Persone

Ciampi, Europa e concertazione una visione che resta attuale

di Silvana Sciarra

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3' di lettura

Le celebrazioni per i cento anni dalla nascita di Carlo Azeglio Ciampi hanno riacceso i fari sulla più importante esperienza di concertazione conosciuta in Italia, quella che, come egli scrisse, con il Protocollo del luglio 1993 offrì «al Paese un elemento di unità e di coesione in un momento in cui le forze centrifughe erano forti, nella politica, nella società». In quel documento la razionalizzazione del sistema di contrattazione collettiva includeva il raffronto con le economie in competizione e con esperienze straniere. La concertazione si calava in un quadro macroeconomico, aperto a un nuovo rapporto con la Commissione europea e a una politica estera inclusiva.

Cessata la sua breve ma intensa Presidenza del Consiglio, prima di divenire Ministro dell’economia nel Governo Prodi, fu chiamato dalla Commissione a coordinare un Gruppo consultivo sulla competitività dell’Unione, dal 1995 al 1996.

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Mi fa piacere ricordare un seminario tenuto all’Istituto Universitario Europeo a Fiesole. L’avevo invitato a parlare su quei temi a giovani ricercatori europei, convinta che la sua attenzione per la coesione sociale e il suo impegno nel raccordo fra interessi contrapposti rappresentassero messaggi propositivi, nella fase in cui il dibattito era dominato da aspri confronti sulle politiche monetarie.

Ciampi aveva guidato l’Italia verso l’adozione della moneta unica, facendo gradualmente cadere i pregiudizi che incalzavano il nostro Paese, anche per la sua conoscenza del mondo politico tedesco, senza marginalizzare le politiche occupazionali.

Giugni, ministro del lavoro nel suo governo, aveva partecipato al vertice del G7 a Detroit nel 1994, in sintonia con Robert Reich, ministro nella prima amministrazione Clinton, entrambi fautori di politiche attive fondate sull’apprendimento e la formazione. Ciampi scrisse di avere sollecitato l’attenzione di Clinton sull’Europa in quella fase cruciale.

L’idea di creare il gruppo di esperti era germogliata nel clima propositivo del Consiglio europeo di Essen, l’ultimo cui partecipò Jacques Delors quale presidente della Commissione. Nelle conclusioni del Consiglio di Essen, divenuto un luogo simbolo delle politiche europee per l’occupazione, si coglie lo spirito del “Libro bianco” di Delors su “Crescita, competitività e occupazione”.

Il dibattito europeo era stato incalzato dall’impulso dei Paesi scandinavi, preoccupati dal crescente disincanto delle istituzioni europee per le politiche sociali, nonostante l’accresciuto tasso di disoccupazione.

Inoltre, la strenua difesa dei sistemi di contrattazione collettiva poneva quei Paesi in una posizione difensiva nei confronti delle scelte europee.

Essen, che concluse una presidenza tedesca del Consiglio, segnò un punto di svolta: gli Stati membri decisero di fissare obiettivi comuni e di chiedere ai governi di coordinare le politiche occupazionali, redigendo piani nazionali per l’occupazione da proiettare in una dimensione pluriennale.

Nella conduzione del gruppo, composto da rappresentanti di grandi imprese e di sindacati, pesò l’esperienza di Ciampi nel combinare le regole della concorrenza con le politiche di crescita e di sviluppo.

Il gruppo elaborò relazioni sullo stato della competitività, con attenzione al mercato, all’impresa e alle risorse umane, studiando casi empirici; si cimentò con questioni di geopolitica; guardò al miglioramento delle reti transeuropee e delle infrastrutture, tanto più urgente quanto più l’Europa si apriva ai Paesi del centro e dell’Est. Forte l’enfasi sulla formazione lungo l’arco della vita, per contrastare le rigidità e le segmentazioni dei mercati del lavoro, e sulle politiche salariali. Non è tanto il dettaglio delle proposte che serve evidenziare, quanto il metodo riformatore adottato, per ampliare il confine della competitività valorizzando le caratteristiche europee.

Ciampi raggiunse quei giovani ricercatori con la pacatezza e la solidità dei suoi argomenti.

A rileggere il rapporto si colgono assonanze con temi contemporanei: un coordinamento pluriennale delle politiche occupazionali in settori strategici per l’Europa; un’attenzione comune alla formazione professionale quale anticipazione delle conseguenze drammatiche dovute alla perdita di posti di lavoro e politiche salariali che contrastino la povertà e favoriscano la crescita. Le generazioni più giovani attendono di essere indirizzate verso scelte pragmatiche di lungo periodo, per contrastare la desolazione della pandemia dentro un orizzonte di coesione europea. Le celebrazioni, così intese, non sono mai inutili.

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