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Ci sono tutte le analisi per una politica dei rifiuti vera

Una serie di report mettono a fuoco investimenti e strategie necessarie. Adesso serve una strategia nazionale puntuale

di Alfredo De Girolamo

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(AdobeStock)

Una serie di report mettono a fuoco investimenti e strategie necessarie. Adesso serve una strategia nazionale puntuale


4' di lettura

Nelle ultime settimane associazioni di categoria e analisti del settore rifiuti hanno pubblicato degli importanti report che analizzano il quadro nazionale e formulano al Governo proposte molto concrete, che il Ministero dell'Ambiente e quello dello Sviluppo Economico hanno sul tavolo e che farebbero bene a valutare.

Utilitalia (l'associazione delle imprese pubbliche e miste), guidata da Michaela Castelli, nel Green Book elaborato dal suo centro studi Utilitatis fa il punto sulle imprese di gestione dei rifiuti urbani, un quadro di grande frammentazione e differenze.

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Le aziende che operano nel settore, pubbliche e private, sono 637, cui vanno aggiunti oltre 5000 comuni che gestiscono il servizio in economia. La gestione integrata dei rifiuti è garantita solo in pochissimi casi, in genere prevalgono gli operatori che gestiscono un solo servizio o un solo impianto. Solo il 3% degli operatori ha un fatturato superiore a 100 milioni di euro l'anno, il 55% fattura meno di 10 milioni.

In grande ritardo la costituzione proprio degli Enti di Ambito, fenomeno che ha consentito il proliferare delle gestioni. Oggi il 38% delle gestioni è in appalto, il 37% ha affidamenti in house, il 19% del territorio è gestito da società quotate in Borsa o società miste. Una complessità gestionale e una presenza anche di operatori privati molto articolata, per cui la regolazione nazionale di ARERA appare particolarmente complessa.

Serve una politica industriale per ridurre la frammentazione e rafforzare le imprese.

Il settore è scarsamente capitalizzato (ammortamenti pari al 5/15% del conto economico), ha fatto pochi investimenti e ne deve fare tanti. Utilitalia stima un fabbisogno di impianti nel settore per oltre 8 miliardi di euro nei prossimi cinque anni, per superare i deficit impiantistici sia per il recupero che per lo smaltimento.

Uno sforzo economico finanziario enorme per un settore che fattura circa 13 miliardi l'anno e per cui è indispensabile un uso esteso dei fondi Europei (Next Generation UE e Fondi Strutturali 2021-27), anche per finanziare i singoli impianti.

Assoambiente (l'associazione delle aziende private) nel corso della sua Assemblea e durante il consueto appuntamento a Ecomondo ha presentato un dossier molto analitico, in cui conferma la necessita e l'urgenza di dotare l'Italia di una Strategia nazionale sui rifiuti, indicando un Piano di investimenti per adeguare l'impiantistica nazionale ai nuovi obiettivi del pacchetto europeo sull'economia circolare. Un Piano stimato in 10 miliardi di euro, in cinque anni.

L'Associazione guidata da Chicco Testa, sottolinea l'importanza del nuovo strumento di pianificazione previsto dalla legge di recepimento delle nuove direttive europee sui rifiuti: il Programma nazionale di gestione dei rifiuti. Finalmente un Piano che assomiglia alla Strategia proposta e che dovrà indicare gli impianti da realizzare, i tempi e le localizzazioni di intesa con le Regioni.

Ma soprattutto, Assoambiente propone di utilizzare i fondi europei per finanziare non tanto i singoli impianti, ma strumenti economici di mercato che consentano agli operatori pubblici e privati di investire in un quadro di segnali e di stimoli pubblici chiari ed efficaci, sulla falsariga di quanto è avvenuto e sta avvenendo nel settore energetico (certificati bianchi, incentivi alla produzione da fonte rinnovabile, ecobonus per l'edilizia).

I finanziamenti pubblici nel settore in Italia sono crollati negli ultimi anni passando da 500 milioni l'anno del 2008 a poco più di 100 nel 2018, e per fare investimenti servono prima di tutto regole chiare, semplificazioni legislative e autorizzative e un forte contrasto al fenomeno Nimby, piuttosto che finanziamenti a fondo perduto.

Nel Report curato dall'istituto di ricerche REF si analizzano gli strumenti economici attualmente utilizzati e si avanzano delle proposte molto interessanti. Per prima cosa occorre completare gli strumenti di regolazione che ARERA sta elaborando per TARI e tariffe puntuali. Serve definire con precisione il perimetro della regolazione e introdurre incentivi tariffari agli investimenti e alla qualità dei servizi.

La nuova Direttiva rifiuti ed imballaggi poi ci consentirà di rendere più efficace il principio di Responsabilità Estesa del Produttore, con una modifica dei meccanismi di finanziamento ai comuni da parte dei Consorzi per la copertura integrale dei costi di raccolta differenziata e l'estensione dello strumento ad altri flussi di rifiuti. Un modo per spostare il finanziamento al settore dalla tassazione a strumenti di mercato moderni a carico dei produttori e utilizzatori di prodotti che diventano rifiuti.

Oggi il contributo CONAI vale circa 400/500 milioni di euro l'anno, una cifra poco apprezzabile in un settore che “costa” 11/12 miliardi di euro l'anno. Nella nuova configurazione il gettito economico dell'EPR potrebbe arrivare a 2/3 miliardi l'anno con un effetto apprezzabile sui consumatori.

Il punto più critico è quello degli incentivi al riciclo, oggi inesistenti. REF propone due nuovi strumenti: un incentivo al riciclo a favore dei recuperatori delle diverse filiere per stabilizzare mercati con prezzi delle materie prime secondo molto variabili, e l'estensione poi dei certificati bianchi alle industrie finali del riciclo, e agevolazioni iva per i prodotti riciclati.

C'è poi il tema degli incentivi al recupero energetico dei rifiuti, ormai in rapida decrescita, in attesa dell'utilizzo dei nuovi incentivi al biometano. Un quadro stratificato negli anni che va semplificato e stabilizzato e reso coerente con i nuovi obiettivi europei: discarica al 10% e recupero energetico 25/35%.

Infine è tempo di rivedere il tributo speciale per il conferimento in discarica, tassa ambientale poco efficace e usata sostanzialmente come meccanismo di finanziamento della pubblica amministrazione con scarsi effetti di incentivo e disincentivo.

Per ultimo ha dato il suo contributo il Circular Economy Network (Fondazione Sviluppo Sostenibile), sottolineando un pericolo. L'Italia aveva una posizione di leadership nell'economia circolare in Europa che rischia di perdere, se non si faranno investimenti e se non sosteniamo il mercato del riciclo, introducendo regole che diano sicurezza agli imprenditori.

Abbiamo sempre avuto un ottimo tasso di circolarità delle risorse (17,7%), ma la crisi dell'export prima e la pandemia da Covid19 poi hanno messo a rischio le nostre performance. Le risorse del Recovery Fund vanno assolutamente usate per fare quel salto di sistema indispensabile per mantenere e rafforzare la nostra vocazione di distretto globale del riciclo. Il Network elenca una serie di proposte molto articolato.

La politica ha tutti gli elementi per definire una policy forte in questo settore chiave del Green New Deal, non ha più alibi. Tutti gli operatori e gli analisti convergono nell'individuazione delle criticità e dei fabbisogni e sulle proposte delle cose da fare.

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