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Cig, come funziona la proroga dopo lo sblocco dei licenziamenti

L’ipotesi allo studio costerebbe tra i 400 e i 500 milioni. Mef orientato a contenere i costi della riforma in 5 miliardi contro gli 8 ipotizzati

di Marco Rogari e Claudio Tucci

Per Draghi la mediazione sul blocco licenziamenti è passo avanti

3' di lettura

Un lungo e tortuoso percorso a tappe. All’insegna dei rinvii e con vecchi e nuovi scogli da superare, a cominciare da quelli dei costi e delle frizioni all’interno della maggioranza, e non solo. È quello sul quale da settimane è incanalato il progetto di riforma degli ammortizzatori targato Orlando. Che il ministro del Lavoro ha provato a blindare il 9 agosto scorso incontrando repentinamente le parti sociali con l’obiettivo di spuntare una sorta di pre-intesa. Ma al termine dell’incontro le varie posizioni si sono rivelate sostanzialmente immutate, anche perché è rimasto nebuloso il reale impatto finanziario del piano dal quale dipende pure la collocazione delle aliquote contributive che dovranno alimentare il nuovo strumento di sostegno universale di sostegno al reddito in versione allargata.

Più chiari gli obiettivi della maggioranza

Una matassa intricata che risente anche delle tensioni sul futuro decreto anti-delocalizzazioni e sulla riconfigurazione del reddito di cittadinanza. E che, a questo punto, potrà essere dipanata solo a settembre quando sarà formalmente avviata l’istruttoria tecnica sulla composizione della legge di bilancio attesa a metà ottobre. Ma nel frattempo comincia a diventare più nitido l’obiettivo del Mef, e di una parte del governo, che sembra orientato a contenere gli oneri della riforma in non più di 5 miliardi, compresi gli 1,5 miliardi già recuperati dallo stop al cashback (contro gli 8 necessari per dare attuazione all’attuale progetto-Orlando). E, soprattutto, si arricchisce la gamma di opzioni e ipotesi d’intervento sul campo della quale ora farebbe parte anche il prolungamento per altri due mesi (novembre e dicembre) della cassa gratuita per il terziario e le piccole imprese per le quali il blocco generalizzato dei licenziamenti è previsto fino al 31 ottobre.

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Verso altre 8/9 settimane gratis

Una sorta di «ponte» in vista del nuovo assetto degli ammortizzatori, che, se non ci fossero intoppi, entrerebbe in vigore dal primo gennaio 2022, anche se tra le varie ipotesi valutate c’era anche quella di uno slittamento al primo luglio 2022, proprio per contenere i costi del progetto. L’ammortizzatore «ponte» fino a dicembre avrebbe la funzione di aiutare a gestire una uscita «graduale» dal blocco dei licenziamenti, sulla scorta di quanto fatto a fine giugno quando è terminato (tranne per il settore tessile-moda) il blocco degli atti di recesso nei settori industria e costruzioni. I tecnici del governo ipotizzano altre 8/9 settimane gratuite per le aziende. Accompagnate, è l’auspicio dell’esecutivo, da una sorta di «impegno» da parte delle imprese a utilizzarle tutte (assieme agli altri strumenti di sostegno al reddito vigenti) prima di procedere ai licenziamenti. Queste 8/9 settimane gratuite, secondo le prime stime, costerebbero 400/500 milioni, al netto di possibili ritardi di pagamento della Cassa Covid già autorizzata su cui sarebbe in corso una valutazione tecnica.

Il bacino più largo costa 1,2 miliardi l’anno

A partire da gennaio 2022, come detto, arriverebbe la riforma della Cig, che secondo la bozza di Orlando, per le piccolissime realtà (1-5 addetti) prevede 13 settimane di sussidio, per un periodo iniziale a carico dello Stato, poi queste aziende inizierebbero a versare gradualmente fino ad arrivare a regime intorno allo 0,5. Per le realtà da 6 a 15 addetti le settimane di Cig salgono a 26, per le aziende sopra i 15 resterebbe sostanzialmente così com’è (pur continuando a versare elevati contributi ordinari e addizionali). La principale incognita sul cammino della riforma resta quella delle risorse finanziarie realmente utilizzabili. Il quadro sarà più chiaro a metà settembre quando a via XX settembre e a palazzo Chigi saranno abbozzati i contorni della prossima manovra, che dovrà prevedere anche una nuova dote per la Naspi, per il Reddito di cittadinanza e per gli interventi pensionistici (probabilmente soft) per il dopo-Quota 100. E che potrebbe anche includere un alleggerimento del cuneo fiscale, oltre a far scattare la proroga al 2023 del superbonus e ad alimentare nuovi interventi per la famiglia e per i settori colpiti dalla pandemia, senza considerare il tradizionale capitolo delle cosiddette spese indifferibili. Il ministero dell’Economia appare fortemente intenzionato a contenere la portata finanziaria del piano Orlando. E uno dei capitoli nel mirino sembra essere proprio quello della durata del ricorso alla fiscalità generale per l’estensione degli ammortizzatori ai lavoratori delle imprese di piccole dimensione (1-5 addetti). Un allargamento del bacino che nell’attuale configurazione della bozza di riforma costerebbe 1,2 miliardi l’anno.

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