coronavirus

«Pronto, sono Laura». Storia di una guarigione Covid e di medici a cui non stringere la mano

Il giorno del suo compleanno Laura era intubata in un reparto di terapia intensiva d’ospedale. Ora è guarita e la sua parabola ha molto da insegnare a tutti

di Marco lo Conte

Coronavirus, una notte in corsia con un'infermiera di un'unita' Covid-19

Il giorno del suo compleanno Laura era intubata in un reparto di terapia intensiva d’ospedale. Ora è guarita e la sua parabola ha molto da insegnare a tutti


5' di lettura

“Pronto, sono Laura”. La sua voce canterina e allegra è tornata quella di una volta. Ben diversa da quella roca e dolorante del messaggio vocale che mi ha inviato qualche giorno fa. Ora è a casa, i tamponi sono negativi e deve pensare alla riabilitazione, dopo il Covid19. Un percorso che dal contagio è passato alla febbre continua a 40, poi il ricovero, le terapie con casco Cpap, le trasfusioni di plasma fino all'intubazione. Laura ha contratto il virus a metà maggio, quando le statistiche già iniziavano a registrare un forte calo dei nuovi contagi e delle vittime.

Seguire il suo caso, a partire da quei giorni, è stato come vedere in controluce la difficoltà di gestire la pandemia nella vita quotidiana di tutti: da una parte il dato generale che trasmette un messaggio confortante se non tranquillizzante; dall'altra la consapevolezza che basta davvero poco per infettarsi ancora oggi, stare male e rischiare la vita. Da una parte la tentazione di lasciarsi alle spalle mesi di paura, reclusione, chiusura ai contatti sociali; dall'altra la necessità di non abbassare il volume dell'allarme che suona quando incontriamo qualcuno che ci parla senza mascherina, quando tocchiamo i sostegni sui mezzi pubblici, quando in un negozio ci chiedono di digitare il pin su una tastiera.

Analfabetismo sanitario

La difficoltà di interpretare questo equilibrio tra generale e particolare è la sfida della fase tre. Ed è la stessa difficoltà su cui si sono concentrati i ricercatori dell'Ocse negli studi sull'analfabetismo funzionale: l'indagine realizzata nel 2019 registra come il 28%, oltre un quarto degli italiani, legge ma non comprende affatto il significato di articoli di giornali, bollette di utenze, avvisi, avvertenze di medicinali; inoltre non sa fare calcoli semplici, non sa usare strumenti informatici e ha una conoscenza superficiale e approssimativa di vicende storiche, politiche, economiche e scientifiche.

A questa fetta di soggetti impermeabili alla conoscenza si aggiunge un'altra fetta rilevante (quasi il 40%) con competenze solo di poco migliori. Solo una percentuale ampiamente minoritaria degli italiani, secondo l'Ocse, presenta capacità di interpretazione idonea per affrontare in autonomia una pandemia. Basta leggere i commenti sui social per rendersene conto.Però Laura sta meglio e questa è una buona notizia che è veicolo di un messaggio importante: perché il precedente articolo in cui raccontavo il suo compleanno trascorso intubata e collegata a una macchina per respirare, ha aperto un varco nell'indifferenza alle sorti altrui, alla comprensione dell'individuo che sta dietro un numero, al cinismo dietro cui ci nascondiamo per proteggerci, spaventati.

Laura mi racconta di aver sentito forte, palpabile, potente, l'affetto e l'incoraggiamento di una platea di persone non limitata a noi parenti (Laura è mia cugina, siamo cresciuti insieme). Le hanno spiegato che in qualche modo è diventata un simbolo: il caso particolare che racconta di una vicenda generale e attraverso questo canale ha ricevuto l'affetto, le preghiere, il pensiero di tantissime persone che non ha mai conosciuto. Vorrei tanto stringere la mano a chi ha curato mia cugina Laura, ma temo di non poterlo fare: il bando questa forma di contatto fisico permette di ridurre del 90% la trasmissione di germi e virus.

Condizioni di cura

Sono le mani di chi l'ha curata in queste settimane, l'ha sedata quando nessuna cura funzionava; e che poi l'hanno riportata cosciente e accompagnata pian piano verso una ripresa fatta di piccoli passi. Quelle mani non si potranno stringere: perché se c'è un'abitudine che dovremo perdere - insieme all'abbracciarci e baciarci quando ci si incontra - è proprio questa. Anche se desideriamo tanto congratularci, mostrare gratitudine, riconoscere la capacità, l'attenzione, la sensibilità di chi da mesi salva vite umane. E con quella stretta di mano suggellare la personale pace con la struttura ospedaliera: perché il contagio di Laura e di un'altra decina di colleghi è avvenuta proprio lì.

Laura è stata fortunata, è stata curata quando i reparti non erano congestionati: medici e infermieri le hanno dedicato un'attenzione che - temo - altri non hanno avuto, purtroppo. Ora medici e infermieri tirano il fiato: restano sul chi vive, perché un ritorno della pandemia non si può escludere. Alcuni di loro sono stati insigniti di onorificenze e riconoscimenti. Pochi. La stragrande maggioranza no, anche se non ci stancheremmo mai di dir loro grazie.

Medici e reduci

Nadia è psicologa, è un'amica comune che lavora nello stesso ospedale: a chi le proponeva di assistere psicologicamente i malati Covid, ha spiegato che se c'è qualcuno da assistere sono i medici e gli infermieri che hanno vissuto settimane ai limiti dello stremo, che hanno visto ammalarsi e morire i proprio colleghi (oltre il 10% delle vittime da coronavirus lo hanno contratto portando il camice in corsia) e che ora rischiano qualcosa di simile alla sindrome del reduce: disturbi da stress post traumatico che si manifestano in chi ha vissuto esperienze intense come guerre, attentati, violenze, ma anche periodi lunghi di iperlavoro molto coinvolgente emotivamente come quello che hanno svolto medici e infermieri da febbraio in poi. I sintomi? Improvvisi flashback, rimozione, ipersensibilità, insonnia, ansia, stordimento, confusione. Parliamo di persone altamente qualificate e preparate, la cui resistenza psicologica ai traumi però non deve essere sopravvalutata.

La sindrome del reduce può colpire anche dopo molto tempo. Altro che stretta di mano, un abbraccio non sarebbe abbastanza a ringraziare quei dottori e quegli infermieri. Ricordo un chirurgo uscito dalla sala operatoria, con la madre del bambino appena operato che gli baciava le mani. Troppo? Forse.Una stretta di mano è perfetta per dimostrare di essere riconoscenti, un gesto che da 2800 anni gli esseri umani compiono in circostanze speciali: in origine per mostrare di essere disarmati e di conseguenza di essere in pace, amici, alleati, intimi, con un tocco del palmo interno della mano, una delle parti più sensibili del nostro corpo.

La stretta di mano suggella i patti, crea legame, dice “Io sono con te”, colma le distanze: anche quelle più importanti: per un politico è uno strumento potente di vicinanza nei confronti di elettori e amministrati. È stato calcolato che un presidente degli Stati Uniti stringe in media ogni anno circa 65mila mani. Come racconta Joe Klein nel suo libro Primary Colors, in un solo pomeriggio del 1907 Teddy Roosevelt riuscì nell'impresa di stringere 8mila mani. Pare che Donald Trump detesti questo tipo di contatto, preferisce mostrare il pollice alzato. Chissà cosa farà ora che la campagna elettorale sta per entrare nel vivo. Per ora l'attenzione è tutta per Laura e per le centinaia di persone come Laura che sono ancora ricoverate per Covid e ai medici e infermieri che li curano. Spero tutti. Una forte stretta di mano a tutti voi.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti