parcheggio, le zone a traffico limitato che riducono il flusso dei clienti e una pressione fiscale tale da scoraggiare che voglia diventare un commerciante sia in un centro città che in un’area periferica. Per finire ci si può chiedere perché si debba fermare il lavoro festivo solo nel commercio quando in Italia ci sono 3,5 milioni di addetti impegnati la domenica si chiede Massimo Viviani di Federdistribuzione che auspica «una competizione ad armi pari tra i negozi tradizionali e online perché la concorrenza di chi ha sede all’estero non è comparabile».

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