Agroalimentare

Cibus taglia il nastro: riflettori puntati sulla prima grande fiera internazionale

Alla fiera di Parma 2mila aziende e 40mila operatori attesi. Vacondio (Federalimentare): quest’anno il fatturato del comparto crescerà dell’8%

di Micaela Cappellini

Aumento sprechi alimentari per il Covid, l'allarme dei produttori

3' di lettura

Soltanto la crisi afghana è riuscita a tenere il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, lontano dall’inaugurazione di Cibus, la fiera dell’agroalimentare di scena a Parma dal 31 agosto al 3 di settembre. Questa non è soltanto la 20esima edizione della kermesse del cibo italiano, è anche - e forse soprattutto - la prima grande fiera internazionale a ripartire in presenza in Italia. Per questo ci vogliono essere in molti: oltre a Di Maio, anche il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Giorgetti, e quello dell’Agricoltura Stefano Patuanelli. E poi non solo: ci sono i big della grande distribuzione come Coop e Conad, le grandi associazioni agricole - nonostante questa sia la fiera dell’industria della trasformazione alimentare - la Fipe a rappresentare il business dei pasti fuori casa.

Duemila aziende, più di 40mila operatori attesi, 500 nuovi prodotti in vetrina: nonostante questi numeri, tutti ammettono che si tratta di un Cibus in sordina. Eppure, tra gli stand e i corridoi - seppur meno affollati del solito - si respira grande voglia di incontrare di nuovo faccia a faccia i clienti e i distributori, quelli vecchi e quelli nuovi. «Rispetto ad altri anni abbiamo meno buyer, soprattutto tra quelli provenienti da Usa e Cina - dice Antonio Cellie, ad di Fiere di Parma - ma in compenso abbiamo una concentrazione di nuovi prodotti incredibile». Si va dai cubetti di ghiaccio aromatizzati allo zenzero di Ice Cube fino alle patatine San Carlo al pesto.

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«Quello agroalimentare è un comparto fondamentale per l’economia italiana, che vale il 25% del Pil», ha ricordato il ministro Di Maio, collegato via streaming alla cerimonia di inaugurazione di Cibus. «La produzione made in Italy chiuderà il 2021 con un fatturato di 154 miliardi di euro, ben l’8% in più rispetto all’anno precedente», ha detto con grande soddisfazione Ivano Vacondio, presidente di Federalimentare, che non solo è grande azionista della manifestazione ma ha anche scelto la fiera di Parma come teatro della sua assemblea annuale, alla quale ha partecipato anche il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi.

Il settore, pur in crescita, non è però esente da sfide importanti. A cominciare dalle materie prime: «Nel nostro comparto - ha detto Vacondio - sono aumentate dal 35% all’80%. A questo bisogna aggiungere il rincaro del 25% dell’energia elettrica, il costo dei pallet triplicato, quello del trasporto navale più che raddoppiato, così come sono raddoppiati i prezzi degli imballi. Bisogna che anche la grande distribuzione si faccia carico di questi aumenti». Peccato che la Gdo non sia per niente d’accordo: «L’inflazione da costi è una iattura - sostiene il presidente di Coop Italia, Marco Pedroni - ma se aumentassimo i prezzi la domanda interna subirebbe un duro colpo». «E i consumi interni - ha ricordato provocatoriamente Francesco Pugliese, ad di Conad - valgono molto di più dei 50 miliardi di export». L’incognita dei consumi interni preoccupa anche Alberto Frausin, presidente di Federdistribuzione: «Ormai rappresentano il 22% del Pil e scendono da anni. Nonostante la tenuta durante il Covid, siamo ancora sotto i livelli del 2007».

Sottostante a ogni discorso fatto nei corridoi di Cibus, inutile dirlo, ci sono i fondi che il Pnrr porterà al settore e come verranno distribuiti. Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura, per esempio è preoccupato: «Agosto è stato un mese di discussioni, ora dal governo mi aspetto concretezza. Le aziende vogliono fatti». Più ottimista, su questo fronte, Ettore Prandini, presidente della Coldiretti: «I finanziamenti diretti del Pnrr al mondo agroalimentare ammontano per ora a 7 miliardi di euro, ma sommati a quelli indiretti si arriva a 20 miliardi. Mi riferisco ai fondi per le infrastrutture, fondamentali per rilanciare la competitività del cibo made in Italy: non tanto le autostrade, quanto piuttosto nuovi porti, le piattaforme logistiche, l’alta velocità merci. E poi ci sono i piani per le bonifiche, per i bacini idrici, per il fotovoltaico».

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