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Cimolai, oltre 1 miliardo di attività in derivati. Parte lo scudo dai creditori

Nel portafoglio derivati una perdita potenziale di circa 200 milioni (mark to market)

di Morya Longo

(ANSA)

3' di lettura

Ha stipulato contratti derivati con 21 banche e broker per un valore nozionale complessivo sopra il miliardo di euro. Derivati che in teoria dovevano servire a coprire il gruppo Cimolai dai rischi valutari (nello specifico il rialzo dell’euro), ma che in realtà almeno in alcuni casi avevano un approccio più speculativo che assicurativo. E ora che l’euro ha toccato i minimi da 20 anni sul dollaro, andando contro la scommessa insita nei derivati, questi strumenti finanziari sono diventati un boomerang. Per quanto riguarda il valore di mercato, dalle prime indicazioni emerge una posizione complessiva di circa 200 milioni (mark to market). Insomma, il gruppo Cimolai, gioiello di Pordenone attivo nel settore delle gradi opere in acciaio, è finito in difficoltà e ha presentato la cosiddetta «domanda prenotativa» prevista dalle nuove normative sulla crisi d’impresa per la protezione dai creditori. Nel frattempo proseguono le ricerche di investitori interessati a sottoscrivere un aumento di capitale e sembra che qualche primo riscontro tra gruppi industriali italiani ed esteri inizi ad emergere. Il gruppo, i dipendenti e il territorio incrociano le dita.

Cantiere in corso

Al lavoro per salvare il gruppo e i suoi lavoratori c’è uno stuolo di consulenti e avvocati: Lazard (che si occupa della ristrutturazione del gruppo), Ifa Consulting di Verona (che sta lavorando per decifrare e valutare i tanti derivati), gli avvocati Luca Zamagni del Foro di Rimini e lo studio legale Molinari Agostinelli che lavorano insieme al consulente di fiducia del Gruppo Bruno Malattia. Ma ancora il lavoro è complesso: i derivati vanno valutati dal punto di vista legale e finanziario, per vedere fino a che punto servivano a coprire i rischi e fino a che punto erano invece di fatto speculativi. Poi il gruppo valuterà quali contratti impugnare in Tribunale. Sta di fatto che, allo stato attuale, la situazione è seria: da giorni ormai il gruppo non onora più le richieste di aumentare le garanzie sui derivati (i cosiddetti margin call) e alcune banche dovrebbero aver già dichiarato il mancato pagamento e chiesto la chiusura anticipata dei contratti (early termination). Di fatto questo manda un gruppo sanissimo industrialmente in default: ed è per questo che è imminente la presentazione della «domanda prenotativa».

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La montagna di derivati

Resta da rispondere alla domanda chiave: perché il gruppo Cimolai ha stipulato così tanti derivati? La fotografia (ancora sfocata e parziale) che sembrerebbe emergere è infatti quella di un’attività che potremmo definire compulsiva. Il gruppo ha stipulato derivati con ben 21 istituzioni finanziarie di tutti i tipi: ci sono banche italiane (Bnl, Bpm, Intesa, Mediobanca e Mps), note banche estere come Morgan Stanley, Deutsche Bank o Natixis, ma anche broker che gli stessi addetti ai lavori giurano di non avere mai sentito nominare prima di oggi.

Ma quello che colpisce è l’ammontare di questi contratti. Il valore nozionale (che conta poco ma comunque dà il senso delle proporzioni) secondo le indiscrezioni sarebbe superiore a un miliardo di euro. È vero che Cimolai è un gruppo che ha 2.700 dipendenti e lavora ogni anno in molte parti del mondo ben 160mila tonnellate di strutture d’acciaio. Ma comunque non è un gruppo così grande da giustificare una tale mole di derivati, se si pensa che nel 2021 il giro d’affari è stato di 420,7 milioni di euro e attualmente ha 800 milioni di commesse. E, pur lavorando molto all’estero, fa solo il 50% del fatturato (dal 70% pre-Covid) fuori dall’Italia, di cui oltre due terzi in dollari.

Se un’attività in derivati è giustificata (perché questi strumenti sono utilissimi per coprire un’azienda dal rischio di oscillazione delle valute quando opera all’estero), appare un po’ meno giustificata un’attività così sproporzionata rispetto al giro d’affari in valuta estera del gruppo: questi numeri lascerebbero pensare un utilizzo eccessivo di leva finanziaria. Insomma: lascerebbero ipotizzare un uso ben superiore alle effettive esigenze di copertura dei rischi valutari. Anche perché da questo rischio vanno coperte solo le attività fatturate all’estero in valuta locale, al netto dei costi sostenuti sempre all’estero: il fatturato rappresenta insomma il lordo. Da qui bisogna detrarre i costi sostenuti in valuta estera per capire quale fosse esattamente l’esigenza di copertura del gruppo Cimolai.

Riproduzione riservata ©
  • Morya LongoVicecaposervizio

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: Italiano, inglese

    Argomenti: Finanza, mercati azionari e obbligazionari

    Premi: Vincitore del premio State Street 2018 – Giornalista dell’anno, autore del miglior scoop

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