la crisi italiana

Ciclismo, la grande fuga dei cervelli (e delle gambe)

di Dario Ceccarelli


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(Epa)

6' di lettura

Eppur si muove. Ma che fatica. Il ciclismo italiano su strada, sentendo il sempre più vicino il richiamo della Milano-Sanremo (sabato 23 marzo, 110ª edizione) esce dal torpore invernale, per capire in quale stato di salute affronterà questa nuova stagione già partita dai Paesi più caldi come Australia, Spagna ed Emirati Arabi.

Il responso è negativo: il ciclismo italiano peggiora di anno in anno. Ogni tanto rialza la testa, accenna a qualche miglioramento, ma poi inesorabilmente il malato torna in terapia intensiva. Il problema, come direbbe un medico brutale, è che al momento non esistono cure adeguate per rimetterlo in sesto.

Non inganni l’impresa mondiale di Filippo Ganna ai mondiali su pista in Polonia, è l’eccezione che conferma la regola. Dovunque infatti prevale il segno meno. Calano gli sponsor, calano le vittorie, calano le squadre italiane, calano i soldi investiti. Una specie di Caporetto, senza aria di rivincita all’orizzonte. Una conferma viene dalla classifica World Tour dell’anno scorso. Tra i primi trenta c'è solo un corridore italiano, Elia Viviani, sesto con 2399 punti grazie alle sue 18 vittorie nel 2018. Davanti big come Yates (3072), Sagan, Valverde, Thomas e Van Avaermat. Perfino la nostra punta di diamante, Vincenzo Nibali, a causa della caduta al Tour de France, è ancora più indietro, al 35esimo posto.

Le classifiche, si sa, sono fatte per essere modificate. Basterebbe che Nibali si inventasse un numero come quello dell’anno scorso a Sanremo per rimescolare il mazzo. Ma il problema non è Vincenzo, che comunque viaggia intorno ai 34 anni. Il problema è che il nostro ciclismo, e in questo assomiglia all'Azienda Italia, non ha risorse adeguate per essere competitivo. È piccolo. Diviso. Senza un progetto. Non ha soldi e idee, insomma, per costruire un movimento che sia in grado di tenere testa a uno sport che, da un bel pezzo, si è globalizzato e ha sostituto l’inglese al tradizionale francese, lingua ufficiale di quando il ciclismo aveva il suo quartier generale in Europa.

Un altro dato impietoso viene ancora dal World Tour, cioè la massima divisione del ciclismo mondiale: ebbene in questa top player non c'è neppure una squadra italiana. Zero assoluto. Abbiamo 51 corridori italiani, spalmati nelle varie formazioni, ma nessuna squadra tricolore. Dal 2000, quando ne avevamo otto, siamo progressivamente andati in giù fino ad arrivare a zero nel 2017. Il paradosso è che riforniamo le multinazionali estere di idee, tecnici, artigiani, direttori sportivi, massaggiatori, meccanici e naturalmente anche corridori di buon livello che fanno da gregari di lusso ai big del ciclismo mondiale.

Insomma: abbiamo il know how, quel nocciolo duro di competenze che abbiamo accumulato quando i maestri eravamo noi con squadre come Mapei, Liquigas e Fassa Bortolo, ma non abbiamo più i mezzi per pedalare da soli. Le formazioni con più atleti azzurri in organico sono ancora la UAE Team-Emirates con ben dieci elementi (tra i quali Fabio Aru) e il Team Bahrain-Merida (Vincenzo Nibali) con sette. Si tratta di due squadre sostenute da ingenti finanziamenti arabi ma con una forte matrice italiana anche nella dirigenza e nello staff tecnico. Una grande fuga: di gambe e di cervelli che qui in Italia sarebbero a spasso per mancanza di fondi, sponsor e quant'altro.

«I costi si sono triplicati», spiega il cittì Davide Cassani, tecnico di una nazionale che dal 2008 non vince un mondiale (Varese, Alessandro Ballan). «È assurdo non riuscire a coinvolgere aziende e sponsor. Nessun altro sport ha eventi come Giro, Tour e classiche che attirano sulle strade così tante persone. E che ti fanno stare così tanti giorni di fila davanti alla televisione. Il ciclismo non è solo uno sport popolare, è qualcosa di più… È anche uno stile di vita, salute, una vita più a contatto con l'ambiente, mobilità alternativa». «Siamo il Paese più rappresentato in ammiraglia», racconta Fabio Baldato, professionista dal 1991 al 2008 e attuale direttore sportivo del CCC Team , subentrato nel World Tour al posto della Bmc Racing Team che ha chiuso i battenti. «Basterebbe che due o tre aziende italiane rientrassero nel ciclismo per rilanciare tutto il movimento italiano con benefici in tutto il settore».

Ma gli ostacoli sono tanti. Oltre ai dubbi e alle diffidenze causati dai tanti episodi di doping e di casi “opachi” che in passato hanno segnato questo sport, c'è anche un problema di mezzi. Una squadra come Sky, il super Team di Chris Froome , ha un budget di almeno 35 milioni. Soldi che le permettono di sbaragliare la concorrenza ingaggiando i migliori campioni su piazza. Un “potere forte”, quello dei britannici, che ha ingabbiato le corse, per la strapotenza di un team che tutto vuol vincere e tutto vuol controllare. Ma se Sky non bada a spese, anche gli altri non scherzano. La squadra di Elia Viviani, la Deceunink Quick Step, viaggia intorno ai 30 milioni. E così via decrescendo fino alla Bahrain Merida di Nibali (18-20).

Sotto queste cifre, se si vuole essere competivi, non si può scendere. Infatti per trovare una squadra italiana bisogna andare nella categoria “Professional”, una sorta di serie B del ciclismo. Qui abbiamo quattro formazioni (Androni Sidermec, Nippo-Vini Fantini, Bardiani Csf, Neri-Selle Italia) che dovrebbero partecipare al Giro d’Italia. Ovviamente sono squadre con budget più ridotti. Il divario è evidente. In Italia, sia per la crisi economica sia per una questione di marketing, il ciclismo non attira le grandi aziende private e i grandi marchi. Un altro dato che fa la differenza è che all'estero ci sono diverse squadre “nazionali, come l'Astana (Kazakistan) o con sponsor di emanazione statale. La AG2R La Mondiale è la più grande azienda assicurativa di Francia, un colosso da oltre 10 miliardi di euro di fatturato. Un altra presenza significativa è quella degli spagnoli di Telefónica presenti nelle due ruote con Movistar (tra le cui file corre il campione del mondo Valverde) fornitore principe in Spagna e America Latina nella telefonia mobile. Per il gruppo il giro di affari annuo è superiore ai 50 miliardi euro all'anno. E vogliamo parlare di Sky?

Il più importante editore televisivo a pagamento d’Europa fa parte del gruppo 21st Century Fox diretto da Rupert Murdoch; la sponsorizzazione del team ciclistico si deve soprattutto a James Murdoch, figlio più giovane dello “squalo” neozelandese ceo del colosso informativo. Parliamo insomma di giganti. Del resto i costi di una squadra sono altissimi. Solo in ingaggi volano via metà degli investimenti. Chris Froome, vincitore di 4 Tour de France e dell’ultimo Giro d’Italia, guadagna quasi 6 milioni all'anno. Cifra paragonabile a quella di Peter Sagan, vincitore di tre mondiali consecutivi, in forza alla Bora hansgrohe.

Alle loro spalle l’attuale campione del mondo Alejandro Valverde e Vincenzo Nibali: il siciliano, raggiunge 4 milioni di euro a stagione con un contratto in scadenza alla Bahrain Merida che però difficilmente verrà rinnovato nel 2020. Le voci di mercato lo danno in partenza per la Trek Segafredo. Il sardo Fabio Aru alla Uae Emirates percepisce circa 2,5 milioni, cifra notevole dopo una stagione deludente. Poi si va a scendere ma sempre su cifre impegnative. È finita anche l'epoca dei gregari di cuore generoso e scarso portafoglio. Ora un buon gregario è molto richiesto e ben pagato. I migliori arrivano anche a 400mila euro.

C'è un aspetto paradossale nella crisi del ciclismo made in Italy. Che non è crisi tout court, ma è una crisi specifica del settore agonistico. Mai come adesso la bicicletta, intesa come mezzo di mobilità e svago gode infatti di buona salute. Nelle città crescono le piste ciclabili e il bike sharing; fuori si moltiplicano le Gran fondo, le corse per amatori. Il fenomeno della mountain bike, anche quella elettrica, sta diventando un boom senza fine modificando perfino l’economia turistica di regioni come Toscana, Veneto, Liguria e Trentino-Alto Adige che ora privilegiano, grazie agli arrivi di appassionati stranieri, un approccio più ambientalista con pacchetti che legano relax e movimento in contesti naturali che solo in Italia puoi trovare.

È un pubblico diverso rispetto al passato. Un pubblico che va sul Colle della Finestra o sul Gavia non solo per applaudire i suoi beniamini ma per partecipare, salire in bici, condividere con amici, moglie e figli una passione più ampia e consapevole. Sono due mondi - quello agonistico e quello degli amatori - che sono ancora distanti. Saldare questa frattura, è la vera sfida per tornare in prima fila anche nelle corse.

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