Regioni e Province

Chiusure e ripartenze, i territori vicini di casa si fanno lo sgambetto

Con l'emergenza Covid le amministrazioni autonome si sono mosse in ordine sparso con agevolazioni per molti settori produttivi

di Barbara Ganz

Confini. Le delimitazioni nazionali come il Brennero, ma anche quelle regionali e provinciali, hanno pesato sull'epidemia

5' di lettura

L’emergenza sanitaria ha avuto, fra gli altri, l’effetto di mostrare le diverse velocità e spazi di manovra a disposizione di regioni e province che sono vicine di casa, ma non si risparmiano qualche sgambetto.

Aperture e chiusure
Un primo aspetto, forse il più evidente, riguarda le decisioni relative a bar, ristoranti, parrucchieri ed altre categorie. Ad ottobre 2020, ad esempio, il presidente della provincia di Bolzano Arno Kompatscher aveva annunciato la volontà di «recepire gran parte del nuovo Dpcm nazionale, ma con alcuni adattamenti alla realtà locale in virtù dei margini di manovra che ci sono concessi dalla nostra autonomia e dalla legge provinciale sulla fase 2 dello scorso maggio». Così, diversamente dai limiti disposti a livello nazionale, in Alto Adige i bar dovevano chiudere alle 20 e i ristoranti alle 22. Con effetti surreali: con l’insegna in Veneto e la cucina in Trentino, un locale di confine era riuscito per una questione di metri a lavorare, ricadendo formalmente in suolo trentino nonostante un prefisso telefonico e perfino lo smaltimento rifiuti targati Vicenza, in un Veneto costretto a chiudere alle 18.

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Immediata era stata la richiesta di impugnativa per i provvedimenti da parte dell’allora ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia. In realtà, anche sul fronte chiusure, le province autonome hanno corso più veloci: proprio l’Alto Adige, dal 14 febbraio, aveva inasprito il lockdown rispetto alle regole nazionali introducendo anche, sui mezzi di trasporto pubblici e nei negozi, a partire dai 12 anni, l’obbligo di utilizzare la mascherina FFP2.

Ristori contestati
Partenze e frenate mal vissute dalle stesse categorie economiche: «Ci attendiamo dalle Province autonome di Bolzano e Trento manovre che siano complementari e non sostitutive di quella nazionale, evitando doppioni nelle forme di sostegno, con attenzione maggiore ai settori particolarmente colpiti che registrano perdite fin o al 90% del fatturato, come gli organizzatori di eventi e le agenzie di viaggi», ripete fin dallo scorso ottobre Claudio Corrarati, presidente di CNA Trentino Alto Adige, che chiede anche «alle Province, in particolare a quella di Bolzano, di usare molta prudenza nel meccanismo, che ormai ben conosciamo, delle ordinanze provinciali che precedono o seguono di Dpcm in virtù dell’Autonomia. Le aziende hanno necessità di norme chiare, equilibrate, applicabili e il più possibili uniformi, quanto meno tra le regioni confinanti nelle quali spesso operano».

E in febbraio, con le restrizioni altoatesine legate alla diffusione delle varianti, Paolo Ferrazin, portavoce di CNA-SHV Burgraviato, aveva contestato l’ordinanza su Merano «arrivata tardi, dopo le ore 19 del 17 febbraio, con efficacia dalla mezzanotte, ovvero appena 5 ore dopo la pubblicazione. Il testo poi parla di chiusura delle attività produttive industriali e commerciali. E chi è artigiano può stare aperto? Un’azienda produttiva deve rimanere chiusa o può operare per consegnare i lavori a clienti, enti o aziende del resto dell’Alto Adige o di fuori provincia, che sono aperti? Chi si farà carico delle penali per i ritardi di due o tre settimane nella consegna di lavori a clienti che hanno sede in zone gialle o arancioni o comunque aperte? Come devono comportarsi gli autotrasportatori e i corrieri, che arrivano da altre zone dell’Alto Adige o da fuori provincia, i quali devono consegnare o ritirare merce a Merano? Ci sono certezze sui ristori per attività chiuse che, a livello nazionale, sarebbero aperte pur se in zona rossa?».

Il nodo alla frontiera
Anche i vicini di casa esteri hanno deciso a modo loro, sia per le aperture degli impianti sciistici che per l’accesso al proprio territorio.

A febbraio per i trasportatori di merci è scattato l’obbligo di presentare un test negativo al Covid-19 per attraversare la frontiera. Un obbligo che ha portato come conseguenza lunghi tempi d’attesa, limitazioni e spesso situazioni insostenibili - in molti casi nessuna opportunità di mangiare un piatto caldo o di utilizzare i servizi igienici quando necessario - proprio per una categoria cruciale e sempre in attività durante la pandemia.

Test e aziende
Velocità diverse anche sul fronte dello screening e delle riaperture. Sempre in Alto Adige si sono fatte le “prove generali” con i test antigenici in azienda (come fanno anche altre grandi imprese nazionali, ma su larga scala). A novembre, durante il primo test di massa sulla popolazione, su 500 imprese associate hanno risposto in 284 che complessivamente occupano 25mila dipendenti, di cui 22mila sottoposti ai test. Da allora si fanno regolarmente e tutto è pronto per fare lo stesso con i vaccini, con un fiorire di best practice sulla lotta al Covid-19 in azienda. La GKN Driveline Spa di Brunico nel solo 2020 ha investito circa 100mila euro nelle misure di prevenzione e sicurezza, mentre le grandi imprese della zona industriale di Bolzano Sud sono state tra le prime in Italia ad adottare i protocolli di sicurezza in azienda. La Röchling Automative Spa di Laives ha riorganizzato l’attività in produzione e nelle aree comuni. Grazie alla digitalizzazione dei propri macchinari può contare su un tracciamento molto preciso.

La Markas Srl di Bolzano, attiva in settori particolarmente delicati come quelli della sanità o delle mense scolastiche. In questi ambiti l'attenzione è ancora maggiore, fin dall’inizio ha invitato i propri dipendenti a rimanere a casa in caso di sintomi: «Come da protocollo vengono eseguiti i tamponi agli eventuali contatti stretti - spiega Evelyn Kirchmaier, direttore generale di Markas - Come impresa abbiamo però deciso di dare la possibilità ai dipendenti di eseguire dei tamponi anche a chi, pur non essendo un contatto stretto della persona contagiata, volesse per sicurezza sottoporsi al test. Questa scelta ha portato due grandi effetti positivi: da una parte il dipendente si sente psicologicamente più sicuro, è più sereno, dall’altra, dal punto di vista del risk management, il livello di prevenzione è così ancora maggiore». Anche Finstral Spa (progettazione, produzione e posa di finestre, porte d’ingresso e verande) ha puntato sui test rapidi frequenti, liberi e gratuiti per i collaboratori. Spiega il responsabile servizio prevenzione e protezione Ivan Girardo: «Dopo Natale siamo partiti con un primo screening, testando circa 1000 persone. Abbiamo offerto un test libero e gratuito per tutte le collaboratrici e collaboratori, ma anche per tutti coloro con cui entriamo in contatto continuo durante il lavoro o che accedono ai nostri stabilimenti e cantieri, come montatori o addetti alla logistica. Lo abbiamo realizzato direttamente nelle nostre unità produttive. La partecipazione è stata alta e così abbiamo ripetuto l’esperimento. Abbiamo deciso anche di dare un incentivo economico a chi avesse partecipato».

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