Energia e Ambiente

Cina, corsa a ostacoli per rispettare i target

di Rita Fatiguso

Piano quinquennale. L'obiettivo cinese è duplice: -18% di intensità energetica e -14% di emissioni entro il 2025. Nella foto una donna nella Città proibita a Pechino durante una tempesta di sabbia

3' di lettura

In bilico tra il gelo che attanaglia l’Heilongjiang e l’ondata di caldo anomala del GuangDong, la Cina cerca di mantenere le promesse fatte, ma non ancora ratificate, sul versante della lotta al cambio climatico.

Picco delle emissioni entro il 2030, decarbonizzazione completa entro il 2060. Non è abbastanza, la Conferenza Cop26 chiede di più alla Nazione che, al mondo, inquina più di tutte. L’inviato per il clima degli Stati Uniti, John Kerry, non smette di incalzare Pechino. L’Europa chiede una strategia più coerente con gli impegni dichiarati.

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La realtà va da un’altra parte. A causa delle frizioni politiche globali, il Regno Unito dovrà accontentarsi di ricevere a Glasgow soltanto una delegazione cinese. Il presidente Xi Jinping non lascia la Cina dallo scoppio della pandemìa e, almeno finora, non ha pianificato spostamenti.

La vera lotta, quella che già sta creando enormi problemi a livello globale, è tutta interna alla Cina. Dopo quattro decadi di industrializzazione selvaggia, ogni minimo colpo di freno può innescare un cataclisma nell’economia del Paese e, di conseguenza, in quella mondiale.

La crisi energetica scoppiata a fine estate ne è una chiara dimostrazione perché ha messo a nudo criticità endemiche.

La Cina consuma 3.200 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio ed emette il maggior numero di gas serra al mondo e per intensità energetica viaggia al ritmo doppio della media europea. Ha sviluppato l’uso di gas naturale, pannelli solari, turbine a vento e costruito nuove dighe per l’energia idroelettrica, eppure il 57% del fabbisogno è soddisfatto ancora dal carbone.

Alle Nazioni Unite il presidente cinese ha dichiarato che la Cina non costruirà più centrali elettriche alimentate a carbone. Ma anche i pannelli solari necessari al Paese per produrre energia alternativa al carbone costano di più se manca la fonte per produrli.

Davanti all’emergenza il Governo ha fatto saltare il tetto della spesa per elettricità dal 10 al 20%, facendo riemergere nodi irrisolti, tra cui la mancanza generalizzata di trasparenza nel mercato elettrico. Esattamente come le interruzioni delle forniture che stanno mettendo in ginocchio anche le imprese straniere in Cina, tanto è vero che il presidente della Camera di commercio europea, Joerg Wuttke, chiede un approccio “più scientifico e trasparente” al Paese che ancora ricava energia dal carbone.

La promessa di tagliarne l’utilizzo sta creando blackout a catena e nel marasma, tra consumi da tagliare e industrie da far ripartire, le province cinesi invece di produrre di meno a beneficio dell’ambiente, stanno creando più emissioni.

C’è un altro aspetto che mette a dura prova il Paese ed è la strategia della pianificazione. O, meglio, il cortocircuito che ormai è avviato tra Governo centrale e autorità locali perché ogni Provincia funziona, in piccolo, esattamente come il potere centrale, moltiplicandone pregi e difetti. Da anni la protezione dell’ambiente e i tagli agli sprechi si affidano alla cinghia di trasmissione delle decisioni dal centro alla periferia.

Il Piano quinquennale 2021-25 approvato a marzo conferma il meccanismo. L’obiettivo dichiarato è duplice: -18% di intensità energetica e -14% di emissioni entro il 2025. Ma bisogna che tutto proceda senza intoppi perché la Cina è grande quanto un continente e a livello locale non c’è omogeneità di consumi.

Il doppio sistema di controllo del sistema energetico cinese prevede infatti la gestione meccanica della riduzione dell’intensità energetica e delle emissioni e il cosiddetto Barometro del doppio sistema di controllo, lo strumento prioritario per declinare le tappe dei tagli a livello locale, provincia per provincia. Ma il sistema si sta dimostrando un ostacolo serio rispetto a un modello centralizzato di produzione dell’energia elettrica ancora poco flessibile, a differenza di quanto succede in altre parti del mondo, questo determinismo può diventare un vero e proprio boomerang per il territorio.

Ecco perché la Commissione per lo sviluppo e le riforme in agosto ha chiesto per iscritto ai centri industriali nevralgici del Paese, tra cui quelli dello Jiangsu, Guangdong e Hubei, di limitare i consumi di energia. ma al tempo stesso ha denunciato la gravità della situazione perché «oltre la metà delle province cinesi non è riuscita a ridurre i consumi energetici nella prima parte dell’anno: Qinghai, Ningxia, Guangxi, GuangDong, Fujian, Xinjiang, Yunnan, Shaanxi, Jiangsu, li hanno addirittura aumentati».

Le aree produttive non hanno rispettato il Barometro e per mantenere gli impegni indicati dal Governo centrale dovranno darsi da fare. Ma forse non è questa la strada che porta a Glasgow.

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