dopo le elezioni

Ciclone Sinn Fein sull’Irlanda, ora il rebus è formare un governo

Il conteggio dei voti conferma la netta avanzata dello Sinn Fein, primo nel voto popolare. E in Irlanda diventa ora molto difficile formare un governo

di Michele Pignatelli


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La leader dello Sinn Fein, Mary Lou McDonald, (a sinistra) festeggia in un mercato di Dublino il successo elettorale

4' di lettura

«Un risultato straordinario, una delle scosse più radicali subite dalla politica irlandese». Così David Farrell, direttore della Scuola di politica e relazioni internazionali dello University College di Dublino descrive il quadro emerso dalle elezioni politiche di sabato. Un voto segnato dall’ascesa prepotente dello Sinn Fein, che pone però interrogativi di difficile soluzione sulla formazione del prossimo governo. Almeno se i partiti tradizionali terranno fede al proposito di lasciare fuori i nazionalisti, come dichiarato in campagna elettorale, per i legami con un passato scomodo e per politiche giudicate troppo di sinistra.

Sinn Fein primo nel voto popolare...
Lo Sinn Fein - un tempo braccio politico dell’Ira ma capace di rifarsi un look più incentrato sulle emergenze sociali che sul tradizionale cavallo di battaglia dell’unificazione dell’Irlanda, che pure appare oggi un po’ più vicina - è senza dubbio il vincitore del voto popolare: ha ottenuto il 24,5% delle prime preferenze indicate sulla scheda dagli elettori (oltre 10,7 punti percentuali in più del 2016), contro il 22,2% del Fianna Fail e il 20,9% del Fine Gael, i due partiti centristi che si sono storicamente alternati al potere nell’Irlanda repubblicana. Staccati nettamente gli altri, con i Verdi (7,1%) quarti e ora possibile partner di coalizione per raggiungere una maggioranza.

Sotto la guida di Mary Lou McDonald, subentrata nel 2018 al leader storico Gerry Adams. il partito ha saputo intercettare il malcontento dei cittadini su due temi chiave della campagna elettorale, la carenza di case (e il caro affitti) e i disservizi della sanità, allargando anche a classe media e persone di mezza età il suo tradizionale bacino di voti, dove i giovani rimangono comunque la forza trainante.

Tra le misure promesse dal partito nel suo manifesto elettorale la costruzione di 100mila case nei prossimi cinque anni, la riduzione e il congelamento degli affitti per tre anni, l’abolizione di alcune tasse sul reddito di lavoratori e famiglie (ma un aumento di quelle sui redditi più alti e sulle imprese, pur senza toccare la corporate tax al 12,5%), un dietrofront sull’innalzamento dell’età pensionabile. Tra gli impegni c’è naturalmente anche un referendum sull’unificazione dell’Irlanda, che però non sembra aver pesato troppo nelle scelte degli elettori. Anche se poi, nei festeggiamenti seguiti alla vittoria, la retorica repubblicana è tornata a farsi largo.

... ma non come numero di deputati
Il successo dello Sinn Fein non significa che avrà il maggior numero di deputati nel Parlamento di 160 seggi e che potrà guidare il governo, per un mix di fattori. Il primo è è il fatto che il partito, non aspettandosi un boom di questa portata, ha presentato solo 42 candidati; il secondo è il complicato sistema proporzionale irlandese con voto “trasferibile”: quando un candidato indicato come prima preferenza sulla lista ha già raggiunto la quota necessaria per essere eletto, i “suoi” voti vengono redistribuiti tra gli altri; parte dei consensi espressi per un partito possono così andare persi. Al Fianna Fail andranno infatti 38 seggi, allo Sinn Fein 37, al Fine Gael del premier uscente Leo Varadkar solo 35.

Il rebus di governo
A un calcolo elementare si capisce subito che formare una maggioranza di governo sarà arduo escludendo alleanze tra i primi tre partiti. L’opzione più praticabile sembrerebbe un governo sostenuto da Fianna Fail e Sinn Fein, magari con i Verdi. «Il leader del Fianna Fail Micheal Martin - nota ancora David Farrell - ha ammorbidito la sua posizione, ma altri nel partito rimangono fermamente contrari». In un’intervista alla televisione pubblica RTE Martin aveva dichiarato domenica che rimangono incompatibilità significative con Sinn Fein ma «è importante ricordare che il Paese viene prima di tutto». Ieri però il suo vice, Dara Calleary, è tornato a sottolineare le differenze tra i due partiti.

Quanto a Mary Lou McDonald, che ha da subito rivendicato un posto nel prossimo governo per lo Sinn Fein, ha detto che la sua prima scelta sarà vedere se è possibile formare un governo di minoranza senza Fianna Fail e Fine Gael: un’opzione che tuttavia, secondo Farrell, «non funzionerebbe».

Il Fine Gael di Leo Varadkar sembra invece destinato a uscire dalla stanza dei bottoni, punito - come ha sottolineato il vicepremier uscente Simon Coveney - dagli elettori «impazienti» di avere più case e un migliore servizio sanitario. Varadkar non appare contrario a un bis, eventualmente a parti invertite, della scorsa legislatura, in cui il governo di minoranza guidato da lui si reggeva sul sostegno esterno del Fianna Fail. Ma il partito di Martin sembra molto più freddo, anche per il timore di lasciare allo Sinn Fein il ruolo e la visibilità di principale partito di opposizione, in cui un movimento che non disdegna i toni populisti si troverebbe a suo agio.

Ritorno al voto possibile
Il quadro è dunque complesso. Nel 2016 ci vollero 70 giorni di trattative per un esecutivo, tempi eccezionali per la politica irlandese. E questa volta potrebbe essere peggio. «Formare un governo - conclude David Farrell - sarà molto difficile e non si può escludere un ritorno alle urne».

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