nuova geopolitica della bici

Ciclismo all’anno zero, quello italiano è migrato all’estero

di Dario Ceccarelli

Chris Froome (Afp)

4' di lettura

Pochi se ne sono accorti. Eppure è capitato. Distratti da un calcio sempre più globalizzato, e da altri sport più futuribili, non ci siamo accorti che anche il ciclismo è in fuga. E ormai non lo raggiungiamo più. Stanco di un Paese che non investe più nelle due ruote, di sponsor sempre più residuali, il ciclismo italiano è migrato all’estero. Nei paesi ricchi, dove i soldi non sono un problema, ma un’opportunità. Nel Bahrain, ad Abu Dhabi, nel Kazakistan, ad Hong , a Taiwan.
Posti lontani, ma ormai anche vicini, dove non si parla più di doping, di Pantani e Armstrong, dei vecchi miti della strada che ormai sono da cercare con lo smartphone in google, perché la nuova leva dei corridori professionisti poco o nulla sa delle grandi vicende del passato.

Siamo tornati, nel ciclismo, ad essere migranti. A partire dai big, come Vincenzo Nibali , 32 anni, che dopo aver vinto Giro d'Italia (2 volte), Tour e Vuelta, si gode il suo autunno del patriarca in una squadra, la Bahrain Merida, che lo coccola come un sultano. Poche pressioni, poche interviste (almeno per il momento), il corridore siciliano si può concentrare sul suo primo obiettivo: il Giro d’Italia. Un Giro particolare, essendo quello de Centenario, e quindi con un particolare rimbalzo mediatico.

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Nibali è il numero uno del nostro ciclismo, d’accordo. Ma anche il numero due, Fabio Aru, 26 anni, da tempo non risiede più in Italia: corre per l’Astana dove prima coabitava faticosamente con lo stesso Nibali. Ora il sardo potrà finalmente svelare al mondo se ha i numeri per diventare un campione o restare nel limbo delle belle promesse. Di scuse non ne ha più, e il primo esame sarà il Giro d'Italia che, quest'anno, parte proprio dalla Sardegna.

Ma torniamo al punto. E cioè che il ciclismo italiano è andato altrove. Nella scia della mondializzazione, giunta al sua massimo storico, il meglio delle due ruote è migrato all'estero. Cifre impressionanti: nel World Tour, il circo mondiale delle due ruote, su 492 corridori, 61 sono italiani. Ci segue il Belgio (51), la Francia (49) e la Spagna (41).

Ma non solo corridori. Il modello italiano è un “pacchetto” che si acquista in toto. Manager, direttori sportivi, meccanici, artigiani, fisioterapisti, dietologi. Il “know how” italiano fa tendenza, è preparato da anni di lavoro sul campo, ed è super ricercato dal World Tour che nel 2017 si è completamente rinnovato.

Qualche cifra che rende meglio il quadro. Nelle 18 squadre del World Tour, militano 20 manager e direttori sportivi sono di passaporto italiano. Due formazioni, la Bahrein Merida di Nibali, e la Uae Abu Dhabi di Diego Ulissi (recente vincitore del GP Costa degli Etruschi) si parla solo la nostra linguia e l’inglese

Anche tra i neoprofessionisti andiamo bene: tra le squadre del World Tour, l’Italia ne ha inseriti 9. Insomma, una situazione paradossale siamo fortissimi, molto stimati, ma non abbiamo squadre italiane nella serie A del ciclismo, che ormai è l’unica che conta. Quest’anno infatti si correrà in 17 paesi. Una sorta di Formula uno a pedali che non ha riscontri col passato. È un altro sport che salta dal Giro d’Italia a quello d’Australia, dal Giro delle Fiandre alla corsa delle Strade Bianche negli sterrati del Senese. Corse cariche di gloria come la Liegi all’Abu Dhabi Tour al via dal 23 al 26 febbraio con Quintana e Nibali. Anche i corridori sono cambiati. Da tempo calcisticizzati, sono ormai cittadini del mondo con contratti milionari, almeno quelli di prima fascia. Qualche esempio?
Il bicampione del mondo Peter Sagan: con il passaggio dalla Tinkoff alla Bora-Hansgrohe guadagnerà circa 6 milioni di euro a stagione.

Chris Froome, il britannico plurivincitore del Tour de France, ha rinnovato il suo contratto fino al 2018 con il Team Sky. Il suo contratto è uno dei più corposi: si parla di circa 4 milioni di sterline all'anno (circa 5 milioni di Euro). Anche Nibali non se la passa male. Con il nuovo team riceverà circa 3 milioni e mezzo di euro a stagione. Nella fascia tra i due e i tre milioni lo scalatore Nairo Quintana, il giovane Fabio Aru, il velocista tedesco Marcel Kittel vincitore di tre tappe all’ultimo Dubai Tour Queste sono le cifre dei campioni. Ma anche i gregari di qualità hanno decisamente stipendi ben più alti di un tempo.

È un altro mondo, bisogna farsene una ragione. I vecchi appassionati, che aspettavano la primavera per salutare il ritorno della carovana, si dovranno abituare a questi nuovi incroci di uno sport che ha cambiato pelle e forse anche cuore. Bisognerà vedere cosa succede. Andare contro la globalizzazione non si può, ma bisogna ricordare che il ciclismo ha sempre avuto profonde radici in Europa, alimentato da un “contatto” fisico con un pubblico pronto ad aspettare per ore lungo le strade i suoi eroi. Ora quel vecchio mondo rischia di sgretolarsi. E il mondo nuovo è ancora tutto da scoprire.

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