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Cia in allarme: decine di agenti “eliminati” nella guerra mondiale delle spie

Un dispaccio top secret, inviato a tutte le “stazioni”, rivela dettagli senza precedenti sulla crisi e ordina nuova attenzione al controspionaggio

di Marco Valsania

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6' di lettura

Il dispaccio top secret “firmato” Cia è più unico che raro. Un allarme diramato a tutte le sue stazioni ai quattro angoli mondo: gli agenti americani, come definisce gli informatori che recluta, vengono da alcuni anni sistematicamente eliminati nella grande guerra internazionale delle spie, spesso silenziosa ma non per questo meno violenta. Quando si dice eliminati, significa definitivamente compromessi: arrestati, trasformati in protagonisti del doppio gioco oppure, più brutalmente, uccisi.

Il “cable” classificato dà numeri precisi di questo conflitto che vede la Cia oggi uscire sconfitta: parla di un piccolo esercito di decine di spie perse, mettendo al corrente i ranghi dell'organizzazione di dettagli finora gelosamente custoditi solo dai vertici, che preferiscono da sempre tenere lontane simili ammissioni da troppi occhi indiscreti. Ma la decisione stessa di svelare i dettagli è sintomo evidente della gravità dell'emergenza con cui l’intelligence degli Stati Uniti deve fare i conti: un capillare network di agenti sul campo, nonostante i pregi della sorveglianza elettronica e di arsenali digitali, rimane la spina dorsale di un’efficace attività da 007. E deve essere costruito e protetto affilando le armi del controspionaggio, oggi diventato tallone di Achille della Central Intelligence Agency.

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Una crisi di professionalità

L'allarme è stato riportato dal New York Times, che cita fonti dei servizi segreti statunitensi. Obiettivo del monito è dare l'ordine di correre ai ripari: occorre stringere le maglie dei controlli e delle verifiche, su chi viene arruolato, e sulle successive misure di sicurezza per proteggere la rete di informatori-agenti. Bisogna dedicare senza indugi nuova attenzione a migliorare la professionalità e le pratiche di addestramento dello spionaggio americano, che soffre di un declino e di una crisi che si trascinano ormai da anni. E che ora ha tuttavia raggiunto un momento critico: la crisi è esplosa con particolare urgenza davanti ai salti di qualità tecnologici e di capacità avvenuti su questo fronte tra le potenze avversarie, dalla Russia alla Cina e all'Iran, come anche in nazioni problematiche, quali il Pakistan.

Il dilemma del Pakistan

Sul Pakistan, teoricamente paese “amico”, secondo la Cia occorre tenere puntati nell'immediato occhi particolari. Tanto più necessari all'indomani della caduta del governo filo-occidentale a Kabul e al ritorno al potere dei talebani, dato che le relazioni pericolose tra Islamabad e i talebani, e tra questi e il terrorismo, sono note da sempre. L'intelligence del Paese è però da sempre considerata anche molto efficace proprio nello scoprire spie estere e su tutte americane. Un dramma che minaccia di lasciare cieca Washington mentre la situazione nella regione si fa più complessa.

Le tragedie in Cina e Iran

Tra i paesi nemici, se la Russia preoccupa la Cina è ancor più temuta, per gli obiettivi globali che la fanno identificare dalla Casa Bianca di Joe Biden come il principale rivale strategico internazionale. Una realtà, insomma, dove si impongono capisaldi di spie sul terreno per avere informazioni di prima mano. Anche una nazione come l'Iran, con minor raggio d’azione della Cine ma con ambizioni nucleari e mire regionali, è nel mirino della Cia per una presenza essenziale di intelligence. Proprio Russia e ancor più Cina e Iran si sono invece trasformati in altrettanti, recenti disastri per le spie statunitensi. Numerosi informatori Usa sono stati in questi anni messi a morte anzitutto da Pechino a Teheran; altri hanno dovuto essere “estratti” in extremis e fatti sparire per sicurezza. La violazione di un sistema di comunicazione top secret, il “covcom”, aprì una breccia nelle reti spionistiche americane nei due paesi costata particolarmente cara alle operazioni della Cia.

L’errore di Mission over security

Il dispaccio identifica anzitutto un problema, auto-inflitto, per la Cia: quello che definisce come “mission over security”, il privilegiare la conquista di nuovi agenti sui potenziali rischi. Una fretta figlia di carenze delle quali la Cia risente da tempo nelle attività di intelligence “umana”, risultato di una protratta enfasi su operazioni segrete e paramilitari, di azioni anti-terrorismo, trascurando invece le arti più tradizionali degli 007 nell’infiltrare centri di potere e governo di altri paesi. Infiltrare gruppi del terrore è infatti molto diverso, avvertono gli esperti, dal creare fonti e network di informatori affidabili nel cuore di potenze nemiche. Occorrono tecniche per sviluppare con cura, addestrare, gestire e dirigere simili informatori affinchè siano efficaci nell’apparato di governi esteri.

Promossi per il numero di reclute

Una cultura interna di incentivi per ovviare alle carenze di intelligence umana si è rivelata perversa e controproducente, alimentando disattenzione e pressapochismo. I funzionari della Cia, noti come “case officers”, ricevono promozioni e fanno carriera sulla base di target quantitativi assai più che qualitativi. E' un sistema adesso finito sotto accusa per aver creato, secondo i critici, un sistema da veri e propri “piazzisti” dell'intelligence: il successo dipende da quanti agenti sono reclutati. Mentre le attività di controspionaggio che svelano eventuali debolezze e cercano di prevenire la perdita di informatori o operazioni di doppiogioco vengono minimizzate.

Il caso di Khost

Un caso eclatante di conseguenze tragiche nella fretta eccessiva di arruolare agenti risale al 2009 in Afghanistan. Nel 2009 una bomba esplose in un avamposto Cia a Khost, uccidendo sette agenti. Fu un attacco suicida da parte di un medico giordano che l'agenzia aveva pensato di aver arruolato per penetrare Al Qaeda e che invece era stato, a sua insaputa, convertito all'estremismo anti-americano.

Nemici più agguerriti

Simili fallimenti interni si sono sommati ai passi avanti significativi da parte di servizi di intelligence rivali, affermano i vertici della Cia. La vicenda di covcom lo attesta, ma non si tratta di uno sviluppo isolato. Il ricorso a tecnologie biometriche e di riconoscimento facciale, come all'intelligenza artificiale, hanno permesso ad avversari di seguire con crescente cura i movimenti di funzionari Usa dell'intelligence, rendendo difficili o molto pericolosi incontri e contatti con fonti locali. Tutto ciò è stato aggravato dalla tendenza della Cia a sottovalutare le abilità degli 007 nemici.

Una lunga storia di drammi

Gli affanni della Cia sono, per la verità, di lunga data. La Central Intelligence Agency fu creata soltanto nel 1947 in risposta a una prima, drammatica crisi: l’idea era di metter ordine in una inadeguata attività di spionaggio per evitare il ripetersi di Pearl Harbor, attacco che aveva colto Washington di sorpresa. Da allora non è rimasta però estranea a una litania di fallimenti e sforzi di riforma. Elenchi di cadute spettacolari sono comparsi sulle pagine di prestigiose riviste quali Foreign Policy. Non è stata in grado di anticipare con adeguata precisione il recente crollo del governo sostenuto dagli americani in Afghanistan. Si fece sfuggire la Primavera Araba e la morte di Kim Jong Il in Corea del Nord. Andando a ritroso: non era nel suo radar il crollo dell'Unione Sovietica, il disastro della Baia dei Porci a Cuba e l'imprevista offensiva del Tet dei Vietcong in Vietnam. Mancò completamente la rivoluzione iraniana del 1979 come nello stesso anno l'invasione sovietica dell'Afghanistan.

Il collasso del 2001

Un momento particolarmente critico arrrivò nel 2001 e negli anni subito successivi. Sottovalutò la minaccia del terrorismo di Al Qaeda alla vigilia dell'11 Settembre ed errò, seppur complici le pressioni politiche dell’amministrazione Bush di allora, nella valutazione degli arsenali di distruzione di massa di Saddam Hussein in Iraq. Errori che portarono quasi ad un suo totale collasso, nell'ambito di drastiche riorganizzazioni dell'apparato di intelligence e sicurezza nazionale.

L'ultimo rilancio affidato a Burns e Patel

A conti fatti successi e fallimenti della Cia, aveva già scritto oltre un decennio fa Tim Weiner nella sua accreditata storia dell'agenzia, rischiano di ammontare anzitutto a “un'eredità di ceneri”. Esempio di come “il più potente Paese negli annali della civiltà Occidentale abbia fallito nel creare un'agenzia di spionaggio di prim'ordine”, carenza che a suo avviso “costituisce una minaccia per la sicurezza nazionale”. Adesso alla sua guida – e a caccia d'un ennesimo rilancio di ciò che Dwight Eisenhower definiva una “sgradevole ma vitale necessità” per ogni Paese che voglia proiettare all'estero il proprio potere - è salito un diplomatico di lungo corso, William Burns. Coadiuvato da Sheetal Patel, sulla scottante poltrona di responsabile del controspionaggio. Di recente è stata proprio lei, prima ancora del dispaccio d'allarme spedito sulle decine di agenti persi, ad ammonire la comunità di intelligence a scuotersi da ogni torpore e serrare i ranghi. A funzionari in servizio ha chiesto ad esempio di evitare rapporti con i media e ad ex agenti e funzionari in pensione di stare alla larga da consulenze e incarichi offerti da paesi stranieri che intendono rafforzare le loro operazioni di intelligence.

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