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Ciad, ucciso il “presidente quasi a vita” Déby, baluardo nella guerra al terrorismo

Il giorno dopo aver vinto le elezioni, Dèby è morto negli scontri contro ribelli provenienti dall Libia. Il figlio Mathan, generale, lo sostituirà per 18 mesi

di Roberto Bongiorni

Il defunto presidente del Ciad Idriss Deby Ap)

4' di lettura

Non sempre i capi di Stato africani alleati dell’Occidente sono anche i migliori degli statisti possibili. Anzi quasi mai. Idriss Déby Itno, 68 anni, da 31 anni ininterrottamente al potere in Ciad, apparteneva a quell’élite di “presidenti quasi a vita” amici dell'Occidente, che paiono eterni. Sempre inappuntabili, sempre uguali. Sempre affezionati al potere.

Anche nell’ultima, peraltro molto contestata elezione, svoltasi lo scorso 11 aprile, e terminata con lo scrutinio di tutte le schede solo ieri 19 aprile, Idriss era uscito vincitore con un quasi plebiscito (80% delle preferenze). Ma il suo sesto mandato è durato soltanto un giorno. Il tempo di mettersi in testa al suo esercito e cercare di fermare la colonna del Front pour l’alternance et la concorde au Tchad (Fact), un gruppo di ribelli con base in Libia che dopo aver sfondato la porosa frontiera settentrionale, si stava dirigendo in direzione della capitale N’Djamena.

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Presidente del Ciad, uno Stato desertico esteso quasi quattro volte l'Italia con soli 11 milioni di abitanti, ma geograficamente strategico, Idriss è morto in seguito alle riferite riportate nei violenti scontri tra l’esercito nazionale ed i ribelli nel nord del Paese.

Il figlio-generale Mahamat al potere per 18 mesi

Come si conviene ad ogni crisi africana, Governo e Parlamento sono stati sciolti e un Consiglio militare governerà nei prossimi 18 mesi.

Al suo comando siederà il figlio del defunto presidente, Mahamat Idriss Déby Itno, un generale di soli 37 anni che si può già fregiare di quattro stelle. Dovrebbe solamente traghettare il Paese alle prossime elezioni. Per 18 mesi. Ma la sensazione è che, al pari di altri generali saliti al potere dopo fatti di sangue, sentiremo parlare ancora a lungo del generale Mahamat.

Idriss, un baluardo nella guerra al terrorismo islamico

Era lui, Idriss, cresciuto e addestrato militarmente in Francia, il presidente che difendeva il suo popolo dall’estremismo, e che combatteva il terrorismo di matrice islamica sempre più aggressivo e presente nel Sael anche per Parigi e l’Occidente. Sapeva usare il pugno di ferro, perché lo aveva usato a lungo nella sua vita. Anche quando salì al potere, anch'egli con un colpo di Stato sferrato dal vicino Sudan, nel 1990, rovesciando il dittatore Hissene Habrè. Allora in Ciad infuriava la guerra contro la Libia del potente Raiss Muammar Gheddafi.

Dédby aveva rischiato in diverse occasione di essere rovesciato da gruppi di ribelli provenienti dal Ciad. Nel 2009, quando arrivarono fino alle porte della capitale, e la sua capitolazione pareva solo questione di tempo, fu salvato ancora una volta dai mirage francesi.

Certo, il suo Governo era stato macchiato troppe volte di atti di corruzione, soprattutto da quando, grazie alla costruzione di un oleodotto lungo mille chilometri, aveva cominciato ad esportare, nel 2003, greggio anche nei Paesi vicini. Non poche volte le modalità con cui l’Amministrazione di Déby gestiva il Paese erano state motivo di imbarazzo per quelle cancellerie europee che lo sostenevano, Francia in tesa.

Anche lui aveva ceduto alla tentazioni a cui hanno ceduto molti altri presidenti quasi a vita. Ovvero dare una robusta spallata alla Costituzione, che di solito prevede un numero massimo di mandati presidenziali, cambiandola per adattarla ai propri interessi e restare al potere potenzialmente fino al 2033, in altre parole ad 80 anni compiuti.

Ma quanto a fermezza nella lotta al terrorismo. Idriss forse non aveva pari in tutto il Sael. Era il più attivo, forse anche perché il più minacciato, nella guerra contro i feroci estremisti di Boko Haram, che dal bacino del Lago Ciad stavano aumentando la loro presenza nel Paese. Ma era anche un uomo che aveva tenuto testa ai più famosi brand del terrore, da al-Qaeda nel Magreb islamico, fino alle nuove formazioni simpatizzanti dello Stato islamico.

La guerra di Macron contro l’estremismo nel Sael

Quando dopo il crollo del regime di Gheddafi, nel 2012 il Mali era stato travolto dall'ondata islamista, il presidente Débi era stato uno dei capi di Stato più intraprendenti a fianco dei francesi.

Era anche una delle colonne portanti della del G5-Sahel, un altro ibrido politico-militare fortemente voluto da Parigi, che raggruppa 5mila soldati di Mauritania, Mali, Niger, Burkina Faso e Ciad impegnati a fronteggiare, tra le altre cose, la crescente minaccia jihadista.

In queste zone porose, senza frontiere, dove gruppi di tuareg si saldano a movimenti jihadisti e gang criminali locali, è in corso da anni un redditizio contrabbando di armi, droga e uomini.

Gli Stati Uniti stanno gradualmente riducendo la loro presenza militare in Africa, dove fino al 2020 schieravano circa 7mila uomini delle Forze speciali che conducono operazioni congiunte con gli eserciti nazionali locali contro i jihadisti, in particolare in Somalia. Dispongono inoltre di circa 2mila soldati che conducono missioni di addestramento in 40 Paesi africani e partecipano a operazioni di cooperazione, in particolare con le forze francesi dell'Operazione Barkhane in Mali, a cui forniscono principalmente assistenza logistica.
Davanti ad un probabile ritiro dei militari americani dal Sahel il presidente francese vuole convincere i partner europei a far fronte comune e unire le forze, in altre parole i costi materiali e umani della guerra al terrorismo in Africa occidentale.

Sembra che perfino i 5.100 militari francesi della missione Barkhane (lanciata nel 2014) dispiegati in tutta la fascia sahelo- sahariana dalla Mauritania al Ciad con basi, mezzi, droni, non siano più sufficienti a contrastare l’avanzata jihadista.

E il ruolo dell’Italia

Allarmati dal crescente fenomeno, molti Paesi europei si sono già impegnati militarmente nel Sahel. Oltre a partecipare all'Eutm, alla missione europea di sostegno alle forze di polizia locali (Eucap-Sahel) e alla Missione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione in Mali (Minusma), l’Italia dovrebbe essere anche presente, dal 2018, anche se apparentemente a fasi alterne, in Niger con la Missione bilaterale di supporto (Misin, prorogata dal Decreto Missioni).

Tante forze. Ma per ora i risultati si fanno attendere.


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